19 gennaio 2026

La fune di cuoio intrecciato.

Prima del nylon e prima ancora della canapa i contadini hanno usato per secoli una grossa fune di cuoio intrecciato per i lavori nei boschi e nei fienili. 
Era tra gli strumenti più importanti dei contadini d'alta montagna e dei boscaioli. Veniva considerata un bene prezioso, spesso tramandato di padre in figlio. Resisteva a carichi estremi e ripetuti, dove una corda di canapa si sarebbe spezzata per lo sfregamento. Era indispensabile per legare i carichi di fieno o i carichi di legna da ardere sui carri o sulle slitte.

La fune di cuoio naturale era oggetto degli attacchi di topi e ghiri, perciò doveva es-
sere conservata fuori dalla loro portata.

Per costruirla si usava pelle di bovino (vacca o bue), tagliata a strisce lunghe e sottili; quando era ancora fresca o appena conciata le strisce venivano intrecciate fra loro (3 o 4 capi). Durante l'intreccio, il cuoio veniva mantenuto umido e unto con grasso animale per garantirne la flessibilità.
👉Grazie alla sua elasticità naturale, permetteva di "stringere" il carico in modo che non si muovesse durante le discese scoscese. Veniva usata per legare i tronchi da trascinare a valle (esbosco). La resistenza all'abrasione contro rocce e terreno ghiacciato era superiore a qualsiasi fibra vegetale.
Spesso terminava con una spola (un pezzo di legno duro sagomato) o un anello di
ferro che fungeva da serraggio a strozzo.
👉Aveva molti vantaggi: a differenza delle corde moderne, il cuoio ha una memoria elastica perciò se il carico si assestava durante il tragitto, la fune di cuoio continuava a esercitare pressione, mantenendo il carico stabile; non bruciava facilmente per sfregamento contro il legno e non si sfilacciava come la canapa a contatto con i sassi; anche se bagnata, offriva una presa eccellente per le mani callose dei contadini.
Se non veniva ingrassata regolarmente (con grasso di marmotta, di tasso o sego bovino), il cuoio diventava secco, rigido e tendeva a spaccarsi. Se si bagnava eccessivamente e poi asciugava rapidamente al sole, diventava durissima e doveva essere nuovamente ingrassata. Essendo pelle animale se conservata in posti umidi poteva marcire o ammuffire.

18 dicembre 2025

Shock culturali: l'uccisione del maiale nelle periferie urbane (succedeva negli anni del boom economico post-WW2)

Lo spaesamento dei contadini immigrati nei casermoni delle periferie industriali del Nord. Non più "villici" ma non ancora "urbanizzati".
Bologna, quartiere Pilastro, anno 1970, ultimi giorni dell'anno: gli ex-contadini immigrati per lavoro squartano e lavorano nei giardinetti delle case popolari un maiale appena ucciso, replicando fuori contesto il rito contadino della "maialatura".
Oggi la macellazione domestica è vietata mentre viene ancora praticata nei villaggi
dell'Est europeo
, dove le tradizioni legate alla civiltà contadina sono ancora presenti.
Nella civiltà contadina ogni casa aveva un suo spazio per allevare il maiale e a dicembre, dopo averlo curato per un anno, l'intera famiglia partecipava al rito collettivo della sua uccisione. Un rito identitario e comunitario che coinvolgeva anziani, donne e bambini, un gran festa contadina, familiare e pagana.
👉La maialatura richiedeva tanta manodopera, ricompensata con cicciolata, cervello fritto e altri

17 novembre 2025

Le fasce da formaggio.

Sono uno strumento fondamentale nella produzione artigianale del formaggio in malga e servono a due scopi: dare la forma alla massa cagliata e compattarla lasciandola libera di spurgare il siero.
Le fasce davano ai  formaggi la loro forma rotonda contenendo la massa semi-solida appena estratta dalla caldaia. Inoltre facilitavano lo spurgo del siero, una fase essenziale per poter passare alla successiva stagionatura del prodotto. Eccone una conservata nel Museo Etnografico Trentino di San Michele all'Adige, ospitato nell'ex-monastero che fu "patria del Teroldego".
Due fasce con la copertura in legno su cui si poggiava sasso per esercitare una co-
stante pressione sul formaggio fresco.
Erano realizzate in legno, materiale igienico, facilmente reperibile e che permetteva una corretta traspirazione e drenaggio del siero. Il legno doveva essere non trattato e per mantenerlo idoneo al contatto con gli alimenti la loro superficie doveva essere lavata e mantenuta sempre pulita.
Il locale stagionatura di Malga Campo sul monte Altissimo di Nago.
👉Dovevano assicurare il diametro e l'altezza desiderati per il tipo di formaggio che si voleva produrre (ad esempio, forme più grandi per formaggi da lunga stagionatura) e quindi funzionavano anche da "unità di misura" del prodotto, un po' come avveniva con gli stampi da burro.
Le essenze migliori erano i legni non resinosi, che non cedevano sapori o odori sgradevoli al formaggio.
👉Tra i legni più utilizzati c'erano l'abete (per la sua disponibilità in montagna veniva usato anche se resinoso e aromatico), il  pioppo (più leggero e facile da lavorare) e il faggio (legno duro e compatto, resistente all'umidità).
L'estrazione della massa cagliata dalla caldaia, la sua riduzione in pani, la pressatura nelle moderne fasce in plastica e la fase di salatura a Malga Dosso di Sotto, sull'altipiano di Asiago.


5 ottobre 2025

Camminare con il legno ai piedi: gli zoccoli e le sgalmere

Queste calzature primitive con la suola di legno erano molto diffuse soprattutto in alcune zone e valli di montagna del nord Italia.
Spesso, per aumentarne la durata e la presa su terreni difficili, la suola di legno veniva rinforzata con chiodi di ferro forgiati a mano (le classiche broche da vecchio scarpone delle epoche pre-Vibram).
Sebbene nate come scarpe da lavoro, non mancarono però le versioni più raffinate.
Fino alla seconda guerra mondiale i contadini delle terre alte fecero largo uso di calzature primitive con la suola in legno. Si camminava con il legno ai piedi con semplici zoccoli tutti d'un pezzo ma soprattutto con le "sgalmere" dalla suola in legno e la tomaia in cuoio.
Vedi anche il sito Museo Etnografico “Tarcisio Trentin” di Telve di Sopra.
👉Le sgalmere non erano degli zoccoli, ma piuttosto scarponi da fatica. La caratteristica distintiva è che la loro suola, interamente in legno, era completata da una tomaia (la parte superiore della scarpa) di cuoio o di pelle. La suola di legno serviva per la sua resistenza meccanica e l'isolamento dal freddo e dal bagnato. La tomaia era di robusta fattura e veniva inchiodata saldamente alla suola in modo da garantire protezione e stabilità.
👉Si utilizzavano legni duri, come il faggio, che si ammorbidivano con l’acqua così da poter inserire i chiodi: se non si inumidiva i numerosi chiodi potevano spaccare il legno.
Le sgalmere sono rimaste in uso fino a metà del XX secolo, a volte anche oltre. Fino agli anni '60 del Novecento, per esempio, erano d'uso comune nella povera val di Cembra, dove d'estate i bambini erano ancora abituati a giocare a piedi scalzi. Nel giro di qualche l'industrializzazione del fondovalle  portò anche nelle valli disagiate un nuovo benessere frutto del boom economico e tutti cominciarono a calzare scarpe e scarponi.

8 settembre 2025

Il letto alla tedesca: pratico, caldo e senza lenzuola

E' un modo di dormire semplice e funzionale, pensato per difendersi dal freddo. Lo si incontra fra le popolazioni di montagna di cultura tedesca.
Il letto in uso nei masi ha le sponde laterali rialzate come in uso per le cuccette dei marinai, fatto che "sigilla" il dormiente proteggendolo dal freddo delle camere da letto, sempre prive di riscaldamento. Del resto nelle terre alte e in quelle del Nord d'inverno si combatteva col freddo.
Anche nei rifugi alpini ci si imbatte spesso in letti a castello con i piumini e le spon-
dine contenitive. Qui siamo al Rifugio Oltradige (catena della Mendola).
La sua caratteristica era (ed è) che faceva a meno sia delle lenzuola che delle coperte, sostituite da un soffice e caldo piumone che andava ad incastrarsi tra le sponde rialzate le e testiere del letto e bloccava così gli spifferi d'aria gelata. Uno smusso in una delle due sponde agevolava l'accesso. Il piumone era sempre infilato in una fodera di stoffa lavabile facilmente estraibile, sul tipo delle federe dei cuscini.
Nei masi più grandi e ricchi i letti venivano spesso decorati ad intaglio.
Il letto alla tedesca è molto pratico perché non va rifatto e permette di arieggiare facilmente i piumini che sostituiscono il lenzuolo superiore, le coperte e il copriletto.
👉La versione matrimoniale del "letto alla tedesca" è caratterizzata dall'utilizzo di due piumini singoli separati, invece di un unico piumone grande. Questo significa che ogni persona aveva il suo piumino e il suo copripiumino.
👉I piumini si facevano con le piume più fini delle galline, le quali non mancavano mai nei masi e nelle abitazioni contadine per via delle uova. Senza contare che molti contadini allevavano anche delle oche; il piumino d'oca è tutt'oggi considerato il miglior materiale per la costruzione dei sacchi a pelo per l'alpinismo d'alta quota.

31 luglio 2025

Lo stampo per il burro.

E' uno stampo in legno usato per dare una forma regolare al burro e ottenere nel contempo panetti dal peso standard.
Due stampi da burro esposti al museo di San Michele. Nei riquadri l'uso dello stampo nella Malga Dosso di Sotto. Una volta solidificato, il burro assume la forma dello stampo e può essere facilmente estratto rovesciando lo stampo.

Una raccolta di immagini che danno l'idea della grande varietà di forme e motivi decora-
tivi che caratterizzavano gli stampi da burro, che in malga  fungevano in pratica da garan-
zia sul peso e la provenienza del burro.  In basso il colore giallo del burro di Malga Casa-
pinello
e lo stampo d'epoca in uso a Malga Venegia.
Gli stampi presentano sempre incisioni o motivi decorativi che vengono impressi sul panetto di burro permettendo di identificarne la provenienza, come un marchio di fabbrica.
👉La pasta di burro crudo viene estratta dalla zangola, posta sopra un tavolo di legno, lavata con acqua corrente, impastata e spremuta con le mani per far uscire tutto il latticello, passaggio questo importantissimo per la sua conservazione contro l’irrancidimento. Suddivisa poi in approssimativi pannetti, la pasta viene forgiata nello stampo che ne determina il peso e le conferisce, riportando in bassorilievo gli ornati incisi all’interno, il "marchio di fabbrica".
👉Costruire uno stampo da burro non è semplice; le incisioni sui lati e sul fondo il cui lavoro d’intaglio richiede abilità artigiane e scalpelli specifici. Si usava legno a venatura compatta ma che si lascia incidere bene come il noce, il faggio, l’acero, il tiglio, il ciliegio. Ma non il castagno, per via del suo alto contenuto in tannino. Molto apprezzati il cirmolo e l'abete, che cedono al burro il profumo delle loro essenze.

29 giugno 2025

La casera della malga alpina

La casàra o casèra sorge poco lontana dallo stallone degli animali. Più piccola e spesso a due piani (quello sopra destinato ad alloggio dei malgari). Con qualche variante regionale tipo: Zillertal tirolese, Lagorai trentini, Baldo veronese, etc).
Piano terra di una casera-tipo: il casello dove veniva lasciato riposare il latte appena munto per far affiorare la panna, il portico di passaggio con la zangola per produrre il burro, la casèra dove si produceva il formaggio e la ricotta, il magazzino areato per la stagionatura delle forme e la porcilaia (i maiali venivano alimentati con il liquido biancastro che rimaneva dopo le lavorazioni e con i resti dei pasti dei malgari (che dormivano al piano di sopra).
Anche la più piccola delle malghe aveva sempre il suo punto-fuoco con il paiolo ap-
peso ad un sostegno a forca per poterlo spostare anche quando era pieno.
Qui il malgaro alloggiava e sempre qui lavorava il latte. Oltre allo spazio dove i malgari dormivano e consumavano i pasti, la casèra ospitava il cuore produttivo della malga costituito dagli spazi dove si svolgevano le varie fasi di lavorazione del latte: la produzione del burro, dei formaggi e della ricotta, nonchè un locale areato destinato alla stagionatura delle forme di formaggio.
Vecchio paiolo a Malga Casapinello (Lagorai, 2022).
👉Il centro della casèra era costituito dal punto-fuoco dove, in un grande e capiente paiolo di rame sospeso ad una catena avveniva la produzione vera e propria del formaggio e della ricotta: il latte veniva riscaldato nel paiolo e successivamente vi veniva aggiunto il caglio, una sostanza che provoca la coagulazione del latte e la formazione della "cagliata" quei grumi che costituiscono il futuro formaggio. Seguiva la rottura della cagliata: una volta formata, la cagliata veniva "rotta" con un apposito attrezzo (lo spino) in frammenti o grani più o meno grandi a seconda del tipo di formaggio che si voleva ottenere.
👉Infine si procedeva alla estrazione del caglio ed alla sua pressatura: la cagliata viene estratta dalla caldaia-paiolo e messa in fascere, degli stampi di sottile assicelle di legno sagomato che venivano usate per dare al formaggio la sua forma rotonda. Dentro le fascere il formaggio fresco veniva pressata per favorire lo spurgo del siero residuo.
👉Dal siero rimasto nel paiolo del formaggio si ricavava la ricotta e il liquido biancastro che rimaneva veniva dato ai maiali.
👉Il burro invece era già stato estratto dalla panna prima, agitando e sbattendo nella zangola la ricca panna che affiorava dal latte che dopo munto lasciato a riposare in appositi recipienti piatti, bassi e larghi, che favorivano il naturale processo di affioramento della panna, la frazione più grassa del latte vaccino.