20 settembre 2010

Le conifere di montagna raccontate da Mario Rigoni Stern

Il larice / Albero cosmico lungo il quale scendono il sole e la luna.
Un esemplare di larice adulto nei Lagorai (TN).
Da sempre l'albero ha esercitato sugli uomini sensazioni di mistero e di sacro e il bosco è stato il primo luogo di preghiera. Dice Plinio il Vecchio nella sua Naturalis historia che «... non meno degli Dei, non meno dei simulacri d'oro e d'argento, si adoravano gli alberi maestosi delle foreste». Agli alberi come specie o anche come singole creature sono legati miti e leggende, favole e fiabe ma anche storie vere. Gli antichi poeti raccontano di Egido, mostro spargitore di fuoco, che distrusse le foreste dalla Frigia alle Indie e dal Libano alla Libia; infine fu vinto e venne ucciso dalla dea Atena nella pianura dell'Epiro.
Forse questo mostro sacro era stato ideato per esprimere le violenze devastanti dei conquistatori o, anche, il bisogno delle società in crescita di aumentare i terreni coltivabili. Ma il risultato fu anche che questi grandi e disordinati diboscamenti portarono diminuzione delle piogge, inaridimento delle sorgenti e l'inizio del deserto. Fu da allora, come scrive Adolfo di Bérenger nel suo bel saggio Dell'antica storia e giurisprudenza forestale (Venezia I863) che gli uomini al fine di dover proteggere gli alberi e i boschi decisero leggi per la conservazione: «... e l'afforzarono col mistero della religione, perché fossero meglio rispettate ovunque: e da tutti».
Oggi, dopo migliaia d'anni, il fenomeno della distruzione forestale si va ripetendo in altri luoghi della Terra; e se poco valgono gli allarmi degli scienziati, se leggi non vengono emanate o rispettate, quali miti, quale forza di religione si dovrebbero ideare, quale nuova dea Atena dovrebbe intervenire per fermare il novello Egido ignivomo che devasta la grande foresta dell'Amazzonia?

In veste autunnale in Val dei Mocheni (TN).
Con queste rievocazioni, amici lettori, vorrei raccontarvi di quanto sugli alberi sono venuto a sapere nel corso dei miei anni, di quanto ho appreso camminando e lavorando per boschi, da testi anche antichi, da poeti e boscaioli, da dottori forestali, e spero, come vado dicendo da un po' di tempo, che la carta che uso per questo mio scrivere valga almeno l'albero che l'ha data.
Incomincerò dagli alberi del mio brolo e poi dirò di quelli della mia terra, perché di tutti sarebbe impossibile scrivere e se, alla fine, qualcosa sono riuscito a comunicarVi, mi sentirò 1ieto nel cuore.
Prossimi alla mia casa sono due larici, me li vedo davanti agli occhi ogni mattino e con loro seguo le stagioni; i loro rami quando il vento li muove, come ora, accarezzano il tetto. Quando misi mano a tirare su i muri perimetrali, questi larici erano già nati dalla terra smossa da una granata che nel 19I8, esplodendo, aveva ferito il pascolo, ma non avevano l'aspetto di oggi: erano alti, sí, a dondolarsi nel cielo, ma i loro diametri non superavano i venti centimetri. Sotto di loro in quell'autunno raccolsi un bel cesto di agarici violetti, profumati e sodi funghi che chiudono la stagione.
Quando nella primavera ripresi i lavori, anche i due larici si vestirono di un bel verde chiaro rallegrato dai fiori gialli e arancioni; e sotto questi alberi luminosi raccolsi ancora i funghi di San Giorgio, primizia di primavera.
Il Larix decidua appartiene alla famiglia delle Pinacee: albero di bell'altezza può raggiungere anche i cinquanta metri; è molto longevo e il suo tronco diritto e slanciato è vestito da una leggera corona piramidale di rami sparsi: gli alti guardano verso l'alto, i bassi sono penduli; da giovane la sua corteccia è liscia e tendente al grigio ma con il passare degli anni diventa bruno-rossastra, profondamente solcata e molto spessa. Gli strobili hanno la forma di piccole uova brune, sono lunghi da tre a quattro centimetri e quando si aprono lasciano cadere i semi, ognuno unito a una piccola ala lunga poco piú di un centimetro. (Nel trascorso inverno ho osservato centinaia di lucherini e di fringuelli che sul terreno si cibavano di questi semi).
Gli aghi autunnali del larice, destinati a cadere.
Il larice è albero tipicamente alpino e si spinge fin oltre i duemilacinquecento metri di quota; ma si trova anche nei Carpazi, specie particolari vivono in Polonia, in Siberia e in Giappone. Ama il sole, inverni freddi e nevosi, estati asciutte; è specie d'avanguardia e lo si riscontra quando spontaneamente occupa terreni dentati per frane, o alluvioni, o fratte rase: ogni terreno smosso, purché asciutto, è buono per attecchire. Forma boschi puri (lariceti) e si consorzia sovente con le altre conifere delle Alpi. Sui pascoli è l'albero preferito perché con la sua leggera copertura non impedisce la produzione dell'erba e sotto la sua ombra, nei meriggi estivi, il bestiame ama sostare. Dal suo tronco, quando viene inciso alla base, cola una resina ambrata dalla quale si ricava la trementina di Venezia, un tempo molto usata in farmacia e dai pittori.
Il suo legno ha un durame rosso-bruno, l'alburno è più chiaro, gli anelli di accrescimento sono ben distinguibili; è odoroso, compatto e duro.
Da sempre è servito agli uomini delle montagne per costruire capanne e case. (Più il larice cresce in alta montagna migliore è il suo legno). In Val di Fassa certi architravi maestosi portano scolpiti date e nomi che vanno indietro nei secoli. Ma anche con il larice si fanno assicelle per la copertura dei tetti (le scandole), mastelli, botti, mobili e suppellettili. Nell'acqua è immarcescibile e, oltre a costruire le navi, i Veneziani, sopra i pali di larice, hanno edificato chiese e palazzi. Venezia, però, aveva anche regolato con leggi severissime lo sfruttamento delle foreste e a questo scopo, nei primi anni del Cinquecento, aveva nominato uno specifico magistrato.
Plinio ci racconta che Tiberio per la costruzione del Ponte Naumachiario fece venire dalle Alpi Rezie una trave di larice che lasciò stupefatti i Romani: era lunga centocinquanta piedi e aveva una grossezza uniforme di due piedi per ogni lato. Ma oggi, a pensarci, ci stupisce ancora di più il suo trasporto.
I tre larici della Ultental, in Sudtirolo, oltre il villaggio di Santa Geltrude, sono certo gli alberi più antichi delle Alpi. Il più maestoso di questi misura più di otto metri di circonferenza e la sua altezza, malgrado un fulmine o la neve che gli hanno spezzato l'apice, è di ventotto metri. I1 quarto fratello di questi tre venne divelto da una bufera nel 1930 e contando gli anelli si poté determinare che aveva duemiladuecento anni. Ora gli esperti dicono che il maggiore è lí a guardare le montagne da duemilatrecento anni!
Anche il «mio» albero da ragazzo era un larice. L'aveva fatto piantare mio nonno per ricordare il XX° secolo. Poi venne la Grande Guerra e nella corteccia portava le cicatrici di quando, tra il 1916 e il 1918 Si trovò tra l'una e l'altra trincea del fronte. Le ferite delle pallottole e delle schegge erano allora, attorno agli anni Trenta, incrostate di resina, e forse la biforcazione in alto era dovuta alla stroncatura inferta da una granata di passaggio. Ma il larice, oltre alle tormente e ai fulmini, sopporta anche la guerra.
Mi arrampicavo lassù, sul «mio» larice, tra gli aghi d'oro infiammati dal sole verso il tramonto. A volte mi sedevo a cavalcioni nella forcella della biforcazione e la resina mi impeciava la gambe nude e i calzoncini. Ma quando il sole incominciava a scendere dietro le Piccole Dolomiti mi alzavo da ramo in ramo come uno scoiattolo, fin dove la punta incominciava a dondolare sopra il vuoto e i rami flessibili e sottili riuscivano a sopportare il mio peso. Mi pareva, da lassù, di poter guardare più a lungo il sole che tramontava tra nuvole infuocate e di navigare con la fantasia verso avventure infinite. Era questo il momento in cui noi ragazzi, ognuno sul suo albero, restavamo silenziosi.
Dalla lontana Siberia, dove cresce il Larix sibirica, un viaggiatore ha raccontato che certe popolazioni primitive lo considerano albero cosmico lungo il quale scendono il Sole e la Luna sotto forma d'uccelli d'oro e d'argento. Lassù avevano anche un Bosco Sacro dove ai rami dei larici appendevano le più belle pellicce e ogni cacciatore vi deponeva una freccia.
Ma i larici che personalmente ammiro e fors'anche venero, sono quelli che nascono e vivono sulle scaffe delle rocce che portano il tempo: sono li nei secoli a sfidare i fulmini e le bufere, sono contorti e con profonde cicatrici prodotte dalla caduta delle pietre, i rami spezzati, ma sempre, a ogni primavera quando il merlo dal collare ritorna a nidificare tra i mughi, si rivestono di luce verde e i loro fiori risvegliano gli amori degli urogalli. E all'autunno, quando la montagna ritorna silenziosa, illuminano d'oro le pareti.

▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬L'abete / Albero della nascita e a lui era dedicato il primo giorno dell'anno.
Un esemplare di abete rosso nei Lagorai (TN).
Il peccio, Picea excelsa Link, o abete rosso, è l'albero che è sempre stato presente e mi accompagna nella vita. Nella casa dove sono nato e ho trascorso la mia giovinezza, i mobili, le suppellettili, i pavimenti, le scale, le grandi e geometriche capriate del tetto, tutto era stato ricavato dai pecci dei nostri boschi: erano alberi feriti dalla guerra che per necessità di coltura, tra il 1919 e il 1922, si dovette abbattere.
Da ragazzi, alla festa degli alberi, erano sempre piantine di peccio che mettevamo a dimora nelle ampie chiarie causate dai combattimenti; come sempre di peccio erano centinaia di migliaia le piantine che i miei compaesani piantavano appena la neve liberava il terreno. C'erano diversi vivai, orti forestali li chiamavamo, ubicati in località distinte per clima e altitudine al fine di poter procedere nel lavoro di semina e di rimboschimento in armonia con la stagione meteorologica. I semi venivano dalle foreste della Val di Fiemme che, dicono gli esperti, sono le più belle e danno il migliore legname delle Alpi.
Quello del piantar piantine e del recupero dei materiali bellici è stato il principale lavoro della nostra gente per molti anni; ma tante volte, anzi sempre, scavando le 
piccole buche per il rimboschimento, assieme alla terra 
Abete rosso associato al larice.
e ai sassi uscivano cartucce, bombe inesplose, resti di caduti perché ovunque era stato campo di battaglia.
Ora, a distanza di settant'anni, ci si rende conto che fu errore impiantare boschi puri di peccio: la monospecie e la coetaneità hanno un equilibrio molto fragile perché parassiti di ogni genere, malattie fungine, insetti e inclemenze stagionali possono in breve tempo rendere vani lavoro e capitale. Ma allora si trattava di ricostruire in fretta la foresta distrutta e di coprire cosi i vistosi disastri della guerra.
Anche nel mio brolo, assieme ad altre diverse specie d'alberi di alto fusto, ci sono i pecci: crescono rigogliosi tanto che ormai, anche se sono nel terreno più in basso, mi riducono lo sguardo sul paesaggio. Quand'erano ancora piccoli, mi era molto comodo raccogliere da loro gli sciami delle mie api; poi, quindici anni fa, vennero i fringuelli a fare i nidi tra i loro rami a ogni primavera (che regolarmente, alla schiusa, le cornacchie distruggevano anche se restavo all'erta); quest'anno una coppia di tordi è stata scacciata da una coppia di cesene che ora, mentre scrivo, porta vermi e larve ai nidiacei che, sgraziatamente, stridono.
Il peccio resta pur sempre l'albero per eccellenza delle nostre foreste alpine, e da lui hanno tratto da vivere tante famiglie di montanari che dal suo legno ricavavano oggetti che poi venivano commerciati in paesi anche lontani. Fino alla scoperta e all'uso della plastica, attorno alle case delle nostre contrade c'erano sempre castelli di assicelle o doghe messe a essiccare al sole, e poi da queste, quando il lupo mangiava l'inverno, si ricavavano mastelli, secchie, tini, fasce per il formaggio, scatole di varie misure per le farmacie e gli orefici.
La pigna dell'abete rosso in primavera.
Rari pecci con particolari caratteristiche (denudati dalla corteccia mostrano delle piccole verruche regolarmente distribuite lungo il tronco) venivano e vengono chiamati alberi di risonanza e abbattuti, stagionati e segati in maniera accurata e seguendo le fasi lunari (l'abbattimento deve essere fatto subito dopo il plenilunio e, dopo qualche anno, il tronco segato in luna calante perché così il legno, materiale vivissimo, risulta più stabile). Di queste assi così ottenute i liutai si servono per costruire le casse degli strumenti a corda.
La foresta pura di peccio è uniforme, cupa, qualche volta priva di sottobosco o con sottobosco povero. Gli alberi si alzano diritti come colonne e la luce filtra tra loro creando forti contrasti come in una cattedrale gotica. D'inverno, a volte, la neve rimane sospesa sui rami per più giorni e quando scivola al suolo crea delle trincee attorno ai tronchi. Le abbondanti nevicate primaverili accumulano grande quantità di neve pesante sulle cime uniformi del bosco e se a queste nevicate si accompagna forte vento, il fenomeno provoca grandi schianti di tronchi e sradicamenti, con rumori violenti e improvvisi, boati, scrosci e nuvole di neve. E chi passerà per una strada forestale o per una mulattiera in tali momenti, proverà profonda emozione e anche spavento.
Il peccio, della famiglia delle Pinacce, da molti, e non solo dai cittadini sprovveduti, erroneamente è chiamato pino. Ma altri alberi sono i pini. Questo peccio, o abete rosso, è albero di primaria grandezza, alto, talvolta, più di quaranta metri; è longevo tanto che in alcune foreste ancora intatte se ne possono trovare di quattro-cinque secoli d'età. I rami sono disposti a piramide con le estremità rivolte verso l'alto. Nelle quote più alte o nelle regioni del Nord assumono forma colonnare perché dalla neve e per lungo tempo i loro rami vengono schiacciati contro il tronco. La corteccia è rossastra e a piccole squame, invecchiando si fessura e si dispone a placche. Le foglie aghiformi lunghe due-tre centimetri sono disposte tutt'intorno ai ramuli; i fiori maschili, sui rami più giovani, sono amenti giallo-rossastri; i femminili di un bel colore rosso vivo. Gli strobili sono penduli, lunghi anche venti centimetri e cadono al suolo prima di aprirsi. (Ma gli scoiattoli comodamente seduti tra i rami amano desquamarli per mangiarne i semi e a terra lasciano cadere il torsolo nodo). I semi sono bruni e grandi come un grano di miglio, con un'ala lunga quindici millimetri.
Quest'albero ama la luce, i terreni sciolti e acidi; forma anche boschi misti con il faggio e l'abete bianco e, nelle quote più alte, con il larice. Riveste le montagne tra gli ottocento e i duemila metri ed è specie tipicamente boreale in quanto la sua distribuzione va dalle Alpi alle montagne più alte della Grecia, dalla Transilvania alla Scandinavia fin oltre il Circolo Polare.
Narrano i poeti greci e latini che il peccio era albero pronubo e sacro a Imeneo perché dal suo legno resinoso si ricavavano le tede per illuminare il talamo nuziale.
L'abete bianco, Abies alha Mih, è pure un grande e maestoso albero che può raggiungere i cinquanta metri d'altezza e superare i quattro di circonferenza, come il bellissimo Avez del prinzep (Abete del principe) in quel di Lavarone, alla cui ombra amava sostare Sigmund Freud e che certamente è stato ammirato anche da Robert Musil. Il portamento dell'abete è eretto, il fusto diritto e cilindrico; la chioma è slanciata ma con gli anni, o con i secoli, assume la forma « a nido di cicogna ». I1 suo colore è verde intenso con i riflessi d'argento dovuti alle pagine inferiori delle foglie aghiformi, appiattite e persistenti, disposte a pettine su un solo piano ai lati del ramulo che le porta. La corteccia è liscia e argentea, con bolle resinose; con il tempo si screpola a placche e s'inscurisce come in tutti gli alberi. I rami principali sono robusti e fitti, a palchi. Come il peccio è albero monoico; i fiori compaiono in primavera, i maschili, sulla parte medio bassa della chioma, sono di colore giallastro; i femminili, sui rami più alti, sono rossoviolacei. Gli strobili, lunghi anche dieci centimetri o più, sono prima verdi e poi bruni, portati verso l'alto.
Il suo areale comprende l'Europa centro-orientale, ma alcune razze di abete bianco si trovano persino in Marocco, in Calabria, in Sicilia, nella Grecia e sulle rive del Mar Nero. Sulle Alpi si spinge sino ai limiti della vegetazione forestale' e lo troviamo di solito consociato con l'abete rosso e il faggio; ama i climi umidi e piovosi. Il suo legno è bianco ma tendente al giallino 0 al rosato, con gli anelli di crescita ben distinti.
I tronchi più belli e alti venivano usati per le alberature delle navi a vela, ma anche nelle armature e nelle capriate di certo impegno perché robusti e forti. Invece le tavole per falegnameria sono meno pregiate di quelle che si ottengono dal peccio.
La corteccia di abete bianco, ricca di tannino, macinata e ridotta in polvere, fino agli inizi di questo secolo veniva usata dai miei conterranei per conciare i pellami.
Quando gli uomini vivevano con la natura, nel tempo dell'anno che il Sole ritornava a salire nel cielo, sentivano di dover festeggiare il grande avvenimento adornando un abete nella foresta e, nella radura luminosa, con danze e canti si rallegravano nel cuore. Poi, dal Paese dove il mare non gelava mai, un giorno arrivarono alcuni uomini ad annunciare la grande novella: era nato Uno che portava la luce. La luce dentro di noi, non fuori di noi. Così per festeggiare quest'Uomo unirono la sua nascita alla festa del Sole.
Da allora si diffuse la tradizione dell'albero di natale che oggi ambientalisti e verdi vorrebbero far morire. La loro ragione, molto emotiva e poco razionale, è che migliaia se non milioni di abeti vengono così sacrificati, che boschi vengono distrutti con grave danno ecologico. E si indignano. Ma le cose non stanno cosi. Intanto si può subito dire che dove per cosi tanto tempo questa tradizione è viva e viene praticata, i boschi non sono affatto scomparsi. Nei Paesi del Nord Europa le foreste di conifere coprono ancora grandi estensioni di quei territori, ed è da credere che le superfici boscate sono aumentate. Ben altre sono le minacce alla loro vita! Da noi invece, per i boschi delle nostre montagne, si deve dire che non saranno certo gli alberi di natale a stravolgere l'ambiente. E mi spiego.
Gli alberi che vediamo vendere agli angoli delle piazze cittadine hanno verso la punta un sigillo del Corpo Forestale che ne garantisce la provenienza. Per lo più vengono da coltivazioni apposite, poste su terreni abbandonati che qualche montanaro coltiva per avere ogni otto-dieci anni una entrata extra per il suo magro vivere. Vengono pure utilizzati per alberi natalizi i cimali degli abeti tagliati nel bosco per necessità colturali.
Si sa che la migliore foresta, la più utile all'uomo sotto ogni aspetto, non è la foresta vergine o quella abbandonata a se stessa, ma quella mista, disetanea e coltivata. Lo dicono da tempo l'esperienza e gli studiosi che tutta la vita hanno dedicato al bosco; e per coltivarlo, per avere i benefici, bisogna appunto tagliare o agevolare lo sviluppo. La foresta ci deve dare legname da opera e da carta, legna per riscaldarci. E anche alberi di natale per ricordare il ritorno del Sole e la nascita di Cristo.
Qui, al confine con il mio brolo, c'è un pascolo ai margini del bosco. Nel corso degli anni ho potuto constatare come va cambiando nell'aspetto. Un tempo vi pascolavano nove vacche; poi è stato abbandonato. Ha incominciato a coprirsi di cardi, di cespugli di ginepro, rosa canina e crespino. Tra questi cespugli sono comparsi dei piccoli abeti e qualche frassino. Qualche anno fa il contadino ha voluto riprendere l'allevamento e al posto delle dieci vacche, sullo stesso pascolo, non può tenere più di sette vitelle: hanno trovato poca erba e cosi ha dovuto decespugliare e ripulire l'area.
Ma intanto sono anche cresciuti gli alberi che con la loro ombra e con il loro sviluppo hanno ancora ridotto il pascolo. Ora, proprio in questi giorni di dicembre, il proprietario ha avuto dal Corpo Forestale l'autorizzazione a tagliare qualche centinaio di alberelli al fine di far crescere l erba per alimentare le vitelle. Questi alberelli diventeranno alberi di natale per voi che vivete in città e questa Operazione non la trovo per niente antiecologica.
A conferma di questo, proprio l'altro giorno un agronomo Rettore d'Università, mi diceva come, a causa dell'abbandono della montagna, anno dopo anno aumenti notevolmente la superficie boscata delle nostre Alpi, Prealpi e Appennini
Non preoccupatevi, quindi, amici ecologisti e verdi, per gli alberi di natale che vedrete vendere nelle vostre città: hanno lo stesso valore morale dei fiori nelle fiorerie. E a coloro che verranno a trascorrere le vacanze natalizie e di fine anno in montagna, vorrei solo dire di non essere loro ad andare nel bosco a tagliarsi l'albero di natale, che si potrebbero fare danno, oltre al furto. E poi sotto quell'abete che rallegrerà le nostre case non mettiamo solo doni costosi, inutili o diseducativi per i nostri ragazzi, ma assieme a qualche libro anche qualcosa per la ricerca sul cancro, o per i vecchi del ricovero.

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Il pino
Abete bianco, abete rosso o peccio, larice sono pinacee; altro genere, pur della stessa famiglia, sono i pini: una novantina di specie distribuite nell'emisfero boreale, dall'Atlantico al Pacifico. Ma anche se con pazienza e l'aiuto di testi potrei distinguerne un discreto numero, mi limito o parlarvi dei pini che sono nel mio brolo: del Pino silvestre, del Pino montano e del Pino cembro.

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Pino silvestre
Il pino silvestre che sta a mezzogiorno e che ben si armonizza tra le due betulle, lo raccolsi e lo trapiantai da una antica morena un giorno che ero andato a camminare con mio figlio, sul finire di un lungo inverno. Ma come ora è cresciuto! Ed è a guardarlo che mi rendo conto di come passano le stagioni.
Albero di primaria grandezza il pino silvestre può arrivare a quaranta metri e oltre; anche lui, come tutte le conifere è molto longevo e può passare i cinque secoli di vita. I1 suo fusto è diritto, ma la neve, i fulmini, le pietre che cadono dall'alto della montagna, il vento lo possono rendere tormentato. La sua chioma è rada e irregolare, i rami hanno gli apici rivolti verso l'alto; dove cresce stretto ad altri consimili ha forma piramidale allungata, si distende quando è isolato o rado. La sua corteccia è squamosa, rossastra da giovane, tendente al grigio e solcata da maturo, ma sempre portata al rosso verso la cima. Le foglie sono aghiformi, di colore verde-glanco, raggruppate a due a due, lunghe da tre a sette centimetri, contorte a spirale (sono più corte nei Paesi freddi, più lunghe nel Meridione).
Come le altre conifere è albero monoico e i fiori di questo pino sono molto ricchi di polline, tanto che le api ne fanno abbondante raccolto che concorre alla produzione della cera. Quando tra maggio e giugno sono in fioritura, camminando sotto di loro ci si può ritrovare con gli abiti tutti spruzzati di una polvere gialla che si stacca dagli stami a ogni leggero soffiare di vento; un tempo questo fenomeno veniva chiamato pioggia miracolosa di zolfo.
È un albero che ama il sole e i climi continentali; sopporta molto bene freddo e siccità ed è anche specie pioniera nei terreni degradati. Se uno percorre la Val Venosta può osservare come il lato di sinistra, quello arido rivolto a mezzogiorno, sia qua e là popolato da macchie di pino silvestre, mentre quello a destra, rivolto a mezzanotte e umido, sia invece coperto da pecci, abeti e latifoglie.
Il buon legno del pino silvestre, con l'alburno biancorosato e giallino e il durame più tendente al bruno, varia di qualità secondo la provenienza: il migliore è quello che cresce lentamente nei luoghi freddi o elevati; è di lunga durata, resistente, ottimo per costruzioni navali ma anche per mobili e oggetti casalinghi. Dai tronchi che non vengono usati in segheria si ricava cellulosa da carta. Dalla ramaglia un tempo si otteneva un carbone dolce particolarmente ricercato e usato per la fusione di acciai speciali.
Dagli alberi adulti, quando raggiungono l'età di cento-centoventi anni, incisi al piede fuoriesce una resina grassa che, distillata, dà un'ottima acquaragia; dal residuo di questa distillazione si ottiene la pece greca o colofonia e quella ricavata dal pino silvestre è la migliore tra tutte per impeciare i crini degli archi degli strumenti musicali.
Secondo rilievi fatti nel secolo scorso da Adolfo di Bérenger nei boschi della Stiria, ogni pino adulto produce tra i tre e i quattro chilogrammi di resina all'anno; sicché un ettaro di pineta può dare circa millesettecento chilogrammi dai quali si ricavano per distillazione trecentocinquanta chilogrammi di olio di trementina e circa mille di colofonia.
Dopo essere stata cosi utilizzata, la parte del tronco scortecciata e che restava impregnata di resina, era un prezioso legno da teda perché tagliata in asticelle forniva fascelline da usarsi al posto delle candele o delle lucerne e, un tempo, ne veniva fatto grande commercio. Ricordo come cinquant'anni fa in Albania, nei mercati di Tirana e di Korica, i montanari scesi dai villaggi vendevano per poche lire i mazzetti di queste stecche di pino silvestre che gocciolavano ragia; e come nei boschi vedevamo ogni tanto un pino scavato nel tronco, da dove anche noi abbiamo poi imparato a staccare le tede per illuminare i ricoveri.
Bruciando il legno di quest'albero, disposto in cataste simili a quelle delle carbonaie ma con più cura, si raccoglieva il catrame che colava in una fossa o in un recipiente sottoposti; questo distillato serviva per le vele delle navi e per i cavi. Raffinato o ricotto dava altri preziosi prodotti come la «pece rossa» che si usava spalmare nell'interno dei vasi vinari, o quella «pece bruna» che in Germania adoperavano mista a creta per impeciare le botti da birra. La «pece navale» era indispensabile per calafatare le navi ; la «pegola » serviva a calzolai e sellai per impegolare lo spago da cucito. Marziale scrive che la «pece rabulana» veniva aggiunta al vino per renderlo più abboccato.
Il pino silvestre è pure pianta medicinale: le gemme, gli aghi e i ramuli contengono principi balsamici attivi e disinfettanti; e se volete fare un bagno veramente salutare rnettete nell'acqua molto calda della vasca un bel mazzo di ramuli freschi ricchi di aghi, allungate l'acqua alla temperatura desiderata e poi immergetevi respirando i vapor1 A1 di là delle Alpi si raccolgono gli aghi del sottobosco e dopo averli messi a macerare si ottiene la lana di 60sco (Waldwolle) che per le sue proprietà igieniche e salutari (cura i reumatismi) può sostituire la lana di pecora nei materassi e nei guanciali.
Tante cose ha sempre dato all'uomo quest'albero! Plinio ci racconta che dal pino silvestre si ricavavano i cannelli per scrivere (fasces calamorum): temperati a forma di penna d'oca venivano induriti per mesi dentro un letamaio. Vitruvio descrive come dentro appositi forni o dentro capanne chiuse da ogni lato si ottenesse il nero di fuliggine bruciando legno di pino, e questo nero veniva usato dai pittori, e più ancora come ingrediente principale nella composizione dell'inchiostro.
Presso i Greci il pino silvestre era il simbolo della verginità e per questo dedicato a Diana; ma anche a Pan in memoria di una fanciulla da lui amata e insidiata che Borea spinse sulle montagne e fece precipitare da una roccia. La Terra pietosa la trasformò in pino e quando Pan sentiva il soffio di Borea non cessava mai di piangere. Le gocce di ragia che il pino geme sono le lacrime della fanciulla amata.

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Il pino montano (e pino mugo)
Cespugli di pino mugo sulla Paganella (TN).
Il montano è dei pini il più polimorfo, ossia assume forme diverse da luogo a luogo, o anche sullo stesso luogo e, persino, assicurano gli esperti, sullo stesso individuo; tanto che per classificarlo è da preferire il suo portamento che non i caratteri degli strobili.
Gemme di pino mugo nel momento del massimo rigoglio vegetativo.
In linea di massima possiamo dire che nell'area occidentale: Pirenei, Alpi occidentali, Engadina, si trova il tipo arborea a fusto unico o anche a più fusti eretti e slanciati che possono raggiungere i venticinque metri d'altezza; nelle Alpi orientali, nei Carpazi e nei Balcani il tipo prostrata a fusti numerosi e striscianti pure lunghi sui venti metri ma che, al massimo, raggiungono in altezza i quattro.
La sua corteccia è scura, quasi grigio-nera, i rami sono verticillati, ossia inseriti a due o a più di due nello stesso nodo; hanno gli apici rivolti verso l'alto; le foglie, lunghe tra i tre e gli otto centimetri, sono diritte e pungenti, di colore verde cupo. I fiori maschili sono gialli, i femminili violacei. Gli strobili mutano da varietà a varietà: uncinata, pumilio, mughus e sono lunghi dai tre ai cinque centimetri. I semi sono piccoli, con una piccola ala, e il vento delle tormente li dissemina nei luoghi più impervi. Fiorisce tra la fine della primavera e l'inizio dell'estate, quando le pernici bianche dischiudono le uova.
Sulle montagne forma boscaglie pure, o anche miste con larice, peccio, cirmolo, ontano verde; si arrampica a coprire ghiaieti, rocce, ripiani, scende dagli orli degli abissi o risale al limite della vegetazione forestale fino oltre i duemilacinquecento metri di quota. Per questo suo comportamento esercita in alta montagna una notevole azione protettiva, trattenendo l'acqua e la dilavazione del suolo. Se la neve non è tanto alta da coprirlo interamente, specialmente nelle forme prostrata, impedisce la caduta di valanghe.
Distillando i suoi ramuli si ottiene il mugolio, un olio essenziale di grandi proprietà medicamentose ad azione balsamica e antiflogistica per le vie respiratorie dei bambini e dei vecchi.
Il legno del pino montano non vale molto perché, a causa delle modeste dimensioni che raggiunge il tronco, non è utilizzabile come legname da opera. A cagione della sua breve estate cresce lentamente e così diventa pesante e compatto, flessibile anche al vento e al peso della neve. Dopo due o tre anni dal taglio (che deve essere fatto in luna calante! ) brucia bene e dà un buon calore; e questo ben lo sanno i pastori che dopo averlo reciso lo lasciano per « due agosti » alle intemperie e al sole. A me, sin da ragazzo durante le escursioni, e poi nel tardo autunno nei ricoveri di caccia, il suo fuoco ha fatto compagnia, e riscaldato e asciugato dalla pioggia o dalla neve.
Il pino montano varietà mugo del mio brolo l'ho portato giù dalla montagna di Campo Filon, giusto vent'anni fa, quel giorno che Ermanno Olmi era salito lassù per girare una scena dei Recuperanti, quella dove si vede una grossa bomba nel mentre che passa un gregge. Le pecore, camminando, avevano smosso la poca terra denudando cosi le radici di un piccolo mugo che poi raccolsi e trapiantai qui a casa. Ora è cresciuto molto di più che se fosse rimasto lassù; ma invece di essere prostrato e contorto, il clima e le precipitazioni nevose dovute ai mille metri di differenza di quota, lo hanno sviluppato policormico ed eretto come i pini montani delle Alpi occidentali.
Ma i pini mughi delle nostre montagne, ora che i carbonai più non li tagliano e i sentieri si rinchiudono a causa del loro sviluppo, sono anche famosi per i problemi che possono creare ai viandanti che osano attraversarli; e anch'io la settimana scorsa ho girato a vuoto per più di un'ora sotto la pioggia e tra l'intrico dei loro tronchi striscianti, e alla fine mi sono ritrovato, sfinito, al punto di partenza. E dai vecchi è ricordata come « la Barancia » una compagnia del Settimo Alpini che alla fine del secolo scorso, durante una manovra, si perdette tra i «baranci», i mughi delle Dolomiti.
La mancata utilizzazione da parte dell'uomo di questa specie di pino, fenomeno che si è verificato in questi ultimi cinquant'anni, ha portato un notevole cambiamento non solo nel paesaggio ma anche negli habitat della selvaggina, e oggi non è raro trovare a quote insolite famiglie di caprioli mentre, per mancanza di pascolo a loro confacente, si sono fatti più rari i galli di monte e le pernici bianche.

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Il pino cembro
Pino cembro (o cirmolo) nei Lagorai (TN).
Per i due piccoli pini cembri che ho nel brolo ci vorranno molti anni perché diventino alberi ben visibili! Ma se gli uomini saranno saggi e avremo posteri, i nipoti dei miei nipoti potranno dire: « Questi cembri li aveva messi a dimora il nonno di nostro nonno ».
Il Pino cembro, o cirmolo, tra gli alberi delle nostre A1pi è, con il larice, il più bello: socievole e sempreverde non raggiunge l'altezza dell'abete o del peccio, ma può arrivare oltre i settecento anni di vita. Dove i fulmini, le valanghe, i sassi feriscono il tronco, assume forme tormentate e inconfondibili; e lassù, tra i millecinquecento e i duemilacinquecento metri di quota, tra nevai, rocce e ghiacciai è vedetta arborea della natura.
È di lentissimo accrescimento; i rami sono grossi e irregolari, incurvati verso l'alto a formare una densa chioma; la corteccia è grigia, profondamente fessurata lungo il tronco; gli aghi delle foglie sono riuniti a fascetti di cinque, teneri e sottili, di colore verde-glauco e durano sul ramo quattro-cinque anni; gli strobili (che messi in infusione nella grappa donano un bel colore ambrato e un sapore non piccante di resina) sono lunghi otto centimetri e al secondo anno maturano i semi dentro una guaina legnosa. Questi pinoli sono cibo molto ricercato da scoiattoli e nocciolaie che molte volte li nascondono tra le crepe delle rocce per i tempi di carestia; quelli dimenticati germogliano e le piantole allungano le radici a cercare tra le pietre e i muschi un briciolo di vita: tanto che è sempre stupefacente vederle poi cresciute sopra un masso al margine di un ghiacciaio o su una parete di roccia.
Il legno del cirmolo è bianco-crema, il durame rossobruno odoroso e inattaccabile dagli insetti; per la sua grana fine e per la sua omogeneità è albero da sculture e molto bene lo usò Andrea Brustolon, grande scultore decorativo del rococò veneziano, artefice di altari, stalli, sedie, bastoni e di elementi decorativi. Augusto Murer dai tronchi di cirmolo delle sue montagne ricavava le sue amare maternità. Ma per i montanari è soprattutto grande legna da casa per mobili e oggetti, e per rivestire contro il gelo le stanze da godere nei lunghi inverni.

Mario Rigoni Stern
“Arboreto Salvatico”
Einaudi, Torino, 1996

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