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28 maggio 2022

Una segheria veneziana "per di sotto" nella Ötztal (Tirolo)

Era azionata da una piccola ruota idraulica del tipo "per di sotto" che ha bisogno di un getto d'acqua costante, come quello di un Waal.
In primo piano l'edificio della segheria "Larstigsäge", alimentata da un canale d'acqua sospeso che poi proseguiva e andava ad alimentare il mulino "Hochmut Mühle". Entrambi gli edifici sono ricostruzioni del museo all'aperto di Kramsach, in Tirolo.
Il meccanismo della ruota per di sotto fu quello tipico della prime seghe-
rie ad acqua di origine veneziana. Solo più tardi si diffusero più versatili
segherierie di tipo "augustano", che poi vennero anch'esse chiamate
"veneziane"
, alimentate da una ruota "per di sopra" capace di funzionare
anche con portate minime e discontinue.
Le segherie veneziane si sono diffuse verso nord durante il medioevo a partire dalla città di Venezia, che ne era una grande consumatrice: dai pali per fondamenta fino alle grandi forniture per il grande arsenale nautico della Repubblica Serenissima.
La ruota idraulica "per di sotto": richiedeva una portata d'acqua costante
e per questo si diffuse meno di quella "per di sopra".
Le segherie ad acqua giunsero in Tirolo attraverso la Valsugana, la Val d'Adige e la valle del Piave. La sega apparteneva al Lastighof, a est di Niederthai, 
Questa segheria ad acqua si trovava nel distretto di Imst, nella Ötztal (la valle dell'Inn). L'acqua del torrente Larstigbach veniva convogliata prima attraverso un Waal, poi attraverso un canale in legno fino alla ruota motrice.
La lunga costruzione dal tetto a falde ripido è perpendicolare al pendio.
👉L'azionamento del meccanismo di taglio avviene tramite una piccola ruota motrice, chiamata "Waschl" alimentata da un veloce flusso d'acqua che la colpisce inferiormente.
👉La trasmissione della potenza dall'albero del mozzo alla lama avviene per mezzo di un meccanismo a biella-manovella che trasforma il movimento rotatorio in un moto alternato di va e vieni. Tale meccanismo di spinta si trova sotto il pavimento che sostiene l'incastellatura della sega vera e propria nonchè il carrello orizzontale che ospita il tronco da ridurre in assi. Il carrello scorre su rulli ed ha una base contro la quale viene fissato il tronco in lavorazione, secondo il consueto schema adottato in tutte le segherie idrauliche "veneziane", indipendentemente dal loro stadio evolutivo.


28 agosto 2021

Le segherie veneziane nella Val di Sole

Con l'introduzione di queste segherie la forza muscolare di due o tre uomini venne sostituita dalla forza dell’acqua e un solo lavorante riusciva a portare a termine tutte le fasi di segagione del tronco.
Le segherie "veneziane" si diffusero nel territorio trentino intorno al XIII secolo introdotte dalla confinante Serenissima Repubblica di Venezia (da qui il nome). Si diffusero rapidamente perché l'acqua corrente fortunatamente non mancava. Il blog "Quattro passi in Val di Sole" ne descrive alcune in Val di Rabbi, a Malè, a Dimaro e a Ortisè.
Un tronco mentre viene ridotto in assi da opera. Foto scattata alla segheria vene-
ziana in località Valzanca di Caorìa, nel Vanoi, ossia all'altra estremità del Trentino.
In montagna le valli sono sempre molto ricche di torrenti e torrentelli, che rappresentano la forza motrice delle segherie azionate dalla ruota idraulica.
👉Nel modello "veneziano" la lavorazione del tronco, ossia la sua riduzione in assi, era molto più veloce e regolare di quella fatta a mano, ed un solo uomo era in grado di provvedere alla riduzione del tronco in assi da opera.
👉Le veneziane rimasero in attività produttiva dal Duecento fino agli inizi degli anni ’60 del Novecento quando furono sostituite da quelle elettriche.

4 luglio 2021

Le conifere di montagna raccontate da Mario Rigoni Stern: il pino cembro

⧫ larice ⧫ abete rosso ⧫ pino silvestre ⧫ pino montano e pino mugo ⧫ pino cembro ⧫
Per i due piccoli pini cembri che ho nel brolo ci vorranno molti anni perché diventino alberi ben visibili! Ma se gli uomini saranno saggi e avremo posteri, i nipoti dei miei nipoti potranno dire: «Questi cembri li aveva messi a dimora il nonno di nostro nonno».
Un pino cembro (o cirmolo) fotografato nei Lagorai (TN).
Il Pino cembro, o cirmolo, tra gli alberi delle nostre Alpi è, con il larice, il più bello: socievole e sempreverde non raggiunge l'altezza dell'abete o del peccio, ma può arrivare oltre i settecento anni di vita. Dove i fulmini, le valanghe, i sassi feriscono il tronco, assume forme tormentate e inconfondibili; e lassù, tra i millecinquecento e i duemilacinquecento metri di quota, tra nevai, rocce e ghiacciai è vedetta arborea della natura.
È di lentissimo accrescimento; i rami sono grossi e irregolari, incurvati verso l'alto a formare una densa chioma; la corteccia è grigia, profondamente fessurata lungo il tronco; gli aghi delle foglie sono riuniti a fascetti di cinque, teneri e sottili, di colore verde-glauco e durano sul ramo quattro-cinque anni; gli strobili (che messi in infusione nella grappa donano un bel colore ambrato e un sapore non piccante di resina) sono lunghi otto centimetri e al secondo anno maturano i semi dentro una guaina legnosa. Questi pinoli sono cibo molto ricercato da scoiattoli e nocciolaie che molte volte li nascondono tra le crepe delle rocce per i tempi di carestia; quelli dimenticati germogliano e le piantole allungano le radici a cercare tra le pietre e i muschi un briciolo di vita: tanto che è sempre stupefacente vederle poi cresciute sopra un masso al margine di un ghiacciaio o su una parete di roccia.
Il legno del cirmolo è bianco-crema, il durame rossobruno odoroso e inattaccabile dagli insetti; per la sua grana fine e per la sua omogeneità è albero da sculture e molto bene lo usò Andrea Brustolon, grande scultore decorativo del rococò veneziano, artefice di altari, stalli, sedie, bastoni e di elementi decorativi. Augusto Murer dai tronchi di cirmolo delle sue montagne ricavava le sue amare maternità. Ma per i montanari è soprattutto grande legna da casa per mobili e oggetti, e per rivestire contro il gelo le stanze da godere nei lunghi inverni.

“Arboreto Salvatico”
Einaudi, Torino, 1996

Le conifere di montagna raccontate da Mario Rigoni Stern: il pino montano (e pino mugo)

⧫ larice ⧫ abete rosso ⧫ pino silvestre ⧫ pino montano e pino mugo ⧫ pino cembro ⧫
Il pino montano (e pino mugo)
Cespugli di pino mugo sulla Paganella (TN).
Il montano è dei pini il più polimorfo, ossia assume forme diverse da luogo a luogo, o anche sullo stesso luogo e, persino, assicurano gli esperti, sullo stesso individuo; tanto che per classificarlo è da preferire il suo portamento che non i caratteri degli strobili.
Le gemme di pino mugo nel momento del massimo rigoglio vegetativo. 
Con loro si prepara il mugolio, il tradizionale rimedio contro la tosse.
In linea di massima possiamo dire che nell'area occidentale: Pirenei, Alpi occidentali, Engadina, si trova il tipo arborea a fusto unico o anche a più fusti eretti e slanciati che possono raggiungere i venticinque metri d'altezza; nelle Alpi orientali, nei Carpazi e nei Balcani il tipo prostrata a fusti numerosi e striscianti pure lunghi sui venti metri ma che, al massimo, raggiungono in altezza i quattro.
Risveglio primaverile sul Monte Fregasoga (Lagorai)
La sua corteccia è scura, quasi grigio-nera, i rami sono verticillati, ossia inseriti a due o a più di due nello stesso nodo; hanno gli apici rivolti verso l'alto; le foglie, lunghe tra i tre e gli otto centimetri, sono diritte e pungenti, di colore verde cupo. I fiori maschili sono gialli, i femminili violacei. Gli strobili mutano da varietà a varietà: uncinata, pumilio, mughus e sono lunghi dai tre ai cinque centimetri. I semi sono piccoli, con una piccola ala, e il vento delle tormente li dissemina nei luoghi più impervi. Fiorisce tra la fine della primavera e l'inizio dell'estate, quando le pernici bianche dischiudono le uova.
Risveglio primaverile al Lago di Tovel.
Sulle montagne forma boscaglie pure, o anche miste con larice, peccio, cirmolo, ontano verde; si arrampica a coprire ghiaieti, rocce, ripiani, scende dagli orli degli abissi o risale al limite della vegetazione forestale fino oltre i duemilacinquecento metri di quota. Per questo suo comportamento esercita in alta montagna una notevole azione protettiva, trattenendo l'acqua e la dilavazione del suolo. Se la neve non è tanto alta da coprirlo interamente,specialmente nelle forme prostrata, impedisce la caduta di valanghe.
Distillando i suoi ramuli si ottiene il mugolio, un olio essenziale di grandi proprietà medicamentose ad azione balsamica e antiflogistica per le vie respiratorie dei bambini e dei vecchi.
Grappa aromatizzata con le pigne (verdi) di pino mugo.
Il legno del pino montano non vale molto perché, a causa delle modeste dimensioni che raggiunge il tronco, non è utilizzabile come legname da opera. A cagione della sua breve estate cresce lentamente e così diventa pesante e compatto, flessibile anche al vento e al pesodella neve. Dopo due o tre anni dal taglio (che deve essere fatto in luna calante! ) brucia bene e dà un buon calore; e questo ben lo sanno i pastori che dopo averlo reciso lo lasciano per « due agosti » alle intemperie e al sole. A me, sin da ragazzo durante le escursioni, e poi nel tardo autunno nei ricoveri di caccia, il suo fuoco ha fatto compagnia, e riscaldato e asciugato dalla pioggia o dalla neve.
Il pino montano varietà mugo del mio brolo l'ho portato giù dalla montagna di Campo Filon, giusto vent'anni fa, quel giorno che Ermanno Olmi era salito lassù per girare una scena dei Recuperanti, quella dove si vede una grossa bomba nel mentre che passa un gregge. Le pecore, camminando, avevano smosso la poca terra denudando cosi le radici di un piccolo mugo che poi raccolsi e trapiantai qui a casa. Ora è cresciuto molto di più che se fosse rimasto lassù; ma invece di essere prostrato e contorto, il clima e le precipitazioni nevose dovute ai mille metri di differenza di quota, lo hanno sviluppato policormico ed eretto come i pini montani delle Alpi occidentali.
Ma i pini mughi delle nostre montagne, ora che i carbonai più non li tagliano e i sentieri si rinchiudono a causa del loro sviluppo, sono anche famosi per i problemi che possono creare ai viandanti che osano attraversarli; e anch'io la settimana scorsa ho girato a vuoto per più di un'ora sotto la pioggia e tra l'intrico dei loro tronchi striscianti, e alla fine mi sono ritrovato, sfinito, al punto di partenza. E dai vecchi è ricordata come « la Barancia » una compagnia del Settimo Alpini che alla fine del secolo scorso, durante una manovra, si perdette tra i «baranci», i mughi delle Dolomiti.
La mancata utilizzazione da parte dell'uomo di questa specie di pino, fenomeno che si è verificato in questi ultimi cinquant'anni, ha portato un notevole cambiamento non solo nel paesaggio ma anche negli habitat della selvaggina, e oggi non è raro trovare a quote insolite famiglie di caprioli mentre, per mancanza di pascolo a loro confacente, si sono fatti più rari i galli di monte e le pernici bianche.
“Arboreto Salvatico”
Einaudi, Torino, 1996

Le conifere di montagna raccontate da Mario Rigoni Stern: il pino silvestre

⧫ larice ⧫ abete rosso ⧫ pino silvestre ⧫ pino montano e pino mugo ⧫ pino cembro ⧫
Pino silvestre, che sta a mezzogiorno
Due esemplari di pino silvestre.
Il pino silvestre che sta a mezzogiorno e che ben si armonizza tra le due betulle, lo raccolsi e lo trapiantai da una antica morena un giorno che ero andato a camminare con mio figlio, sul finire di un lungo inverno. Ma come ora è cresciuto! Ed è a guardarlo che mi rendo conto di come passano le stagioni.
La pigna di pino silvestre é molto piccola.
Albero di primaria grandezza il pino silvestre può arrivare a quaranta metri e oltre; anche lui, come tutte le conifere è molto longevo e può passare i cinque secoli di vita. I1 suo fusto è diritto, ma la neve, i fulmini, le pietre che cadono dall'alto della montagna, il vento lo possono rendere tormentato. La sua chioma è rada e irregolare, i rami hanno gli apici rivolti verso l'alto; dove cresce stretto ad altri consimili ha forma piramidale allungata, si distende quando è isolato o rado. La sua corteccia è squamosa, rossastra da giovane, tendente al grigio e solcata da maturo, ma sempre portata al rosso verso la cima. Le foglie sono aghiformi, di colore verde-glanco, raggruppate a due a due, lunghe da tre a sette centimetri, contorte a spirale (sono più corte nei Paesi freddi, più lunghe nel Meridione).
Come le altre conifere è albero monoico e i fiori di questo pino sono molto ricchi di polline, tanto che le api ne fanno abbondante raccolto che concorre alla produzione della cera. Quando tra maggio e giugno sono in fioritura, camminando sotto di loro ci si può ritrovare con gli abiti tutti spruzzati di una polvere gialla che si stacca dagli stami a ogni leggero soffiare di vento; un tempo questo fenomeno veniva chiamato pioggia miracolosa di zolfo.
È un albero che ama il sole e i climi continentali; sopporta molto bene freddo e siccità ed è anche specie pioniera nei terreni degradati. Se uno percorre la Val Venosta può osservare come il lato di sinistra, quello arido rivolto a mezzogiorno, sia qua e là popolato da macchie di pino silvestre, mentre quello a destra, rivolto a mezzanotte e umido, sia invece coperto da pecci, abeti e latifoglie.
Il buon legno del pino silvestre, con l'alburno biancorosato e giallino e il durame più tendente al bruno, varia di qualità secondo la provenienza: il migliore è quello che cresce lentamente nei luoghi freddi o elevati; è di lunga durata, resistente, ottimo per costruzioni navali ma anche per mobili e oggetti casalinghi. Dai tronchi che non vengono usati in segheria si ricava cellulosa da carta. Dalla ramaglia un tempo si otteneva un carbone dolce particolarmente ricercato e usato per la fusione di acciai speciali.
Dagli alberi adulti, quando raggiungono l'età di cento-centoventi anni, incisi al piede fuoriesce una resina grassa che, distillata, dà un'ottima acquaragia; dal residuo di questa distillazione si ottiene la pece greca o colofonia e quella ricavata dal pino silvestre è la migliore tra tutte per impeciare i crini degli archi degli strumenti musicali.
Secondo rilievi fatti nel secolo scorso da Adolfo di Bérenger nei boschi della Stiria, ogni pino adulto produce tra i tre e i quattro chilogrammi di resina all'anno; sicché un ettaro di pineta può dare circa millesettecento chilogrammi dai quali si ricavano per distillazione trecentocinquanta chilogrammi di olio di trementina e circa mille di colofonia.
Dopo essere stata cosi utilizzata, la parte del tronco scortecciata e che restava impregnata di resina, era un prezioso legno da teda perché tagliata in asticelle forniva fascelline da usarsi al posto delle candele o delle lucerne e, un tempo, ne veniva fatto grande commercio. Ricordo come cinquant'anni fa in Albania, nei mercati di Tirana e di Korica, i montanari scesi dai villaggi vendevano per poche lire i mazzetti di queste stecche di pino silvestre che gocciolavano ragia; e come nei boschi vedevamo ogni tanto un pino scavato nel tronco, da dove anche noi abbiamo poi imparato a staccare le tede per illuminare i ricoveri.
Bruciando il legno di quest'albero, disposto in cataste simili a quelle delle carbonaie ma con più cura, si raccoglieva il catrame che colava in una fossa o in un recipiente sottoposti; questo distillato serviva per le vele delle navi e per i cavi. Raffinato o ricotto dava altri preziosi prodotti come la «pece rossa» che si usava spalmare nell'interno dei vasi vinari, o quella «pece bruna» che in Germania adoperavano mista a creta per impeciare le botti da birra. La «pece navale» era indispensabile per calafatare le navi ; la «pegola » serviva a calzolai e sellai per impegolare lo spago da cucito. Marziale scrive che la «pece rabulana» veniva aggiunta al vino per renderlo più abboccato.
Il pino silvestre è pure pianta medicinale: le gemme, gli aghi e i ramuli contengono principi balsamici attivi e disinfettanti; e se volete fare un bagno veramente salutare rnettete nell'acqua molto calda della vasca un bel mazzo di ramuli freschi ricchi di aghi, allungate l'acqua alla temperatura desiderata e poi immergetevi respirando i vapori. A1 di là delle Alpi si raccolgono gli aghi del sottobosco e dopo averli messi a macerare si ottiene la lana di 60sco (Waldwolle) che per le sue proprietà igieniche e salutari (cura i reumatismi) può sostituire la lana di pecora nei materassi e nei guanciali.
Tante cose ha sempre dato all'uomo quest'albero! Plinio ci racconta che dal pino silvestre si ricavavano i cannelli per scrivere (fasces calamorum): temperati a forma di penna d'oca venivano induriti per mesi dentro un letamaio. Vitruvio descrive come dentro appositi forni o dentro capanne chiuse da ogni lato si ottenesse il nero di fuliggine bruciando legno di pino, e questo nero veniva usato dai pittori, e più ancora come ingrediente principale nella composizione dell'inchiostro.
Presso i Greci il pino silvestre era il simbolo della verginità e per questo dedicato a Diana; ma anche a Pan in memoria di una fanciulla da lui amata e insidiata che Borea spinse sulle montagne e fece precipitare da una roccia. La Terra pietosa la trasformò in pino e quando Pan sentiva il soffio di Borea non cessava mai di piangere. Le gocce di ragia che il pino geme sono le lacrime della fanciulla amata.
“Arboreto Salvatico”
Einaudi, Torino, 1996

Le conifere di montagna raccontate da Mario Rigoni Stern: l'abete

⧫ larice ⧫ abete rosso ⧫ pino silvestre ⧫ pino montano e pino mugo ⧫ pino cembro ⧫
Albero della nascita e a lui era dedicato il primo giorno dell'anno.
Un isolato esemplare di abete rosso nei Lagorai (TN).
Il peccio, Picea excelsa Link, o abete rosso, è l'albero che è sempre stato presente e mi accompagna nella vita. Nella casa dove sono nato e ho trascorso la mia giovinezza, i mobili, le suppellettili, i pavimenti, le scale, le grandi e geometriche capriate del tetto, tutto era stato ricavato dai pecci dei nostri boschi: erano alberi feriti dalla guerra che per necessità di coltura, tra il 1919 e il 1922, si dovette abbattere.
Da ragazzi, alla festa degli alberi, erano sempre piantine di peccio che mettevamo a dimora nelle ampie chiarie causate dai combattimenti; come sempre di peccio erano centinaia di migliaia le piantine che i miei compaesani piantavano appena la neve liberava il terreno. C'erano diversi vivai, orti forestali li chiamavamo, ubicati in località distinte per clima e altitudine al fine di poter procedere nel lavoro di semina e di rimboschimento in armonia con la stagione meteorologica. I semi venivano dalle foreste della Val di Fiemme che, dicono gli esperti, sono le più belle e danno il migliore legname delle Alpi.
Un abete rosso associato a piante di larice.
Quello del piantar piantine e del recupero dei materiali bellici è stato il principale lavoro della nostra gente per molti anni; ma tante volte, anzi sempre, scavando le piccole buche per il rimboschimento, assieme alla terra e ai sassi uscivano cartucce, bombe inesplose, resti di caduti perché ovunque era stato campo di battaglia.
Ora, a distanza di settant'anni, ci si rende conto che fu errore impiantare boschi puri di peccio: la monospecie e la coetaneità hanno un equilibrio molto fragile perché parassiti di ogni genere, malattie fungine, insetti e inclemenze stagionali possono in breve tempo rendere vani lavoro e capitale. Ma allora si trattava di ricostruire in fretta la foresta distrutta e di coprire cosi i vistosi disastri della guerra.
La pigna dell'abete rosso in primavera.
Anche nel mio brolo, assieme ad altre diverse specie d'alberi di alto fusto, ci sono i pecci: crescono rigogliosi tanto che ormai, anche se sono nel terreno più in basso, mi riducono lo sguardo sul paesaggio. Quand'erano ancora piccoli, mi era molto comodo raccogliere da loro gli sciami delle mie api; poi, quindici anni fa, vennero i fringuelli a fare i nidi tra i loro rami a ogni primavera (che regolarmente, alla schiusa, le cornacchie distruggevano anche se restavo all'erta); quest'anno una coppia di tordi è stata scacciata da una coppia di cesene che ora, mentre scrivo, porta vermi e larve ai nidiacei che, sgraziatamente, stridono.
Il peccio resta pur sempre l'albero per eccellenza delle nostre foreste alpine, e da lui hanno tratto da vivere
tante famiglie di montanari che dal suo legno ricavavano oggetti che poi venivano commerciati in paesi anche lontani. Fino alla scoperta e all'uso della plastica, attorno alle case delle nostre contrade c'erano sempre castelli di assicelle o doghe messe a essiccare al sole, e poi da queste, quando il lupo mangiava l'inverno, si ricavavano mastelli, secchie, tini, fasce per il formaggio, scatole di varie misure per le farmacie e gli orefici.
Rari pecci con particolari caratteristiche (denudati dalla corteccia mostrano delle piccole verruche regolarmente distribuite lungo il tronco) venivano e vengono chiamati alberi di risonanza e abbattuti, stagionati e segati in maniera accurata e seguendo le fasi lunari (l'abbattimento deve essere fatto subito dopo il plenilunio e, dopo qualche anno, il tronco segato in luna calante perché così il legno, materiale vivissimo, risulta più stabile). Di queste assi così ottenute i liutai si servono per costruire le casse degli strumenti a corda.
La foresta pura di peccio è uniforme, cupa, qualche volta priva di sottobosco o con sottobosco povero. Gli alberi si alzano diritti come colonne e la luce filtra tra loro creando forti contrasti come in una cattedrale gotica. D'inverno, a volte, la neve rimane sospesa sui rami per più giorni e quando scivola al suolo crea delle trincee attorno ai tronchi. Le abbondanti nevicate primaverili accumulano grande quantità di neve pesante sulle cime uniformi del bosco e se a queste nevicate si accompagna forte vento, il fenomeno provoca grandi schianti di tronchi e sradicamenti, con rumori violenti e improvvisi, boati, scrosci e nuvole di neve. E chi passerà per una strada forestale o per una mulattiera in tali momenti, proverà profonda emozione e anche spavento.
Il peccio, della famiglia delle Pinacce, da molti, e non solo dai cittadini sprovveduti, erroneamente è chiamato pino. Ma altri alberi sono i pini. Questo peccio, o abete rosso, è albero di primaria grandezza, alto, talvolta, più di quaranta metri; è longevo tanto che in alcune foreste ancora intatte se ne possono trovare di quattro-cinque secoli d'età. I rami sono disposti a piramide con le estremità rivolte verso l'alto. Nelle quote più alte o nelle regioni del Nord assumono forma colonnare perché dalla neve e per lungo tempo i loro rami vengono schiacciati contro il tronco. La corteccia è rossastra e a piccole squame, invecchiando si fessura e si dispone a placche. Le foglie aghiformi lunghe due-tre centimetri sono disposte tutt'intorno ai ramuli; i fiori maschili, sui rami più giovani, sono amenti giallo-rossastri; i femminili di un bel colore rosso vivo. Gli strobili sono penduli, lunghi anche venti centimetri e cadono al suolo prima di aprirsi. (Ma gli scoiattoli comodamente seduti tra i rami amano desquamarli per mangiarne i semi e a terra lasciano cadere il torsolo nodo). I semi sono bruni e grandi come un grano di miglio, con un'ala lunga quindici millimetri.
Quest'albero ama la luce, i terreni sciolti e acidi; forma anche boschi misti con il faggio e l'abete bianco e, nelle quote più alte, con il larice. Riveste le montagne tra gli ottocento e i duemila metri ed è specie tipicamente boreale in quanto la sua distribuzione va dalle Alpi alle montagne più alte della Grecia, dalla Transilvania alla Scandinavia fin oltre il Circolo Polare.
Narrano i poeti greci e latini che il peccio era albero pronubo e sacro a Imeneo perché dal suo legno resinoso si ricavavano le tede per illuminare il talamo nuziale.
L'abete bianco, Abies alha Mih, è pure un grande e maestoso albero che può raggiungere i cinquanta metri d'altezza e superare i quattro di circonferenza, come il bellissimo Avez del prinzep (Abete del principe) in quel di Lavarone, alla cui ombra amava sostare Sigmund Freud e che certamente è stato ammirato anche da Robert Musil. Il portamento dell'abete è eretto, il fusto diritto e cilindrico; la chioma è slanciata ma con gli anni, o con i secoli, assume la forma « a nido di cicogna ». I1 suo colore è verde intenso con i riflessi d'argento dovuti alle pagine inferiori delle foglie aghiformi, appiattite e persistenti, disposte a pettine su un solo piano ai lati del ramulo che le porta. La corteccia è liscia e argentea, con bolle resinose; con il tempo si screpola a placche e s'inscurisce come in tutti gli alberi. I rami principali sono robusti e fitti, a palchi. Come il peccio è albero monoico; i fiori compaiono in primavera, i maschili, sulla parte medio bassa della chioma, sono di colore giallastro; i femminili, sui rami più alti, sono rossoviolacei. Gli strobili, lunghi anche dieci centimetri o più, sono prima verdi e poi bruni, portati verso l'alto.
Il suo areale comprende l'Europa centro-orientale, ma alcune razze di abete bianco si trovano persino in Marocco, in Calabria, in Sicilia, nella Grecia e sulle rive del Mar Nero. Sulle Alpi si spinge sino ai limiti della vegetazione forestale' e lo troviamo di solito consociato con l'abete rosso e il faggio; ama i climi umidi e piovosi. Il suo legno è bianco ma tendente al giallino 0 al rosato, con gli anelli di crescita ben distinti.
I tronchi più belli e alti venivano usati per le alberature delle navi a vela, ma anche nelle armature e nelle capriate di certo impegno perché robusti e forti. Invece le tavole per falegnameria sono meno pregiate di quelle che si ottengono dal peccio.
La corteccia di abete bianco, ricca di tannino, macinata e ridotta in polvere, fino agli inizi di questo secolo veniva usata dai miei conterranei per conciare i pellami.
Quando gli uomini vivevano con la natura, nel tempo dell'anno che il Sole ritornava a salire nel cielo, sentivano di dover festeggiare il grande avvenimento adornando un abete nella foresta e, nella radura luminosa, con danze e canti si rallegravano nel cuore. Poi, dal Paese dove il mare non gelava mai, un giorno arrivarono alcuni uomini ad annunciare la grande novella: era nato Uno che portava la luce. La luce dentro di noi, non fuori di noi. Così per festeggiare quest'Uomo unirono la sua nascita alla festa del Sole.
Da allora si diffuse la tradizione dell'albero di natale che oggi ambientalisti e verdi vorrebbero far morire. La loro ragione, molto emotiva e poco razionale, è che migliaia se non milioni di abeti vengono così sacrificati, che boschi vengono distrutti con grave danno ecologico. E si indignano. Ma le cose non stanno cosi. Intanto si può subito dire che dove per cosi tanto tempo questa tradizione è viva e viene praticata, i boschi non sono affatto scomparsi. Nei Paesi del Nord Europa le foreste di conifere coprono ancora grandi estensioni di quei territori, ed è da credere che le superfici boscate sono aumentate. Ben altre sono le minacce alla loro vita! Da noi invece, per i boschi delle nostre montagne, si deve dire che non saranno certo gli alberi di natale a stravolgere l'ambiente. E mi spiego.
Gli alberi che vediamo vendere agli angoli delle piazze cittadine hanno verso la punta un sigillo del Corpo Forestale che ne garantisce la provenienza. Per lo più vengono da coltivazioni apposite, poste su terreni abbandonati che qualche montanaro coltiva per avere ogni otto-dieci anni una entrata extra per il suo magro vivere. Vengono pure utilizzati per alberi natalizi i cimali degli abeti tagliati nel bosco per necessità colturali.
Si sa che la migliore foresta, la più utile all'uomo sotto ogni aspetto, non è la foresta vergine o quella abbandonata a se stessa, ma quella mista, disetanea e coltivata. Lo dicono da tempo l'esperienza e gli studiosi che tutta la vita hanno dedicato al bosco; e per coltivarlo, per avere i benefici, bisogna appunto tagliare o agevolare lo sviluppo. La foresta ci deve dare legname da opera e da carta, legna per riscaldarci. E anche alberi di natale per ricordare il ritorno del Sole e la nascita di Cristo.
Qui, al confine con il mio brolo, c'è un pascolo ai margini del bosco. Nel corso degli anni ho potuto constatare come va cambiando nell'aspetto. Un tempo vi pascolavano nove vacche; poi è stato abbandonato. Ha incominciato a coprirsi di cardi, di cespugli di ginepro, rosa canina e crespino. Tra questi cespugli sono comparsi dei piccoli abeti e qualche frassino. Qualche anno fa il contadino ha voluto riprendere l'allevamento e al posto delle dieci vacche, sullo stesso pascolo, non può tenere più di sette vitelle: hanno trovato poca erba e cosi ha dovuto decespugliare e ripulire l'area.
Ma intanto sono anche cresciuti gli alberi che con la loro ombra e con il loro sviluppo hanno ancora ridotto il pascolo. Ora, proprio in questi giorni di dicembre, il proprietario ha avuto dal Corpo Forestale l'autorizzazione a tagliare qualche centinaio di alberelli al fine di far crescere l erba per alimentare le vitelle. Questi alberelli diventeranno alberi di natale per voi che vivete in città e questa Operazione non la trovo per niente antiecologica.
A conferma di questo, proprio l'altro giorno un agronomo Rettore d'Università, mi diceva come, a causa dell'abbandono della montagna, anno dopo anno aumenti notevolmente la superficie boscata delle nostre Alpi, Prealpi e Appennini
Non preoccupatevi, quindi, amici ecologisti e verdi, per gli alberi di natale che vedrete vendere nelle vostre città: hanno lo stesso valore morale dei fiori nelle fiorerie. E a coloro che verranno a trascorrere le vacanze natalizie e di fine anno in montagna, vorrei solo dire di non essere loro ad andare nel bosco a tagliarsi l'albero di natale, che si potrebbero fare danno, oltre al furto. E poi sotto quell'abete che rallegrerà le nostre case non mettiamo solo doni costosi, inutili o diseducativi per i nostri ragazzi, ma assieme a qualche libro anche qualcosa per la ricerca sul cancro, o per i vecchi del ricovero.
“Arboreto Salvatico”
Einaudi, Torino, 1996

10 maggio 2020

Il bottaccio, la grande vasca che riusciva a mettere in moto anche i mulini serviti dai torrentelli più poveri d'acqua

Il dimenticato bottaccio era un grande vascone ad accumulo che serviva per contrastare la scarsità d'acqua. Era un dispositivo efficace, anche se lento.
Una canalizzazione in legno che conduce l'acqua alla ruota a pale.
Nelle Alpi l'acqua non mancava e i torrenti, spesso vigorosi, buttavano acqua tutto l'anno. Un territorio adattissimo agli impianti idraulici, che fossero mulini oppure segherie o gualcherie.
Diversa era invece la situazione negli Appennini, dove in molti casi il filo d'acqua dei torrentelli minori proprio non ce la faceva a far girare una ruota a pale.
👉Si ricorreva allora al "bottaccio", un piccolo bacino artificiale creato per raccogliere la vena d'acqua in un vascone e usarla poi per dare moto alla ruota idraulica.
👉Con il sistema del bottaccio il mulino funzionava a intermittenza: il lento caricamento del vascone avveniva a mulino fermo mentre la macinatura delle granaglie portava allo svuotamento del vascone...
bottazzo
I territori carsici delle prealpi orientali erano uno delle poche località alpine in cui, a causa della natura del terreno e delle magre stagionali, si ricorreva al bottaccio. E' il caso del torrente Rosandra, le cui acque scorrono nell'omonima valle del Carso triestino e alimentano la città di Trieste. Si noti che nel minuscolo insediamento di Bottazzo erano in funzione ben cinque mulini.


4 febbraio 2020

Una veneziana paleoindustriale in Val Venosta

C'è stata un'epoca di transizione fra le tecniche medioevali (dove anche ingranaggi e ruote dentate erano di legno) e le nuove tecniche meccaniche introdotte dalla Rivoluzione Industriale (basate sul ferro).
Segheria veneziana
La segheria accanto alla Malander Alm, a quota 1.800 metri sfrutta una ruota "per di
sotto", lo schema costruttivo migliore (se il flusso d'acqua era costante e abbondante).
Pur rimanendo fedeli all'architettura generale e all'acqua corrente come fonte energetica, alcune segherie veneziane sostituirono diverse delle loro componenti meccaniche in legno con la più robusta, durevole, affidabile e precisa componentistica in ferro che era possibile acquistare nelle officine del fondovalle.
A queste quote la mutazione avvenne nel secondo dopoguerra, diciamo negli anni del boom economico italiano.
Il passo successivo sarebbe stato quello del trasporto a valle dei tronchi, dove venivano lavorati nelle nuove, grandi ed efficienti segherie elettriche.
👉Un esempio di segheria veneziana "paleoindustriale" lo si trova nella Schlandrauntal/Val di Silandro (una valle laterale sinistra della Val Venosta), lungo  quella che fu la via di collegamento usata dagli antichi coloni medioevali per recarsi in Val Senales partendo appunto dalla Val Venosta.
Oggi questi posti sono dimenticati dai più, e vengono frequentati solo da chi ci abita, mentre restano estranei ai grandi flussi turistici.
Segheria veneziana
Le piccole dimensioni della ruota per di sotto non devono trarre in inganno. Mossa da un flusso d'acqua abbondante e costante, la piccola ruota assicurava un taglio veloce e senza intoppi.
Segheria veneziana
Mentre il carrello di trasporto e taglio era sempre in legno, la "rivoluzione industriale" riguardò il cuore della segheria, ossia il motore e in particolare il meccanismo biella-manovella. Per chi desideri visitarla, questo è il link.

26 dicembre 2016

Il "canal dele bore" sopra Forno, in Val di Fiemme

Ne sono rimasti solo alcuni brevi tratti, il resto è andato perduto, spazzato via dalle violente botte d'acqua che hanno squassato la Valsorda.
canal dele bore
Nel 1985 il canal dele bore di Forno è ancora ben conservato e il rivestimento di
superficie appare integro, ancora adatto al trasporto a valle dei tronchi.
Anche questa stretta valletta che dell'anfiteatro del Latemar scende diretta e ripida nella Val di Fiemme ha sofferto dei cambiamenti climatici.
La vittima principale è stato proprio il lungo canaletto rivestito di pietra che i boscaioli usavano per calare a valle i tronchi d'albero della Ma-gnifica Comunità di Fiemme.
Era uno dei tanti "canai dele bore" che un tempo segnavano i fianchi delle nostre montagne.
👉 Le bore erano sezioni di tronco lunghe sui quattro metri e viaggia-vano rapidi nella canaletta, che nei mesi invernali si trasformava in una vera pista da bob.
In tal modo si risparmiava un bel po' di fatica e i boscaioli portavano a termine il loro lavoro molto più in fretta.
canal dele bore
Anche nel 1989 il canal dele bore (che veniva anche chiamato cava dele bore) si
mantiene ben conservato. I guadi del torrente avvenivano grazie a tronchi messi
l'uno sull'altro formando una sezione ad "U".
👉 Costruire queste canalizzazioni era faccenda lunga e complicata, che veniva portata a termine nell'arco di più generazioni. Andava innanzitutto tracciato il percorso e poi scavare un fossato largo e profondo. I fianchi e il fondo andavano lastricati di pietre bene assestate le uno contro le altre e bisognava curare che la superficie esterna fosse la più omogenea e liscia possibile. Solo così sarebbe stato possibile far scivolare le bore con la neces-saria scorrevolezza. La canaletta era sottoposta a note-voli sollecitazioni e per sopportare il continuo passaggio e gli urti delle bore lanciate verso valle gli strati di lastricato dovevano essere più d'uno, specialmente sul lato ester-no delle curve.
👉 Anche se facilitata dai canai, il lavoro nei boschi rimaneva co-munque una delle attività più fa-
canal dele bore
Nel 2016 il tracciato dell'antico canale sopravvive solo in alto, dove la valle si allarga
e dove un tempo iniziava la lunga corsa dei tronchi lungo la pista che li accompagna-
va a valle, vincendo un salto di ben 400 metri. Ma è ormai ricoperto dalle foglie e dal
muschio, segno di completo abbandono.
ticose e anche molto pericolosa. Bastava infatti una piccola distra-zione e si finiva schiacciati dai tronchi.
Incidenti più o meno gravi erano all'ordine del giorno e "ai tempi" non c'era certo il 118, nè altra possibilità di aiuto, senza contare che fino a tutto l'Ottocento la medi-cina moderna semplice-mente ancora non esisteva e la minima ferita poteva facilmente infettarsi e andare in cancrena. Ancora oggi è possibile vedere altarini ed edicole che comme-morano le "morti bianche" dei boschi. Si faceva affidamento sulla buona sorte e sulla robusta tempra della gente delle "terre alte".
👉 Della famiglia dei "canai de le bore" fa parte anche l'ardita Calà del Sasso, quei 4.444 gradini affiancati dalla canaletta selciata che scendevano dall'alti-piano di Asiago fino a Valstagna, in Valsu-gana, dove i tronchi venivano affi-date alle acque del Brenta e proseguivano il loro viaggio verso i cantieri veneziani.

15 febbraio 2016

Le segherie ad acqua della Val di Sole

Quattro veneziane restaurate e rimesse in funzione, tutte visitabili nei mesi estivi.
Il blog 4passiinvaldisole ha censito le quattro antiche segherie ad acqua ancora pre-
senti in Val di Sole. Sono tutte del modello veneziano, che si affermò per la sua ele-
vata produttività e perchè un solo addetto (il "segantino") era sufficiente.
Sono la segheria dei Braghje, a Rabbi Fonti, e la vicina segheria dei Bègoi che sfruttano le acque del torrente Rabbies; la segheria dei Molini appena fuori l'abitato di Malè alimentata dal Noce: quella di Dimaro lungo il torrente Meledrio e infine quella di Ortisè che sfrutta le acque del Rio Valletta.
Tutti e quattro gli impianti sono stati restaurati, due a cura del Parco Nazionale dello Stelvio e due da parte delle amministrazioni locali.
In "4passiinvaldisole" ci sono tutti i link che servono per andare a visitarle...

5 novembre 2014

Segheria veneziana e segheria augustana

Intorno al 1500-1600 si affermano due modelli principali di segheria idraulica, la segheria veneziana e quella augustana.
segheria veneziana
La ruota per di sotto di piccolo diametro ad alta velocità di rotazione muoveva il
telaio con la sega senza usare ingranaggi di moltiplicazione, semplicemente con
un meccanismo biella-manovella che trasformava la rotazione della ruota in un
movimento rettilineo alternativo (un ciclo di va-e-vieni per ogni giro della ruota).
La segheria veneziana era mossa da una ruota idraulica a pale di piccole dimensioni, alimentata per di sotto e direttamente collegata al sistema biella-manovella che trasformava il movimento rotatorio della ruota nel movimento alternativo di va-e-vieni richiesto dalla segagione.
segheria veneziana
Con lo schema veneziano si eliminavano gli elevati attriti provocati dai denti degli
ingranaggi usati nel tipo augustano ma, per contro, per assicurare una elevata velocità
di rotazione mantenendo una sufficiente forza di taglio era necessario un flusso di
acqua più abbondante. Sopravvivono esempi di segherie veneziane restaurate in Val
d'Ultimo, a Caoria (nel Primiero), etc.
La veneziana era il prodotto di un ambiente tecnologico avanzato, quello della Repubblica di Venezia, che organizzava in modo efficiente un settore di importanza strategica come quello della lavorazione e del commercio del legname, un ambito nel quale la città lagunare rivestiva un ruolo di assoluto rilievo, almeno fino al XVII secolo.
👉Sul principio di funzionamento di questa macchina si è basata tutta la generazione di segherie che utilizzavano il sistema biella-manovella in opposizione al sistema a peso, tipico delle segherie augustane.
La loro grande diffusione e la loro tenace persistenza, che si protrasse fino agli anni '60 del Novecento, si spiegano con la straordinaria efficienza assicurata da una ruota di piccolo diametro che gira molto velocemente (2-3 giri al secondo) e non perde forza a causa degli elevati attriti di ingranaggi (in legno) di reindirizzamento del moto.
I libri di storia della tecnologia non riconoscono la rilevanza del modello di sfruttamento dell’energia idraulica proposta dalla piccola ruota della sega alla veneziana.

14 novembre 2013

La veneziana della Ultental/Val d'Ultimo

La Lahnersäge, realizzata nel 1873 e attiva per oltre un secolo, era di proprietà di una comunione d’interessi composta da 36 contadini di St. Gertraud/Santa Geltrude.
La Lahnersäge (restaurata a cura del Parco Nazionale dello Stelvio)
era dotata di un doppio canale di adduzione che alimentava una
coppia di ruote per di sotto ad alta velocità. Era dunque una sorta
di "doppia veneziana".
Questa valle stretta e lunga è storicamente legata allo sfruttamento delle risorse forestali e idriche, tanto che oggi ospita ben sei laghi artificiali e cinque centrali idroelettriche.
Fu proprio la realizzazione di questi impianti negli anni della ricostruzione postbellica a provocare la riduzione della portata dei torrenti che a sua volta, a cascata, fece inevitabilmente cessare le attività di fluitazione e segagione idraulica del legname. In quegli anni si costruirono nuove strade forestali, altro fattore che spostò nei più grandi e moderni impianti del fondovalle la lavorazione dei tronchi, secondo uno schema che si ripetè un po' dappertutto sull'onda della motorizzazione e del boom economico del dopoguerra.
La sua particolarità è nel deflusso dell'acqua ad impianto spento, affidato a due canali separati. Doppia è anche la ruota motrice, composta da due ruote del tipo "per di sotto" affiancate fra loro.
Lo schema costruttivo è quello classico: canale di alimentazione, ruota idraulica, ingranaggi demoltiplicatori a rocchetto-pignone, lama a movimento alternato verticale. Come di consueto, il sistema d'avanzamento del tronco è sincronizzato con il movimento verticale della lama che ha la dentatura rivolta in basso e quindi taglia nel movimento di discesa, invece il carro avanza solo quando la lama si muove in ritorno (in salita) e quindi non taglia.
A sinistra con l'impianto a riposo. Al centro la segheria in azione, con il flusso d'acqua che colpisce la coppia di pale gemelle dal di sotto. A destra: negli ultimi decenni di attività alcuni ingranaggi e rinvii (prima interamente in legno) sono stati sostituiti da coppie di pulegge e cinghie in cuoio, tipica soluzione costruttiva della prima Rivoluzione Industriale.
Le antiche segherie ad acqua, introdotte nell'arco alpino dalla Repubblica di Venezia (sempre affamata di legname) prolungarono la loro attività fino agli anni Settanta. 

23 marzo 2013

Il taglio e il trasporto a valle dei tronchi

Il taglio del bosco veniva fatto interamente a mano, un lavoro pesante e pericoloso che faceva affidamento sulla forza fisica e sull'esperienza. lavori_stagionali
Una scure da abbattimento e un rampino da boscaiolo conservati presso il
"Museo provinciale degli usi e costumi" di Dietenheim-Teodone (Bolzano).
Un tempo gli alberi venivano abbattuti con la scure di abbattimento. Il taglio era effettuato molto in basso, vicino al terreno. Poi con seghe e con la roncola si tagliavano i rami e con lo scortecciatoio veniva tolta la corteccia.
Dopo il taglio dei grandi alberi d'alto fusto e la loro sramatura, gli spezzoni di tronco (bore in trentino) dovevano essere portate a valle attraverso il bosco, un'impresa impossibile da fare completamente a mano.
Segoni a due mani per il taglio del fusto e la sua riduzione in bore. A sinistra
e al centro due scuri, a destra uno strumento per scortecciare i tronchi.
foto  tratta dal sito del "Museo del Legno" di Coredo (Trento)
👉L'ingegno e il lavoro di generazioni aveva dato vita a soluzioni in grado di rendere più agevole l'impresa.
C'erano, a seconda delle zone e delle situazioni locali, metodi differenti per facilitare questa "discesa" altrimenti praticamente impossibile da realizzare.
Ripidi percorsi a tornanti, lastricati in pietra e concavi nella mezzaria lungo i quali i boscaioli si servivano di attrezzi con manico di legno e rampino di ferro per "avviare" la bora e controllarne la discesa, aiutandola nell'inversione di direzione ad ogni tornante.
La "Calà del Sasso" usata per portare legname di Asiago dall'altipiano
alla sottostante Valsugana, dove proseguiva per fluitazione sul Brenta.
Altre volte l'infrastruttura era parzialmente in legno, sorta di "canalizzazione" fatta con grossi tronchi di larice e grosse assi che guidavano la bora contenendola al proprio interno. In questo caso l'inversione del moto ai tornanti avveniva con un ramo morto in contropendenza, in cui la bora si fermava per inerzia. Il rampino del boscaiolo provvedeva poi a riavviarla verso il basso. E' il caso della vecchia "Cava delle bore" presso Forni di Fassa, all'imbocco della Valsorda, in funzione fino al 1940.
Il trasporto a valle si faceva d'inverno; il canale veniva riempito di neve per poi essere bagnato e lasciato gelare. Il condotto diventava molto scivoloso e garantiva lo scivolamento dei tronchi dalle alte quote fino al fondovalle con relativa facilità. Le bore venivano poi caricate su slitònisloizàti e qualora la strada fosse stata troppo ripida veniva agganciati al traino delle zavorre frenanti (cùbia de bòre). Sul terreno senza neve il legname veniva trasportato su carri (i termini dialettali si riferiscono all'area trentina).
Squadra di boscaioli al lavoro con i rampini e traino invernale su strada forestale.

9 ottobre 2012

Le mansioni del segantino

La segheria veneziana era azionata e seguita da una sola persona, che si occupava dell'intero processo produttivo.
I tronchi erano già stati accatastati nel modo giusto dal personale che s'era occupato del trasporto. Il segantino ne faceva rotolare uno fin sotto la tettoia, dove veniva intestato, cioè privato delle due estremità sporche di terriccio e rovinate dal trasporto a strascico.
Veniva poi fatto rotolare sul carrello e saldamente fissato mediante cunei. A questo punto il segantino dava potenza, cioè spostava il getto del canale d'acqua in modo che colpisse la ruota a pale, cosa che metteva in movimento tutto il meccanismo che azionava alla lama dentata posizionata in verticale alla testata del tronco. Restava solo da azionare il meccanismo a freno e scappamento che faceva avanzare il tronco contro la lama dentata. 
Negli impianti di costruzione recente (come quello di Valzanca di Caorìa, nel Primiero-Vanoi trentino, che risale al 1800) si procedeva non solo al taglio delle assi ma anche alla loro rifilatura, che avveniva tramite una sega circolare azionata anch'essa dalla forza dell'acqua. Si parla, in questo caso, di segheria "a due stadi".




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xxx
Lavorando 10-12 ore al giorno, il segantino riduceva in assi da opera circa 5 metri cubi di abete o pino, che erano le essenze legnose più tenere ed usate.
La stima vale per impianti standard, come quello della segheria di Valzanca, qui illustrata, che era alimentata da un flusso d'acqua di 120 litri al secondo e che sviluppava una potenza di 5 Kilowatt (circa 7 cavalli-vapore).
Soluzioni meccaniche d'altro tipo potevano portare a valori diversi, ma non di molto.

Il video a lato è stato realizzato dallo studio multimediale Carlo Bazan di Volpago del Montello (Treviso).

7 agosto 2012

Valzanca di Caoria: un esempio di segheria "veneziana"

Viene costruita nel 1870 dal proprietario del fondo su cui sorge, Crisanto Orsingher, probabile titolare dei diritti di derivazione delle acque.
Il canale dell'acqua e l'edificio che nel suo aspetto attuale ricalca quello
che aveva prima della dismissione, avvenuta nel 1952.
Anche se viene costruita in età industriale, lo schema generale e i principi di funzionamento sono ancora quelli degli impianti medioevali; del resto le tecniche della civiltà contadina sono sopravvissute nelle valli alpine sino al secondo dopoguerra.
Dopo un incendio viene ricostruita nel 1881. In quegli anni il Comune costruisce una strada che la collega al fondovalle ed infine, nel 1907, acquista la segheria dagli eredi Orsingher.
L'altro lato, con i tronchi da lavorare allineati sullo scivolo di ingresso.
Negli anni successivi alla prima guerra mondiale la segheria, seriamente danneggiata dagli eventi bellici, viene ricostruita e ingrandita.
Il Comune acquisisce i diritti di derivazione dalla Stato italiano nel 1931.
Negli anni '40 e '50 i vecchi meccanismi di trasmissione del moto (che erano a ruote dentate in legno) vengono sostituiti con i più moderni sistemi a cinghie in cuoio e pulegge in ferro.
Un tentativo di montare un motore elettrico, però, fallisce.
Così nel 1952 cessa la produzione, che viene spostata in un impianto nel paese di Caoria. Ridotta ormai a rudere, viene recuperata e rimessa in funzione a cura dell'ente Parco che ne rimette in funzione i meccanismi. Oggi è funzionante (a scopo dimostrativo) e visitabile.
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Il canale di derivazione dell'acqua. Il "rubinetto" è costituito dalla paratia verticale azionata dalla leva in legno. La ruota era del tipo per di sopra ed era alimentata da un flusso di 120 litri al secondo e forniva una potenza di 5 Kilowatt (7 Cavalli Vapore).