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18 dicembre 2025

Shock culturali: l'uccisione del maiale nelle periferie urbane (succedeva negli anni del boom economico post-WW2)

Lo spaesamento dei contadini immigrati nei casermoni delle periferie industriali del Nord. Non più "villici" ma non ancora "urbanizzati".
Bologna, quartiere Pilastro, anno 1970, ultimi giorni dell'anno: gli ex-contadini immigrati per lavoro squartano e lavorano nei giardinetti delle case popolari un maiale appena ucciso, replicando fuori contesto il rito contadino della "maialatura".
Oggi la macellazione domestica è vietata mentre viene ancora praticata nei villaggi
dell'Est europeo
, dove le tradizioni legate alla civiltà contadina sono ancora presenti.
Nella civiltà contadina ogni casa aveva un suo spazio per allevare il maiale e a dicembre, dopo averlo curato per un anno, l'intera famiglia partecipava al rito collettivo della sua uccisione. Un rito identitario e comunitario che coinvolgeva anziani, donne e bambini, un gran festa contadina, familiare e pagana.
👉La maialatura richiedeva tanta manodopera, ricompensata con cicciolata, cervello fritto e altri

10 novembre 2024

I Bergbauern del maso chiuso (i coloni delle terre alte ) sono stati portati nelle valli tirolesi da Mainardo II° Conte di Tirolo

L'attivismo dell'ambizioso Mainardo non si limitò alle usurpazioni espansionistiche: diede impulso alle miniere d'argento e colonizzò le terre di mezza costa attirando sui monti tirolesi i contadini bavaresi e lasciò così un segno indelebile.
Oggi il venostano maso Pirchhof figura tra le mete turistiche sul Monte Sole di Naturno, nella media Val Venosta. La foto illustra bene la colonizzazione di mezza costa voluta da Mainardo II° (1238-1295) e proseguita nei secoli successivi. I masi segnavano e segnano il confine fra il fondovalle e la fascia boschiva che lo separa dalle praterie alpine delle monticazioni estive.
Castel Tirolo, il maniero meranese che ha dato il nome all'intera Contea, nell'affre-
sco di Franz Lenhart che decora il gazebo liberty della Waldenlhalle a Merano.
La doppia innovazione del maso chiuso condotto dal Bergbauer (contadino di montagna) e della "licenza di estrarre" concessa al Bergknappe produssero due figure sociali nuove: contadini liberi, gente di montagna che con la loro famiglia si sentivano prìncipi in caso propria, nel proprio insediamento di mezza costa fra il fondovalle e i pascoli alti delle malghe. 
Lo stemma della Contea del Tirolo.
"I nuovi contadini hanno un tratto fondamentale: sono uomini liberi, non servi della gleba, godono del diritto ereditario sul maso (di fatto ne hanno la proprietà), dei diritti di legnatico, caccia e di pesca ed hanno il diritto di portare le armi! Nasce così un ceto sociale forte, fiero, indipendente, non ricco, ma che non conosce miseria" 
(Fabio Caumo, "Identità perduta", Reverdito, Trento, 2022, pag 13). 
👉Si trattava di ex-servi della gleba bavaresi, che allo scopo venivano riscattati dallo stato di servitù  e poi trasformati in coloni di montagna col contratto della colonìa perpetua a canone invariato (in pratica il "maso chiuso"), un contratto che era chiamato Erbleihe. Stessa formula anche per l'inedita figura sociale del Bergknappe, contadini minatori cui concesse di scavare nei terreni da loro coltivati per estrarre il minerale da conferire alle miniere.
👉Ma tra la fine del secolo XIII e gli inizi del secolo XIV la finestra temporale favorevole ai contadini di montagna si richiude: nelle terre feudali la sovrappopolazione di servi della gleba non c'era più, e quindi non era più vantaggioso "liberarli" dietro riscatto. Successivamente, mentre in Germania meridionale i nobili stracciarono i contratti già stipulati coi nuovi contadini, Mainardo fu l’unico nobile a mantenere i contratti stipulati con i contadini, e fu così che si assicurò la loro fedeltà.

13 marzo 2024

Il salice salgàro, un selvatico molto apprezzato dal contadino

Il salgàro e le sue stròpe erano ben noti ai contadini dei fondovalle che le usavano per intrecciare cesti e soprattutto per legare i tralci annuali delle vigne.
Ogni singola testata dei filari di vigna poteva avere il suo salgàro (Salix Viminalis o salice da vimini) dedicato che, una volta cresciuto e irrobustitosi con gli anni, si trasformava automaticamente in supporto per i tiranti dell'impianto. 
Le stròpe grosse e medie venivano avviate alle stufe e ai camini di casa, dove era-
no utilizzate per avviare il fuoco. Quelle usabili da legaccio erano quelle gialle.
Il salgàro ha rivestito un ruolo di rilievo nella cultura contadina, grazie alla sua versatilità. Cresce bene nei terreni umidi lungo le rogge e la sua rapida crescita consente di sfruttarne i sottili rami in svariati modi.
Un cesto di vimini salgaro colmo di nespole selvatiche, un frutto ormai dimenticato.
👉Durante l’inverno, solitamente, venivano asportati i rami utilizzabili per accendere il fuoco o anche come da ardere, mentre quelli più piccoli erano destinati a diventare “strope”. La ceppaia, la base della pianta, rimane viva per tutto l’inverno e, con l’arrivo della primavera, riprende a produrre nuovi rametti: le famose strope.
👉Le strope, o vimine, non sono altro che i sottili rametti annuali del Salice Viminario. Grazie alla loro flessibilità e malleabilità, possono essere utilizzati per costruire ceste e contenitori di vario genere. Una volta essiccati, questi rami si irrigidiscono e conferiscono robustezza ai contenitori, che possono essere impiegati per il trasporto di diversi materiali. Gli intrecci utilizzati per la realizzazione di questi contenitori in vimini sono frutto del sapiente lavoro artigianale di abili maestri intrecciatori.

16 febbraio 2024

La legatura dei tralci delle vigne fatta con le "strope" del salice

Le stròpe erano i sottili e flessibili rigetti annuali della pianta del salice selvatico. Amiche naturali della rustica vigna di casa.
Una legatura dei tralci della vite effettuata con le tradizionali "strope" (o "stropèi"). Un lavoro che andava fatto a fine inverno.
Il salgàro veniva potato ogni anno per stimolare la crescita del-
le stròpe, ossia dei suoi dei suoi sottili rigetti  (dal sito FB "la
campagna appena ieri").

Le "strope" erano usate come se fossero dei legacci naturali ed erano ricavate, in genere annualmente, dai rametti più sottili di un albero che ormai è sempre più raro da incontrare: il salice selvatico o "salgaro".
👉Il salgàro era un albero che veniva cresciuto lungo i fossati e che comunque sempre presente nei dintorni di dove venivano coltivate le vigne. Ogni anno nel mese di febbraio (nello stesso periodo in cui si effettuavano le potature e le legature delle vigne con le "stròpe" dell'annata precedente) veniva ‘capitozzato’ e dopo questa radicale "riduzione" comparivano i nuovi e sottili rigetti da cui si ottenevano legacci di due misure: le strope, più grosse e robuste, che servono a legare le vigne ai pali, e i più sottili stropèi, che erano usati per fissare i tralci ai fili dei filari di vite. I rametti venivano lasciati in acqua per un paio di settimane, in modo da ammorbidirli e facilitarne così la piegatura.
👉Se effettuata ad arte, questo tipo di legatura può durare anche più di due anni. Si tratta di una pratica affascinante e anche del tutto "bio" (gli ‘stropèi’ sostituiscono, infatti, i legacci in plastica).
Un filare di salgàri lungo un fossato di pianura.



7 aprile 2022

Gli Halbbauern o "mezzi contadini", i contadini poveri...

Erano i contadini più poveri o semi-contadini, un mix fra il piccolo proprietario agricolo, il servo agricolo (o proletario contadino), il Zulehner (che coltivava la terra pur senza possedere un edificio), l'artigiano itinerante e lo stagionale.
Le famiglie dei Bauern e quelle degli Halbbauern si mescolavano durante i lavori agricoli stagionali, che richiedevano molta manodopera. Qui un maso viticolo tirolese durante la vendemmia.
La abitazione di un Halbbauer in Stiria.
Nello loro maggiorana si trattava di piccoli contadini (poveri perché insediati in masi la cui consistenza variava dai 5 e i 12 ettari, troppo pochi per garantire una vita confortevole) che perciò dovevano integrare il reddito agricolo con altre entrate.
👉Anche nel nome (halb=mezzo, metà) rimandano a quei contadini delle vallate alpine che negli anni del boom economico italiano degli anni del dopoguerra scendevano dai paesi dei monti alle nuove fabbriche sorte nel fondovalle e che diedero origine ad una nuova figura sociale, quella dell'operaio-contadino: non più del tutto contadino, non ancora vero operaio di fabbrica.
👉Al di sotto degli Halbbauern c'erano solamente i Kleinhäusler, i piccoli artigiani stagionali e itineranti che si recavano di maso in maso, offrendosi per poco... perché per poco si andava!

24 gennaio 2022

I Kleinhäusler, piccoli artigiani itineranti

Il loro nome era “Kleinhäusler” e si trattava di tutti coloro le cui abilità artigianali venivano tramandate di generazione in generazione.
Ciabattino vagante (foto dal sito del Museo Etnografico di San Michele).
Appartenevano al mondo degli Halbbauer ("semi contadini") ed erano in pratica dei contadini poveri, insediati in piccoli masi la cui consistenza variava dai 5 ai 12 ettari, troppo pochi per garantire una vita confortevole.
👉Il loro era un lavoro stagionale e itinerante. Giravano di maso in maso, dove realizzavano di piccoli lavori artigianali ricevendo in cambio vitto, e spesso anche alloggio, oltre al riconoscimento di “Besserung”, un tributo in natura sotto forma di cereali, semi di papavero o pane.
Un  Kleinhäusler in una foto del 1907.
Oltre agli specialisti nella lavorazione del legno, c'erano altri itineranti, come sarti, calzolai e tessitori, eccetera.
👉In ogni maso esisteva un angolo con un tavolo e vari attrezzi per lavorare il legno o anche una cosiddetta Machkammer, un locale destinato ai piccoli lavori di riparazione degli attrezzi agricoli. Qui i contadini realizzavano o riparavano diversi oggetti di uso quotidiano, intrecciavano cesti d’ogni tipo, costruivano rastrelli, scatole, eccetera.
👉Per lavori che richiedevano solide abilità artigiani il Bauer si affidava ai Kleinhäusler i quali prestavano la loro opera nella Machkammer del maso ospitante.

2 luglio 2021

Con la trebbiatrice nel fienile: il caso di Tenne aus Söll

Avere la trebbiatrice era una prerogativa riservata ai grandi masi condotti dai contadini più benestanti...
Questo edificio era espressamente dedicato alla trebbiatura dei cereali. L'aia coperta situata a piano terra ospita la "presa di forza" cui andava aggiogato il bue o l'asino mentre il dispositivo battente che operava la trebbiatura si trovava nel sottotetto.
L'aia dove la bestia da tiro girava in tondo aggiogata alla trave orizzontale.
A Sölland (Tirolo), Bressanone Sudtirolo) e nella Leukental (Tirolo settentrionale) le grandi aziende agricole spesso includevano un fienile separato dotato di un Göpel (motore a trazione animale) incorporato. Oggi questi impianti meccanici sono in gran parte scomparsi.
Una Dreschmaschine (trebbiatrice) a trazione animale, ma mobile.
Il tetto é ricoperto di scandole e appesantito con pietre, protegge i balconi sul lato del timpano (con assi sul retro) e si sporge a riparare l'area che ospita i meccanismi per il Göpel.


👉La macchina è messa in moto dalla forza degli animali. Una ruota dentata è fissata a un albero verticale, che si innesta in uno più piccolo, che trasmette il movimento. La trasmissione alla trebbiatrice vera e propria avviene tramite una grossa cinghia di cuoio.
👉Il sistema di rinvio a 90° ripeto quello adottato per gli impianti a ruota idraulica, siano essi mulini, gualcherie, botteghe da fabbro o altro.
In età romana esisteva una tipologia particolare di vanga a setaccio, chiamata ventilabrum, che serviva a separare il grano dalla pula e il tribolo. In seguito venne usata la tarara (una vaglio ventilatore) capace di separare i grani dalla pula.

Nota storica: nel 1733 lo scozzese Michael Menzies costruisce la prima trebbiatrice azionata da una ruota idraulica. Successivamente, si ebbero trebbiatrici movimentate da motori a vapore e poi motori a scoppio, motori che venivano collegati alla trebbiatrice mediante una grossa cinghia per la trasmissione del moto, oppure con un giunto cardanico. Il motore e la trebbiatrice, montata su ruote, venivano spostati nelle diverse località di trebbiatura, solitamente le aie delle cascine, mediante traino da parte di buoi o asini. Nella prima metà del Novecento il motore iniziò ad essere costituito da un trattore, che aveva anche la funzione di trainare la trebbiatrice e accessori (pressaforaggi o imballatore) nei suoi spostamenti.

25 luglio 2020

L'Haflinger, il cavallo di montagna che passò il testimone al cavallo meccanico

La razza Haflinger (in italiano Avelignese) deve il proprio nome al paese di Avelengo (Hafling, in tedesco), posto sui verdi altipiani alti fra Merano e Bolzano, dove venne selezionata.
Due avelignesi fotografati al Pian delle Maddalene, nei Lagorai. Quello davanti, più
tozzo e dal pelo ispido, è più simile all'Haflinger originale, il cavallo da fatica con il
baricentro basso,che fu a lungo il solo in servizio presso i contadini dei masi alti.
haflinger
"Haflinger" è stato anche il nome assegnato ad un piccolo e versatile veicolo fuoristrada utilizzato sia in ambito militare che civile, lo Steyr-Puch 700AP, di costruzione austriaca (la trasmissione 4x4 venne in parte adottata dalla Fiat Panda prima maniera).
Era un cavallo molto antico, rustico, da fatica, piccolo e tozzo, abituato a sgobbare senza lamentarsi.
👉Però la la razza ufficialmente nasce solo nel 1874, dallo accoppiamento di una cavallotta indigena con lo stallone El Bedavi (forse berbero): e così il baricentro si alzò e l'animale si fece meno tracagnotto e più elegante.
👉Di buon carattere, tracagnotto e robusto, l'avelignese si trova a suo agio anche su terreni scoscesi ed impervi; per questa ragione ha preso il suo nome un piccolo e tuttofare fuoristrada austriaco, lo "Steyr Puch Haflinger", molto apprezzato dai contadini di montagna.
Dopo il passaggio delle consegne alla civiltà meccanica (a dx un Haflinger metallico in Valmaggiore, Lagorai) l'avelignese della tradizione tirolese abbandonò il campo e, incrociato con l'arabo, si trasformò in elegante cavallo alpino destinato a funzionare come immagine di sè stesso nel grande circo turistico. Una vita  snaturata, ma comoda e bella, in fondo...

21 dicembre 2019

Le staccionate tipo Stangenzaun, che si adattano all'inverno

Questo tipo di recinzione a stanghe mobili inserite in coppie di montanti verticali veniva realizzata interamente in legno.
Stangenzaun
Dalla foto (che mostra una versione odierna a montante singolo) ben si evince come sia facile
smontare questo tipo di recinzione, soprattutto per evitare danni nei mesi invernali.
Steccati, palizzate e recinzioni servivavo sia per confinare gli animali domestici che per difendere orti e campi dalle incursioni degli animali domestici e sevatici
👉Due paletti verticali erano legati insieme tramite anelli di recinzione fatti di rametti flessibili di salice o abete, a volte anche intrecciati in una figura a otto.
👉Questo tipo di staccionata è adatta anche ai declivi ripidi dell'alta montagna perchè può essere smontata e quindi "posata" durante l'inverno per evitare di essere distrutta dalla pressione della neve.
Una trattazione completa delle staccionate in legno tradizionali dell'alta montagna è nel sito Austria-forum.org alla voce. Historische Zäune.
Stangenzaun
La ricostruzione ben descrive l'aspetto della staccionata Stangenzaun di un tempo.
Stangenzaun
Cartolina d'epoca, raffigurante una recinzione Stangenzaun nelle Alpi austriache.

11 novembre 2017

I piccoli lavori in legno che servivano alla casa

Armadi, sedie, tavoli, cassapanche, sgabelli e tutto ciò che poteva servire in casa, veniva realizzato in proprio, con un lavoro di sega, pialla e scalpello.
lavori in legno
I mobili, gli accessori e le attrezzature in legno necessarie alla vita del maso erano
spesso costruiti in casa nei ritagli di tempo, specialmente durante le lunghe notti
invernali. Nei masi c'era spesso un apposito locale col banco da falegname e tutti
gli attrezzi necessari.
Il legno usato era quello locale: principalmente l'abete e il pino, molto facili da tagliare, poi il faggio, il frassino, il castagno e il maggiociondolo, legni resistenti utilizzati sia per sgabelli e panche che per la costruzione di attrezzi agricoli e slitte.
Con questi lavori si riempivano le lunghe giornate invernali. Alla luce della candela si costruivano oggetti necessari per la vita quotidiana come sgabelli, gerle, slitte, ciotole, sporte, stampi per il burro e forme per le tome di formaggio.
Si ricorreva ad artigiani specializzati o ai mercati del fondovalle solo per le parti metalliche degli attrezzi da lavoro o per quelle in rame, alluminio, vetro, terracotta e ceramica.
piccoli lavori in legno
Una semplice carriola per il trasporto del letame, una maniglia per porta, due attrezzi usati durante la filatura del lino e della lana, un tagliere per il duro Schüttelbrot e infine una semplice cassapanca.

1 marzo 2017

I giorni della tosatura delle pecore

Venivano tosate per motivi igienici (combattere zecche e altri parassiti) ma soprattutto per ricavarne la lana, una materia prima indispensabile per sopravvivere ai lunghi e freddi inverni delle terre alte.
tosature delle pecore
Per tosare le pecore si usava un tradizionale forbicione a molla, ricavata alla forgia
da un'unica barra di metallo. La tosatura è oggi occasione di eventi etnico-turistici
in molti paesini, come la festa della "tosada" di Peio, in Val di Sole, un paese che
è stato il più alto dell'impero asburgico e che pure ora conserva il record altimetri-
co anche se solo per il Trentino. (fotografie di Umberto Zanella)
Dalla lana si ricavavano maglioni, calze, giacche, berretti, guanti, mu-tandoni e canottiere a manica lunga. E sempre con la lana si imbottivano i materassi, quelli migliori e più "di lusso".
👉Ma la lana poteva anche essere venduta per ricavarne qualche soldo che era molto utile in un'economia non monetaria come era quella degli insediamenti più alti ed estremi.
👉Oggi la lana delle pecore non ha più alcun interesse commerciale e non viene più utilizzata se non in quantità trascurabili per ricavarne semplici gadget per i turisti.

16 febbraio 2017

Un grosso maso di fondovalle: il Mauracher Hof a Bolzano

Nei masi di fondovalle il Bauer faceva soldi e stava bene. A queste quote si commerciava in derrate agricole, soprattutto in vino.
Mauracher Hof Gries Bolzano
Il maso Mauracher Hof si trovava e si trova negli immediati dintorni di Bolzano, all'imbocco della Val d'Isarco, appena sotto il colle di Sankta Magdalena, dove si coltivano le celebri vigne di uva schiava. A sinistra in una cartolina del 1901.















Mauracher Hof
Il Mauracher Hof in uno schizzo del 1893, più o meno come deve averlo visto il
viaggiatore inglese Charles Latrobe: "Potrei dire che non ho visto da nessuna parte
vigneti coltivati in modo così bello come in questo fondovalle, così diverso dalla
pietosa cultura delle bacche di ribes di Germania e Francia e dalla selvaggia negli-
genza dell'Italia" (da "The Pedestrian", 1832).
La vita qui era molto diversa da quell'esistenza tirata che si conduceva nei masi alti, quelli insediati al margine superiore della linea di sopravvivenza stagionale.
Nei fondovalle il Bauer era più un imprenditore agricolo che un contadino di montagna.
E lungo l'asta dell'Adige si occupava soprattutto di vino.
In casi come questo era un produttore e commerciante che se la passava bene.
La coltivazione della vite era diffusissima e la domanda sempre sostenuta.

13 luglio 2015

Staccionate e recinzioni agricole nei masi

Sui terreni del maso erano presenti recinzioni e steccati che avevano il compito di impedire al bestiame di allontanarsi o cadere nei dirupi nonchè di difendere orti domestici e coltivazioni.
recinzione steccato Schärenzaun
Rangg’n o Schärenzaun, steccato con fissaggio solo in legno di stecconi disposti
a forbice e stanghe.
L'orto di casa era difeso dalle incursioni degli animali domestici da una recinzione a trama stretta che lo circondava sui quattro lati.
Altri tipi di recinzioni prevenivano le cadute delle mucche al pascolo quando il terreno si affacciava su precipizi. Anche il percorso degli animali dell'alpeggio era scandito da staccionate, per impedire che i singoli capi si perdessero, ma sono solo alcuni esempi.
recinzione steccato Ringzaun
Ringzaun, steccato con fissaggio solo in legno e rametti posti a forma di anelli
che legano ogni asta con quella vicina. Caratteristico della Val Aurina.
La grande varietà di steccati e recinti era sempre realizzata in legno, con tecniche ingegnose che rendevano superfluo l'uso dei chiodi.
recinzione steccato Schrankzaun
Lo Schrankzaun è un recinto smontabile impiegato nelle zone soggette a valanghe.
In genere steccati e recinzioni erano realizzati in legno di larice. Le parti erano tenute insieme da chiodi in legno o giovani rametti di abete raccolti in primavera in quanto la linfa che li percorre gli rende più flessibili.
L’antico sistema di bruciare e carbonizzare la punta del palo, che va infilata nel terreno, è ancora utilizzato oggi.
All'interno della gran varietà tipologica, si possono individuare alcune forme costruttive territorialmente definite.
recinzione steccato Speltenzaun
Recinzione del tipo Speltenzaun, a trama stretta e con fissaggio realizzato
con rametti flessibili che poi il tempo indurisce e stabilizza.
Così in Val Sarentino trovi quello fatto con coppie di pali disposti a formare una sorta di forbice mentre, in Valle Aurina si trova il caratteristico Ringzaun di antica origine e già citato nel diritto Bavarese dell’VIII secolo.
Una citazione a parte merita il curioso Schrankzaun, originale e particolare recinto che si incontra in zone soggette a valanghe; il quale, affinché non sia travolto, lo si toglie d’autunno e lo si rialza in primavera rificcando nel suolo gli stecconi con alcune mazzate.
Il censimento dei vari steccati tradizionali sudtirolesi è stata fatta tempo fa dalla Heimatpflegeverband, l’associazione che si occupa di tutela del paesaggio e la cultura rurale ed è stata poi recepita dall'amministrazione provinciale che eroga i contributi all'agricoltura di montagna.

27 febbraio 2015

La costruzione di secchi, mastelli e botti.

Piccole attività artigiane esercitate in proprio.
antichi mestieri il bottaio
La stampa tratta dall'Encyclopédie francese fissa le fasi di costruzione e gli attrezzi
impiegati, rimasti immutati per secoli. In alto, il tipico attrezzo su cui, stando seduto,
il contadino realizzava a mano ogni singola  doga. Si ricorreva al fabbro ferraio più
vicino per la realizzazione dei cerchi in ferro.
Nel mondo rurale era diffusa la figura del piccolo contadino che integrava le entrate con altre attività di tipo artigianale: vi erano dunque contadini-tessitori, contadini-carradori, contadini-bottai, eccetera.
La costruzione delle botti richiedeva cognizione, esperienza e abilità.
👉Tuttavia le attrezzature necessarie erano poche e semplici per cui anche il singolo contadino, purchè dotato di ingegno e pazienza, poteva provvedere da sè alla realizzazione di mastelli, secchi, tinozze e piccole botti

2 febbraio 2015

Le quattro stagioni del contadino di montagna: l'autunno

L'autunno portava con sè anche alcuni lavori durante i quali ci si divertiva,
l'autunno del contadino di montagna
La raccolta della legna da ardere, la preparazione dei crauti, la lavo-
razione del lino e della canapa,  la trebbiatura dei cereali, la prepara-
zione del pane per l'inverno e,  nei masi più bassi, la vendemmia e la
lavorazione del vino e la raccolta delle castagne...
 perchè non erano pesanti e si svolgevano in compagnia, come per esempio l'affettatura dei cavoli cappuccio per la preparazione dei crauti, oppure la lavorazione della canapa e del lino, che coinvolgeva la famiglia e il vicinato.
 E l'autunno era anche la stagione della trebbiatura, che doveva essere portata a termine prima dell'inizio dell'inverno e in ogni caso entro l'Epifania.
 E se nei fondovalle era anche la stagione della vendemmia, più in alto si raccoglievano le castagne.

26 gennaio 2015

Le quattro stagioni del contadino di montagna: l'estate

L'estate era sicuramente la stagione più impegnativa.
Da giugno fino alla fine di settembre c'era ben poco da riposare. I lavori più importanti erano la fienagione e la mietitura del grano, e degli altri cereali: la segale, l'orzo, il grano saraceno e l'avena. Alle quote basse si coltivava anche il granoturco.

  Un tempo gli agricoltori cominciavano la raccolta dei cereali in anticipo rispetto ad oggi. Allora la mietitura dei cereali veniva fatta a mano, sia con il falcetto, come negli Alti Grigioni, che con la falce, come nell’Engadina e nel Tirolo. Mietendo a mano e lasciando asciugare i covoni, si può iniziare la raccolta circa 1–3 settimane prima che non con le macchine. Infatti se si usa la mietitrebbia, la granella deve essere ben dura e asciutta, altrimenti si rovina.
La mietitura del grano, della segale, dell'orzo e dell'avena occupavano dall'alba al tramonto tutti e membri della famiglia, in una continua corsa contro il tempo e le condizioni atmosferiche.
● L'altro grosso impegno estivo era la fienagione: bisognava procedere alla falciatura dei prati, all'essicazione del fieno, al suo trasporto e immagaz- zinamento nei fienili.
A fine agosto la forza dell'estate comincia a venir meno, ma non diminuisce l'assillante lavoro dei campi. Ciò avveniva e avviene, caso mai, soltanto in ottobre.

17 dicembre 2014

Le terre alte nei mesi del risveglio stagionale: la primavera

Dopo la lunga stasi invernale il sole arrivava infine a sciogliere la neve e a riportare la vita...
la primavera del contadino
La fontana si liberava dal ghiaccio, il larice mette le gemme, nei prati alti spuntano i
crochi, dalla neve riaffiorano le eriche e si arano i campi.
Con l'arrivo della primavera i ritmi di lavoro si facevano più pressanti. Nei posti a media altitudine tutti i campi dovevano essere arati e seminati entro aprile.
Per l'aratura e l'erpicatura dei campi si impiegavano mucche aggiogate a coppia oppure cavalli singoli.
La semina dei campi veniva fatta manualmente. La tradizione fissava il giorno della festa di San Giorgio come termine ultimo per la semina dei campi.
Per quella data anche tutti gli steccati e le recinzioni danneggiati dalla neve dovevano essere riparati e messi in ordine.
● Nelle parlate locali esistevano appositi vocaboli per indicare specifiche attività lavorative, parole chiave del linguaggio quotidiano come ad esempio queste usate in Val Pusteria:
- Eare fiehrn: trasporto della terra con la carriola dalla parte inferiore alla parte superiore del campo;
- Baudn: aratura del terreno con aratro a doppio tiro;
- Egn: sminuzzamento delle zolle con erpice;
- Sân: semina manuale di orzo, grano, avena, lino, papavero e piselli.
● Con l'arrivo della primavera cominciava anche il pascolo del bestiame e la mattina si iniziava ad alzarsi prima dell'alba per accompagnare al pascolo gli animali.

10 giugno 2014

Arare con il cavallo

Prima della meccanizzazione dell'agricoltura l'aratura era uno dei lavori stagionali più impegnativi e faticosi.
Qui vediamo un avelignese impiegato nell'aratura dei piccoli appezzamenti
famigliari nelle campagne attorno a Roncegno, in Valsugana (2014).
Le due immagini richiamano le atmosfere agricole del passato fissate nel quadro
di Giovanni Segantini. Il tipo di aratro usato, interamente metallico,  si diffuse in
tutta Europa grazie alla Rivoluzione Industriale, che sostituì il legno con l'acciaio
in una molteplicità di impieghi.
L'animale, direttamente attaccato all’aratro, veniva accompagnato da due persone, l’una che guidava, l’altra che reggeva l’aratro.
Anche nelle zone di montagna per dissodare il terreno si utilizzava da secoli l'aratro a versoio, che pratica il taglio e il rovesciamento di una fetta di terreno e che si diffuse lentamente in Europa a partire dall'VIII secolo, assieme al collare rigido, l'innovazione che permise l'impiego del cavallo anche in agricoltura.
Più tardi la Rivoluzione Industriale portò all’aratro interamente in ferro, che si diffuse massicciamente in Europa agli inizi del diciannovesimo secolo. 

27 gennaio 2014

Le teleferiche dei masi alti

Una spartana teleferica a fune. Ancora oggi molti masi fanno buon uso di questo mezzo di trasporto dei carichi.
"Il cavo della teleferica che picchia giù nella Val di Mules attestandosi sulla nuova strada che viene dal paese, è il tenue collegamento diretto con il mondo. Il carrello vien dalla valle in una buona mezz'ora di avventura aerea superando un dislivello di cinquecento metri. Nei giorni di vento non ci si azzarda a metterlo in moto."                                            (Aldo Gorfer, "Gli eredi della solitudine", Cierre Edizioni, Sommacampagna (VR), 2003, pag. 120)
La teleferica di servizio del maso Kofler a Riva di Tures (Valle Aurina).

Fino agli anni '70 del Novecento la fune d'acciaio era l'unico collegamento "tecnologico" col mondo del fondovalle. Il sistema si affermò con la diffusione delle funi d'acciaio a basso costo, nella seconda metà dell'Ottocento.
👉Anche se manovrata a mano, mediante un argano mosso a forza di braccia, la teleferica permetteva un bel risparmio di fatica e fu molto apprezzato soprattutto nei masi posti su pendii ripidi, dove un sensibile dislivello poteva es-sere vinto con una fune relativamente breve. Questo tipo di teleferica semplice era impiegato anche per calare a valle il legname dei boschi non serviti da mulattiere percorribili dai traini equini.

25 dicembre 2013

L'allevameno del maiale

Ogni casa contadina aveva un suo spazio per il maiale. E' un animale onnivoro e il contadino ne approfittava per dargli da mangiare gli scarti di cucina e quanto restava dopo che dal latte erano stati estratti panna, burro, formaggi e ricotta.
Civiltà contadina preindustriale: le contadine germaniche ritratte (a Lipsia) in
questa foto del 1959 non differiscono molto dalle nostre delle terre alte alpine.
I prodotti finali ottenuti dal maiale erano il lardo, la pancetta, il sego o sugna, le
salsicce o luganeghe, lo speck, il sanguinaccio.
L’intero rito dell’uccisione, macellazione e lavorazione delle carni durava, a seconda
dei luoghi, due o perfino tre giorni. Coinvolgeva l'intera famiglia e si svolgeva a ri-
dosso del Natale. Il maiale era di fatto per i contadini di montagna una formidabile
assicurazione contro la fame, uno dei pochi modi (assieme ai crauti e al formaggio)
per conservare scorte alimentari sufficienti a traghettare la famiglia, compresi i
vecchi e i bambini, fuori dai rigori dell'inverno.
Una volta ucciso e dissanguato, il maiale veniva sottoposto a una doccia di acqua bollente che serviva ad ammorbidire il suo irsuto pelame per depilarlo con coltelli bene affilati.
Subito dopo veniva appeso e diviso in due. Si toglievano e si pulivano intestini, fegato, reni, milza e cuore.
👉La lavorazione della carne aveva l'obiettivo di conservarla a lungo, era insomma più che altro una tecnica di conservazione che utilizzava la salatura, l'affumicatura e l'insaccatura.
👉Per fare le salsicce la carne, opportunamente macinata e speziata, veniva insaccata nelle budella dell'animale, legata e messa in locali arieggiati, spesso previa affumicatura su fuoco di legna. Per evitare la formazione di sacche d'aria di tanto in tanto si punzecchiava il budello con uno spillo. In tempi lontani, il riempimento avveniva manualmente, con l’impiego di piccoli imbuti di legno, un lavoro che si protraeva per ore.
👉In ogni caso, una volta terminata la preparazione delle varie parti, la stagionatura e la conservazione definitiva avveniva nelle cantine, coi vari pezzi appesi al soffitto per evitare l'assalto dei topi.
In generale l'uccisione del maiale coinvolgeva l'intera famiglia e, anche se cruenta (ancora oggi ricordo con ribrezzo le urla dell'animale che intuiva quanto stava per accadere), era motivo di grandi festeggiamenti.

«Ma sempre e più di tutto è il maiale ucciso e insaccato al tempo della luna buona di dicembre che sa dare tranquillità e speranza quando neve, freddo e vento mordono il tetto. Persino quando la neve arriva troppo presto e poi si dilunga tanto che neppure i lupi trovano più da mangiare, il domestico maiale ci permette di restare al caldo della casa guardando dalla finestra i voli dei corvi, o di restare nella stalla a intrecciare vinchi, a far canestri, a lavorare assicelle di legno ben stagionate per costruire mastelle e secchie, mulinelli e arcolai, a impagliare sedie: lavori che sempre facevano i nostri contadini-artigiani. [...] da una decina d'anni non insacco più il maiale. Mi dispiace, anche perchè un tempo era come una festa. I figli sono diventati grandi, hanno le loro case e la loro vita. Comunque salami con l'aglio, cotechini con noce moscata e garofano, luganeghe e Leberwurst so dove trovarli buoni.»
(Mario Rigoni Stern, "Inverni lontani", Einaudi, Torino, 1999)