3 novembre 2010

Il fabbro

Uno dei più antichi e nello stesso tempo indispensabili mestieri è certo quello del fabbro.
L'edificio della forgia idraulica ospitato al museo di Tedone-Dietenheim.
Anche egli si serviva della forza dell'acqua per far muovere i pesanti magli e il mantice.
Nella fucina del fabbro ferraio si producevano tutti gli attrezzi in ferro per il lavoro agricolo e boschivo.
La forgia a carbone, dove il ferro veniva scaldato al calor rosso per poter
essere lavorato con martelli e pinze sull'incudine.
Macchina principale della fucina (presso il Museo degli Usi e Costumi della gente Trentina di San Michele all'Adige ne è ricostruita una di Pergine datata 1814) è il maglio, mosso dalla forza dell'acqua. Come ruota motrice veniva usata una gora a cassetti alimentata dall'alto, una tecnologia lenta ma in grado di funzionare anche con pochissima acqua ed in grado di adattarsi alla portata del torrente: nei periodi di magra l'impianto funzionava più lentamente perchè i cassetti impiegavano più tempo a riempirsi, ma continuava a funzionare.
Con il maglio, si dà la prima impronta al lingotto di ferro da forgiare, che viene poi lavorato all'incudine.
La forgia dei carboni accesi viene alimentata dal flusso dell'aria del mantice, anch'esso azionato dalla forza dell'acqua.
Il pesante maglio idraulico.
Il fuoco della forgia è alimentato da carbone per la maggiore temperatura che è in grado di assicurare rispetto alla legna.
La temperatura viene mantenuta ancor più alta dal flusso d'aria soffiato dal mantice, anch'esso azionato dalla forza dell'acqua. L'incudine, il trapano, latrancia ed una gran varietà di tenaglie e pinze completano la dotazione di attrezzi che il fabbro utilizzava nel proprio lavoro per produrre principalmente attrezzi agricoli come vanghe, picconi, badili e poi catene, chiodi, cerchi da botte, eccetera.

Il travaglio per ferrare i cavalli.
All'attività del fabbro era collegata quella del maniscalco, che periodicamente aveva il compito di ferrare i cavalli e i bovini da lavoro.
Buoi e vacche venivano ferrati in un'apposita struttura detta travaglio, spesso collocata nei pressi della fucina.
Il travaglio consentiva al maniscalco di fermare la testa del bue fissandone con una robusta fune le corna a un palo e di sollevarlo da terra mediante un arganello, in modo da poter operare con tranquillità sia che si trattasse di ferrare i buoi da tiro che di curare e controllare gli zoccoli dei manzi, specialmente prima dell'inizio del pascolo o della partenza per la malga.
Schema di funzionamento del maglio, che era mosso da una ruota idraulica.
La «trappola» della foto proviene da Termeno-Tramin ed è stata installata nel museo nell'anno 1980.
Nelle zone dove essa è più costantemente presente, come nel Reggelberg e nel Tschögglberg, si chiama anche «Pfrenger».


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