3 luglio 2026

Il bilanciere per portare a spalla i secchi dell'acqua

Serviva per per portare a spalla i secchi dell'acqua, che da pieni arrivavano a pesare fino a quindici chili l'uno.
Il bilanciere era un bastone di legno appositamente curvato per favorire l'equilibrio tra i due carichi appesi alle sue estremità.
Prima dell'arrivo dell'acqua corrente il trasporto dell'acqua in casa e nelle stalle fa-
ceva parte delle incombenze quotidiane, ed era uno dei compiti faticosi di cui si oc-
cupavano le donne.

Doveva essere leggero ed elastico (per flettersi assecondando il passo del portatore senza spezzarsi sotto il carico dei secchi pieni).
👉Nella tradizione alpina il legno più utilizzato era il frassino per la sua straordinaria elasticità e la sua ottima resistenza meccanica, doti che lo rendevano perfetto per sopportare continue flessioni. Per bilancieri più leggeri o di emergenza si utilizzavano il nocciolo e il salice, per la loro facilità di lavorazione e alla flessibilità dei loro rami giovani. L'abete o il larice non erano molto adatti ma venivano talvolta usati per ragioni di pura reperibilità locale, sebbene meno elastici e più soggetti a spaccature rispetto al frassino.
Donne al lavatoio pubblico per prendere l'acqua in  Cadore.
👉La forma del bilanciere era il risultato di secoli di ottimizzazione ergonomica ed era caratterizzato dall'incavo centrale. Il bastone (lungo solitamente tra i 110 e i 130 cm) presentava una curvatura o una svasatura centrale appositamente sagomata per adattarsi alla forma del collo e delle spalle del portatore e distribuire la pressione in modo uniforme.
Le due estremità erano ricurve: i due bracci del bilanciere tendevano leggermente verso il basso. Alle estremità erano intagliate delle profonde tacche (incavi) o erano fissati dei ganci e delle catenelle (o corde).
Un campionario di tacche per appendere il sec-
chio al corpo del bilanciere.
I manici dei secchi venivano agganciati direttamente al delle tacche. Il baricentro dei secchi rimanesse basso, riducendo così le oscillazioni laterali. Durante il cammino, il portatore teneva spesso le mani appoggiate vicino ai secchi o sul bilanciere stesso, non per sollevare il peso, ma per frenare il movimento ondulatorio dell'acqua ed evitare che traboccasse.
👉I più diffusi termini locali trentini e tirolesi sono:
Bigól (o Bigol): è il termine più diffuso e comune in molte valli trentine (dalla Valsugana al Vanoi, fino alle valli occidentali). Deriva direttamente dalla tradizione veneta (dove il termine indica il giogo per i secchi) ed è imparentato con il latino bi-colum (oggetto a due colli/estremità).
Trage: diffusissimo termine dialettale tirolese legato al verbo tragen (portare). Spesso combinato in forme locali per indicare specificamente il trasporto a spalla di pesi paralleli. Wasserjoch (o anche Tragjoch): letteralmente "giogo dell'acqua" è invece il termine tedesco più descrittivo. Il concetto è lo stesso del giogo dei buoi (Ochsenjoch), ovvero uno strumento per ripartire lo sforzo di trazione o carico.
In alcune zone del Tirolo storico, al Wasserjoch venivano agganciate delle cinghie o corde dotate di particolari anelli in legno (Holzösen) che permettevano di regolare rapidamente l'altezza dei secchi da terra in base alla statura di chi attingeva l'acqua alla fontana del paese.


24 maggio 2026

La fredda camera da letto dei masi di montagna

Nelle  camere da letto dei masi si dormiva al freddo (ma sotto il piumino del protettivo "letto tedesco").
La camera da letto padronale del Ruaner Hof, il grande maso a corpo unito della Val Sarentino ricostruito nel museo di Dietenheim/Teodone (Brunico). C'è anche un lettino per infante. Sul lettone troneggia un accessorio di lusso: lo scaldaletto di rame.

La camera da letto del piccolo maso Beim Tennign, un piccolo a corpo unito della
Val Aurina, anch'esso ricostruito integralmente nel museo all'aperto di Dietenheim/
/Teodone. L'arredo delle stanze da letto prevedeva la presenza di cassapanche per
conservare la biancheria o altri oggetti personali, utili anche come piani d'appoggio.
Il letto tedesco non utilizza il lenzuolo superiore (lenzuolo piano). Perciò ci si copre direttamente con il piumino, inserito in un copripiumino che veniva lavato regolarmente. In origine, prima dell'introduzione di reti metalliche più moderne, la base del letto era costituita da assi di legno su cui veniva posizionato il giaciglio. Il "materasso" tradizionale era spesso un sacco di tela riempito di paglia o fieno.
👉Non ho notizie sull'uso di scaldaletto a braciere nei masi (forse per l'alto rischio di incendi nelle costruzioni basate sul legno?), che era invece un accessorio diffuso nelle terre alte di cultura latina. Nè ho notizie relative al vaso da notte.
👉Anche quando le stanze da letto erano situate sopra la Stube, e il passaggio del calore da sotto a sopra era aiutato da piccole a aperture a seracinesca, le camere da letto erano comunque dei locali freddi perchè privi di un punto-fuoco ed esposti agli spifferi invernali. Sempre in tema di lotta al freddo, a volte, raramente in realtà, si ricorreva anche alle "cassettone da notte" che rimase però una soluzione più diffusa nei paesi nordeuropei che nell'arco alpino.

12 maggio 2026

"L'alimentazione contadina alpina" - in un libro

Ed è un libro che piacerà molto agli escursionisti consapevoli: a chi, camminando tra i resti di antichi terrazzamenti e baite, vuole visualizzare la vita quotidiana che pulsava nelle terre alte.
Il libro "L'alimentazione contadina alpina. Produzione e con-
sumo alimentare nella montagna lombarda  (1800-1960)
" di
Michele Corti (ed. Festivalpastoralismo, 2026) esplora l'evo-
luzione della dieta rurale alpina dall'arrivo della patata (nel
1800) alla fuga dalla montagna (dopo la WW1). Il testo di
oltre 400 pagine, arricchito da foto storiche,  mostra la tran-
sizione dalla sussistenza (segale, orzo, polenta) alla moder-
nizzazione che portò all'abbandono delle terre alte.
Un libro adatto non solo agli appassionati di storia locale e tradizioni, agli antropologi e ai sociologi del cibo ma anche agli escursionisti consapevoli: per chi, camminando tra i resti di antichi terrazzamenti o baite, vuole visualizzare la vita che pulsava in quei luoghi.
Se cerchi un libro che spieghi come mai i nostri antenati mangiavano in un certo modo e come il cibo abbia plasmato il paesaggio delle Alpi, questa è una lettura imprescindibile. Esplora il sistema alimentare delle popolazioni alpine prima dell’avvento della modernità industriale. Corti, esperto di zootecnia e profondo conoscitore della cultura rurale, descrive un'economia della sussistenza basata sulla capacità di estrarre risorse da un ambiente difficile.
👉Il lavoro di Corti smonta il mito della "dieta alpina" come idillio bucolico, ne descrive la autarchia forzata: e la dieta spesso monotona basata solo su ciò che la terra poteva offrire: non lascia spazio per il romanticismo e parla di fame, di carestie e della necessità di non sprecare nulla. Il cibo è visto come il prodotto di un equilibrio delicatissimo tra uomo e natura. Se mangiamo formaggio d'alpeggio, stiamo letteralmente mangiando "paesaggio curato dal lavoro".  Corti non nasconde una certa vena polemica verso l'omologazione alimentare moderna e la perdita dei saperi tradizionali, che non sono solo "folclore" ma strategie di sopravvivenza intelligenti.
👉Anche se il lavoro di Corti è centrato sulla fascia alpina lombarda, le sue considerazioni sono valide anche per l'intero arco alpino. Da parte mia mi limito a riprodurre l'indice del volume (sono 364 pagine corredate d foto d'epoca supportate da dati e tabelle), confidando che da solo riesca a fornire un'idea dell'ampiezza e profondità dell'indagine, che dalla abitudini alimentari contadine si allarga ad abbracciare l'intero spettro della cultura materiale delle popolazioni alpine.

22 aprile 2026

La "segosta" che sosteneva il paiolo della polenta sul fuoco

Era la catena di ferro che sosteneva il paiolo della polenta sul fuoco del fogolàr di casa. Sparita con l'arrivo della fornasèla, che tolse il fumo del fogolar dalle case.
Il paiolo di rame appeso alla segosta agganciata all'incastellatura che serviva a spostarlo senza fatica. Il tutto sopra il fuoco della cucina del maso Gwiggen che si trovava nelle Alpi di Kitzbühel (Tirolo).
Il paiolo della polenta appeso alla segosta sul fuoco del
camino di una cucina contadina.

In breve, era la catena del camino utilizzata per sostenere i paioli sul fuoco. Si trattava di una catena in ferro battuto, spesso forgiata a mano dai fabbri locali. La segosta era composta da:
1) un anello superiore che serviva per fissarla a una trave di legno o a una barra di ferro (il vòlto) posta all'interno della cappa del camino:
2) una serie di maglie che permettevano di regolarne la lunghezza;
3) un gancio finale: a forma di "S" o di uncino, a cui veniva appeso il manico del paiolo o della pentola.
👉In una sua versione maggiorata, più robusta, la segosta veniva usata anche per sostenere il grande calderone che in malga o nel caseificio si usava per la lavorazione del formaggio. In questo caso non di rado si faceva anche uso di una robusta incastellatura di legno capace di ruotare attorno al proprio asse verticale per spostare il calderone dal fuoco e consentire così un più comodo accesso al malgaro che doveva procedere alla lavorazione della cagliatura (i paioli delle malghe erano davvero grandi per cui, una volta riempiti, il loro peso diventava proibitivo).

2 aprile 2026

Le fontane pubbliche di paese avevano il lavatoio incorporato

I lavatoi pubblici erano installazioni comunitarie, infrastrutture basilari per la vita del villaggio quando ancora si viveva in abitazioni prive di acqua corrente.
La fontana pubblica era sempre completata dal lavatoio, anche nel più piccolo dei borghi. L'acqua da bere si prelevava dalla vasca più in alto il cui flusso restava aperto anche d'inverno per non ghiacciare. Le altre due servivano al lavaggio e risciacquatura dei panni: per questo si trovavano più in basso, dove venivano sempre alimentate da acqua pulita che tracimava da sopra.
Un lavatoio pubblico di paese fotografato negli anni Cinquanta in Val di Non.
Se ogni maso di montagna, in quanto entità insediativa economicamente autosufficiente, aveva una sua fonte d'acqua privata, diversa era invece situazione in cui si trovavano gli abitanti dei piccoli centri di montagna, caratterizzati da edifici vicini gli uni agli altri che condividevano le risorse idriche. Sorgente o torrente che fosse, l'acqua doveva essere messa in comune.
👉Complemento del lavatoio pubblico era l'asse per il bucato, un oggetto strettamente personale che le massaie si portavano da casa assieme ai panni da lavare. La sua larga superficie era percorsa da scanalature per renderla più ruvida e nel contempo favorire la dispersione dell'acqua sporca dopo l'energica sfregatura dei panni che vi facevano le lavandare.

10 marzo 2026

Le cittadine di fondovalle nel medioevo tirolese

Le cittadine commerciali del fondovalle avevano un impianto urbanistico detto "modulo gotico", un modello di centro urbano che veniva dalle città commerciali del centro-nord europeo.

Lo schema del modulo gotico interpretato da Google AI: gli ho chiesto di conservare qualche traccia di orto interno. Le cittadine di fondovalle si sviluppavano lungo una sola grande arteria, una via del commercio sulla quale si affacciavano i fronti-strada delle botteghe. La case erano alte e strette, per occupare poco spazio sul fronte strada, e il lotto insediativo si sviluppava verso il retro.
La via dei portici di Neumarkt/Egna oggi. Sotto il portico lo spazio antistante le bot-
teghe
destinato alla esposizione delle merci; all'esterno la strada carrabile riserva-
ta al passaggio del traffico commerciale. Oggi come allora sotto ai portici non man-
cavano le locande per i mercanti, i carrettieri e i viaggiatori. Un altro esempio di via
commerciale porticata si trova nella piccola Glurns/Glorenza, in Val Venosta.
Oltre ai castelli dei signori territoriali, ai masi dei liberi contadini di montagna, alle abbazie degli ordini monastici e ai contadini dei villaggi, il panorama socio-economico medioevale vedeva anche la presenza delle città commerciali di fondovalle: Bolzano, Merano, Bressanone, Vipiteno, ma anche Egna, Glorenza, Chiusa, tutte costruite secondo lo schema del "modulo gotico".
👉Lungo la via commerciale si affacciavano spalla a spalla i fronti-strada delle retrostanti botteghe, che potevano essere  sia commerciali che artigianali, ciascuna delle quali si sviluppava in profondità sul dietro, diciamo sul suo lungo e stretto cortile che in origine ospitava (non c'erano i frigoriferi) gli indispensabili orti, orti che poi sono stati via fagocitati dalla edificazione nel corso delle ere successive. Fino ad arrivare all'oggi, quando gli orti non ci sono quasi più, completamente fagocitati dall'espansione e dalla aggiunta delle costruzioni.
Una foto aerea della cittadina di Clausen/Chiusa con il nucleo medioevale eviden-
ziato dal rettangolo bianco. La via commerciale al centro, con le due cortine di edi-
fici "gotici" ai lati. Sul lato del fiume sono sopravvissuti fino ad oggi il cortili medio-
evali coltivati ad orto ed affacciati sul fiume Isarco. Sullo sperone roccioso l'impor-
tante Monastero di Sabiona, che fu centro di potere religioso ed economico.
👉La vita quotidiana si dipanava  giorno dopo giorno in un ecosistema urbano che sfruttava al massimo il terreno sviluppandosi in altezza e che proteggeva gli abitanti e i frequentatori dai rigori dei freddi inverni nordici. Per capire come si viveva in un modulo gotico, dobbiamo immaginare la casa non solo come un rifugio, ma come una macchina produttiva verticale. La distinzione tra "casa" e "lavoro" che abbiamo oggi non esisteva: l'edificio era un ecosistema totale.
👉Le gerarchie sociali si riflettevano nella separazione funzionale dei diversi piani.
Il piano terra (la bottega): è il cuore economico. Il fronte strada è occupato da un grande portone o da una finestra con un bancone in pietra che si apre direttamente sulla via. Qui il mastro artigiano produceva e vendeva. L'ambiente era buio, illuminato solo dalla porta aperta, e l'odore (di cuoio, farina o metallo) era dappertutto.
I portici di Merano in una vecchia foto. Ad ogni arco corrispondeva una singola bot-
tega commerciale o artigianale che si allungava sul retro del suo "modulo gotico".
Il primo piano (il "piano nobile" e di rappresentanza): salendo scale spesso ripide e strette, si arrivava alla sala principale. Qui la famiglia mangiava e riceveva gli ospiti. Era l'unico ambiente riscaldato e con finestre un po' più ampie.
I piani alti (il dormitorio): più si saliva, più gli spazi diventavano angusti e freddi. Qui dormivano i figli, i servi e gli apprendisti (che erano parte della famiglia).
Il retro (il cortile): fondamentale per la luce e l'aria. Spesso ospitava un pozzo e (nei casi migliori) una latrina e un piccolo orto o spazio per gli animali da cortile.

20 febbraio 2026

Il corno da polvere dei cacciatori "ad avancarica"

Quando le armi da fuoco erano ancora ad avancarica i cacciatori conservavano la polvere da sparo in un corno di bue chiuso da un tappo.
I corni da polvere erano contenitori portatili comodi e funzionali in quanto permettevano di trasportare la polvere da sparo in modo sicuro e di dosarla con precisione e rapidamente.
Dovevano contenere una quantità di polvere da sparo sufficiente per una giornata
di caccia; era questo il criterio di scelta della dimensione. 
I corni da polvere veni-
vano decorati con incisioni, sculture o intagli e corno poteva essere lucidato con
oli o cere per migliorarne l'aspetto e la resistenza all'acqua.
Il corno veniva innanzitutto pulito a fondo, rimuovendo ogni residuo organico. Spesso veniva bollito per facilitare la rimozione della parte interna ossea. Una volta pulito, il corno veniva essiccato accuratamente per evitare il deterioramento e la formazione di muffe.
👉L'estremità larga fungeva da bocchetta di riempimento e veniva dotata di un tappo di legno sagomato e ben adattato, spesso sigillato con cera d'api o resina per renderlo ermetico. Oppure, veniva "montata" con un fondo in legno duro, osso, ferro o ottone lavorato a coperchio.
👉L'estremità più sottile del corno fungeva da beccuccio di erogazione: era quella da cui si dosava la polvere. Poteva essere un semplice taglio diagonale per creare un'apertura, spesso chiusa con un piccolo tappo di sughero o un pezzo di legno attaccato con una cordicella. Per i corni più elaborati, si poteva incorporare un meccanismo di dosaggio in ottone o altro metallo. Questo permetteva di erogare una quantità precisa di polvere con una valvola o una levetta, rendendo il caricamento più rapido e consistente.