Conservarle durante il lungo inverno e fino alla successiva stagione estiva, era un'imperativo categorico. E c'era il suo trucco.
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Un esempio di "càneva fonda", cioé di cantina scavata sotto al livello del terreno. |
👉Il luogo giusto c'era, ogni contadino lo sapeva da sempre: era la càneva, insomma la cantina. Un locale a piano terra o scavato sotto la casa e perciò infossato nel terreno, al riparo dai grandi freddi e dai grandi caldi, diciamo stagionalmente "normalizzato", in pratica climatizzato.
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Un'antica càneva mostrata al museo etnografico di San Michele. |
Era un luogo appartato e nascosto, mai assurto agli onori ma indispensabile alla sopravvivenza della famiglia contadina. Senza càneva non si viveva, era semplicemente impensabile.
Andò in pensione dall'elettricità, che portò con sé il frigorifero.
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Oltre al vino e ai salumi, in càneva si conservavano le patate. |
“Qui erano riposte le verdure sottolio o sottaceto, si svolgeva la fermentazione dei crauti con finocchio e sale, si conservavano le mele, ma soprattutto le carni – spiega Lona – Le famiglie macellavano una volta l’anno, prima il maiale e poi la mucca. Da qui si otteneva la carne per lo speck, le lucaniche, la carne fumada. L’affumicatura era la tecnica necessaria per conservarle”.
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Curiosità: in Slovenia e Croazia, ormai affacciati alla modernità globalizzata é in corso un vero e proprio un revival della càneva, che sta diventando una sorta di status symbol che va molto d'accordo con la tradizione della zimnica, la scorta strategica invernale di verdure e ortaggi sotto vetro. |
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