17 settembre 2021

Il tonco de pontesel ricetta attuale (in dialetto)

La ricetta dialettale di un piatto trentino dalle incerte origini: spezzatino di maiale col tònco de pontesél.
Lo stracotto col sugo tònco de pontesél, una delle tante varianti e accompagnamenti del tradizionale intingolo trentino.


Con gli anni la presenza di carne é via via aumentata tanto che ormai non si do-
vrebbe più parlare di "intingolo" ma piuttosto di uno stufato cotto in un intingolo
particolare, molto legato alla tradizione locale: come ad esempio descritto qui.
"Alora, per quatro che magna: dozentozinquanta grami de spezatìn de rugànt, altretanti de spezatìn de vedèl, zentozinquanta grami de spezatìn de manz, ‘na luganèga fresca, zinquanta grami de lardo, zinquanta grami de panzèta ‘nfumegàda, do cuciàri de farina, mez litro de brodo, en bicièr (grànt, no de quei per la sgnàpa) de vin bianch, sech. No l’è finìa – ve l’avèvo dìt che magari ve manca qualcòs neh… – dropè anca en cuciàr de concentrà de pomidoro, en ramèt de rosmarìn, ‘na zìgola, qualche fòia de salvia, zinque bache de zinèver, oio del nòs, buro, sal e pevèr. Gh’avè tut? Entant che metè a um tuta ‘sta roba ve spiego perché el se ciàma tonco de pontesèl.

Alòra, entànt – ma ‘l savrè – el pontesèl vegnirìa a esser el pogiòlo, el balcon. E ‘sti ani, sul pontesèl

28 agosto 2021

Le segherie veneziane nella Val di Sole

Con l'introduzione di queste segherie la forza muscolare di due o tre uomini venne sostituita dalla forza dell’acqua e un solo lavorante riusciva a portare a termine tutte le fasi di segagione del tronco.
Le segherie "veneziane" si diffusero nel territorio trentino intorno al XIII secolo introdotte dalla confinante Serenissima Repubblica di Venezia (da qui il nome). Si diffusero rapidamente perché l'acqua corrente fortunatamente non mancava. Il blog "Quattro passi in Val di Sole" ne descrive alcune in Val di Rabbi, a Malè, a Dimaro e a Ortisè.
Un tronco mentre viene ridotto in assi da opera. Foto scattata alla segheria vene-
ziana in località Valzanca di Caorìa, nel Vanoi, ossia all'altra estremità del Trentino.
In montagna le valli sono sempre molto ricche di torrenti e torrentelli, che rappresentano la forza motrice delle segherie azionate dalla ruota idraulica.
👉Nel modello "veneziano" la lavorazione del tronco, ossia la sua riduzione in assi, era molto più veloce e regolare di quella fatta a mano, ed un solo uomo era in grado di provvedere alla riduzione del tronco in assi da opera.
👉Le veneziane rimasero in attività produttiva dal Duecento fino agli inizi degli anni ’60 del Novecento quando furono sostituite da quelle elettriche.

8 agosto 2021

Il battipanni, che fu anche un iconico strumento pedagogico...

Quando non esistevano ancora gli aspirapolvere si sbattevano i panni e i tappeti con un frusta a testa larga fatta di giunco.
L'aspetto di un classico battipanni in giunco, che era leggero, flessibile e funzionale.
Un'interessante disamina dei molteplici tipi di battipanni in uso (anche pedagogico) é qui.
La vita domestica quotidiana non poteva fare a meno di questo semplice attrezzo che noi abbiamo poi "pensionato" quando sono arrivati gli aspirapolvere (per i tappeti) e le lavatrici (per i panni e la biancheria).
Questo semplice e duraturo attrezzo domestico era formato da un lungo manico flessibile che terminava in una parte larga e piatta ed era usato per battere innanzitutto i tappeti e più in generale i cuscini, i materassi, le coperte, le stuoie, gli scendiletto e molti altri oggetti di stoffa, al fine di sollevare e allontanare la polvere accumulatasi.
Le sue dimensioni standard si aggiravano attorno agli ottanta centimetri di lunghezza, con leggere variazioni legate al singolo modello.
👉Il battipanni era anche uno strumento educativo conosciuto da tutti e usati dai più: agitando in aria il battipanni si minacciavano i bambini colpevoli di qualche malefatta, da cui la minaccia "ti batto come un tappeto".
Il battipanni usato sulla neve secca, cioé molto fredda, ci permette di "estrarre" la polvere dai tappeti. Qui sono fotografati a faccia in sù, ma la passata principale va fatta a faccia in giù, in modo da spostre la polvere dalle fibre di lana alla neve.


24 luglio 2021

Il sapone: quando tutto quel che serviva veniva fatto in casa

Persino il sapone veniva prodotto in casa. Per farlo si partiva dall'olio e dalla cenere di legna...
Sempre partendo dalla cenere di legna (che serviva a produrre la lisciva) si ottenevano anche dei saponi casalinghi utilizzando olio d’oliva e la lisciva stessa.
Si trattava in pratica della versione contadina e casereccia del "sapone di Marsiglia" diffusosi in Francia e poi in durante il 1600.
La liscivia è una soluzione basica di carbonato di sodio o di potassio che ottenuta attraverso la bollitura della cenere di legno.
Era quasi "la soda caustica dei nonni" (ma la soda caustica è idrossido di sodio puro, ed è ben più aggressiva e pericolosa da maneggiare). Veniva usata per fare il bucato, come detersivo, oppure anche come materia prima per produrre in casa il sapone.
👉Per fare il sapone casalingo con la lisciva di cenere, l'olio di oliva e l'amido di riso.
  • Procuratevi 5 litri di acqua (possibilmente distillata), 2 kg di cenere750 ml di olio d’oliva50 gr di amido di riso e qualche essenza profumata a piacere.

11 luglio 2021

La grande emigrazione trentina nelle parole di Cesare Battisti

Battisti scriveva ad inizio '900, cercando di spiegare entità e radici economiche dell'ondata d'emigrazione all'estero che la crisi dell'agricoltura aveva causato sul finire dell'Ottocento.
Il frontespizio del libro di Cesare Battisti, edizione 1919.
"IMMIGRAZIONE: Nel Trentino immigrano annualmente, dalla primavera all'autunno, circa 2000 operaie bellunesi, che si dedicano alla lavorazione della terra. Vengono dal Regno inoltre quasi tutti gli operai (circa 1000) addetti alle fabbriche di cemento, calce e laterizi. Certe professioni (barbieri, sarti e in minor numero fabbri) sono esercitare quasi esclusivamente da regionali."
EMIGRAZIONE. La popolazione del Trentino ebbe nel primo sessantennio del secolo scorso un graduale aumento, corrispondente all'incremento naturale annuo della popolazione. L'emigrazione era praticata solo dalle popolazioni alpestri e in misura assai limitata. Era un' emigrazione specializzata, di pochi e non numerosi gruppi pro­fessionali, degli arrotini (moleti) di Rendena, degli spazzacamini di Val di Non o del Banale, dei calderai (paroloti) di Val di Sole, dei segatori (segantini) giudicatesi, dei carbonai di Val Vestine, ecc.. Il paese era insomma in grado di mantenere tutti i suoi figli. Ma soprav­venuto

4 luglio 2021

Le conifere di montagna raccontate da Mario Rigoni Stern: il pino cembro

⧫ larice ⧫ abete rosso ⧫ pino silvestre ⧫ pino montano e pino mugo ⧫ pino cembro ⧫
Per i due piccoli pini cembri che ho nel brolo ci vorranno molti anni perché diventino alberi ben visibili! Ma se gli uomini saranno saggi e avremo posteri, i nipoti dei miei nipoti potranno dire: «Questi cembri li aveva messi a dimora il nonno di nostro nonno».
Un pino cembro (o cirmolo) fotografato nei Lagorai (TN).
Il Pino cembro, o cirmolo, tra gli alberi delle nostre Alpi è, con il larice, il più bello: socievole e sempreverde non raggiunge l'altezza dell'abete o del peccio, ma può arrivare oltre i settecento anni di vita. Dove i fulmini, le valanghe, i sassi feriscono il tronco, assume forme tormentate e inconfondibili; e lassù, tra i millecinquecento e i duemilacinquecento metri di quota, tra nevai, rocce e ghiacciai è vedetta arborea della natura.
È di lentissimo accrescimento; i rami sono grossi e irregolari, incurvati verso l'alto a formare una densa chioma; la corteccia è grigia, profondamente fessurata lungo il tronco; gli aghi delle foglie sono riuniti a fascetti di cinque, teneri e sottili, di colore verde-glauco e durano sul ramo quattro-cinque anni; gli strobili (che messi in infusione nella grappa donano un bel colore ambrato e un sapore non piccante di resina) sono lunghi otto centimetri e al secondo anno maturano i semi dentro una guaina legnosa. Questi pinoli sono cibo molto ricercato da scoiattoli e nocciolaie che molte volte li nascondono tra le crepe delle rocce per i tempi di carestia; quelli dimenticati germogliano e le piantole allungano le radici a cercare tra le pietre e i muschi un briciolo di vita: tanto che è sempre stupefacente vederle poi cresciute sopra un masso al margine di un ghiacciaio o su una parete di roccia.
Il legno del cirmolo è bianco-crema, il durame rossobruno odoroso e inattaccabile dagli insetti; per la sua grana fine e per la sua omogeneità è albero da sculture e molto bene lo usò Andrea Brustolon, grande scultore decorativo del rococò veneziano, artefice di altari, stalli, sedie, bastoni e di elementi decorativi. Augusto Murer dai tronchi di cirmolo delle sue montagne ricavava le sue amare maternità. Ma per i montanari è soprattutto grande legna da casa per mobili e oggetti, e per rivestire contro il gelo le stanze da godere nei lunghi inverni.

“Arboreto Salvatico”
Einaudi, Torino, 1996

Le conifere di montagna raccontate da Mario Rigoni Stern: il pino montano (e pino mugo)

⧫ larice ⧫ abete rosso ⧫ pino silvestre ⧫ pino montano e pino mugo ⧫ pino cembro ⧫
Il pino montano (e pino mugo)
Cespugli di pino mugo sulla Paganella (TN).
Il montano è dei pini il più polimorfo, ossia assume forme diverse da luogo a luogo, o anche sullo stesso luogo e, persino, assicurano gli esperti, sullo stesso individuo; tanto che per classificarlo è da preferire il suo portamento che non i caratteri degli strobili.
Le gemme di pino mugo nel momento del massimo rigoglio vegetativo. 
Con loro si prepara il mugolio, il tradizionale rimedio contro la tosse.
In linea di massima possiamo dire che nell'area occidentale: Pirenei, Alpi occidentali, Engadina, si trova il tipo arborea a fusto unico o anche a più fusti eretti e slanciati che possono raggiungere i venticinque metri d'altezza; nelle Alpi orientali, nei Carpazi e nei Balcani il tipo prostrata a fusti numerosi e striscianti pure lunghi sui venti metri ma che, al massimo, raggiungono in altezza i quattro.
Risveglio primaverile sul Monte Fregasoga (Lagorai)
La sua corteccia è scura, quasi grigio-nera, i rami sono verticillati, ossia inseriti a due o a più di due nello stesso nodo; hanno gli apici rivolti verso l'alto; le foglie, lunghe tra i tre e gli otto centimetri, sono diritte e pungenti, di colore verde cupo. I fiori maschili sono gialli, i femminili violacei. Gli strobili mutano da varietà a varietà: uncinata, pumilio, mughus e sono lunghi dai tre ai cinque centimetri. I semi sono piccoli, con una piccola ala, e il vento delle tormente li dissemina nei luoghi più impervi. Fiorisce tra la fine della primavera e l'inizio dell'estate, quando le pernici bianche dischiudono le uova.
Risveglio primaverile al Lago di Tovel.
Sulle montagne forma boscaglie pure, o anche miste con larice, peccio, cirmolo, ontano verde; si arrampica a coprire ghiaieti, rocce, ripiani, scende dagli orli degli abissi o risale al limite della vegetazione forestale fino oltre i duemilacinquecento metri di quota. Per questo suo comportamento esercita in alta montagna una notevole azione protettiva, trattenendo l'acqua e la dilavazione del suolo. Se la neve non è tanto alta da coprirlo interamente,specialmente nelle forme prostrata, impedisce la caduta di valanghe.
Distillando i suoi ramuli si ottiene il mugolio, un olio essenziale di grandi proprietà medicamentose ad azione balsamica e antiflogistica per le vie respiratorie dei bambini e dei vecchi.
Grappa aromatizzata con le pigne (verdi) di pino mugo.
Il legno del pino montano non vale molto perché, a causa delle modeste dimensioni che raggiunge il tronco, non è utilizzabile come legname da opera. A cagione della sua breve estate cresce lentamente e così diventa pesante e compatto, flessibile anche al vento e al pesodella neve. Dopo due o tre anni dal taglio (che deve essere fatto in luna calante! ) brucia bene e dà un buon calore; e questo ben lo sanno i pastori che dopo averlo reciso lo lasciano per « due agosti » alle intemperie e al sole. A me, sin da ragazzo durante le escursioni, e poi nel tardo autunno nei ricoveri di caccia, il suo fuoco ha fatto compagnia, e riscaldato e asciugato dalla pioggia o dalla neve.
Il pino montano varietà mugo del mio brolo l'ho portato giù dalla montagna di Campo Filon, giusto vent'anni fa, quel giorno che Ermanno Olmi era salito lassù per girare una scena dei Recuperanti, quella dove si vede una grossa bomba nel mentre che passa un gregge. Le pecore, camminando, avevano smosso la poca terra denudando cosi le radici di un piccolo mugo che poi raccolsi e trapiantai qui a casa. Ora è cresciuto molto di più che se fosse rimasto lassù; ma invece di essere prostrato e contorto, il clima e le precipitazioni nevose dovute ai mille metri di differenza di quota, lo hanno sviluppato policormico ed eretto come i pini montani delle Alpi occidentali.
Ma i pini mughi delle nostre montagne, ora che i carbonai più non li tagliano e i sentieri si rinchiudono a causa del loro sviluppo, sono anche famosi per i problemi che possono creare ai viandanti che osano attraversarli; e anch'io la settimana scorsa ho girato a vuoto per più di un'ora sotto la pioggia e tra l'intrico dei loro tronchi striscianti, e alla fine mi sono ritrovato, sfinito, al punto di partenza. E dai vecchi è ricordata come « la Barancia » una compagnia del Settimo Alpini che alla fine del secolo scorso, durante una manovra, si perdette tra i «baranci», i mughi delle Dolomiti.
La mancata utilizzazione da parte dell'uomo di questa specie di pino, fenomeno che si è verificato in questi ultimi cinquant'anni, ha portato un notevole cambiamento non solo nel paesaggio ma anche negli habitat della selvaggina, e oggi non è raro trovare a quote insolite famiglie di caprioli mentre, per mancanza di pascolo a loro confacente, si sono fatti più rari i galli di monte e le pernici bianche.
“Arboreto Salvatico”
Einaudi, Torino, 1996