12 novembre 2020

Un grande maso a corpo unito: è l'Hackler Hof di Kufstein (in Tirolo), che apparteneva ad una famiglia benestante

Questo importante maso a corpo unico è una tipica costruzione dell'Alpbachtal, una delle più belle vallate tirolesi. Risale al 1675 e si trovava a 1.090 metri di quota (ora è stato spostato al museo etnografico di Kramsach).
L'elaborata struttura è realizzata in Blockbau, appoggiata su un robusto basamento in muratura. I balconi che corrono attorno all'abitazione e che sono utilizzati per scopi di stoccaggio, sono caratteristici della zona. Il tetto a due spioventi è coperto di scandole e stabilizzato con numerose pietre.

La zona giorno ( sx) ha una pianta centrale, sul lato destro dell'ampio spazio c'è la Stube e una cucina, a sinistra due camere. Al piano superiore ci sono altre tre camere e le casse-deposito delle scorte di grano. La grande stalla dispone di spazi separati destinati ai bovini, ai cavalli e agli ovini.


La Stube ospita una stufa verde in maiolica, segno sicuro dell'appartenenza ad un ceto sociale superiore. Il tavolo circondato dalla panca risale al 17° secolo e le finestre sono state ripristinate alle loro dimensioni originali.


La vasta e importante cucina ripete il classico impianto a focolare aperto, ma con soffitto e canna del camino in legno, due soluzioni inusuali che testimoniano di un largo impiego di precauzioni costruttive volte ad evitare il rischio di incendi. Il maso dispone di un forno esterno per la cottura del pane e sul tetto c'è il piccolo campanile con la campana per richiamare gli uomini dai campi.

Nella sezione agricola, la stalla e il fienile sono collegati anche da una scala interna ma l'accesso al fienile e al ripiano destinato alla trebbiatura avviene da tergo, sul lato a monte. La copertura, con torretta di richiamo dai campi, è rivestita con le classiche scandole di larice.


23 ottobre 2020

Zirele e spumilie, per i dì de festa o de mattane

Lo zucchero era venduto a prezzo elevato ed era presente senza restrizioni solo nelle cucine dei nobili, dei ricchi, della curia vescovile...
 zirele e spumiglie
Sia per le zirèle che per le spumiglie bisognava disporre di tanto zucchero.
Nelle case contadine lo zucchero veniva consumato con parsimonia ed anche gli ingredienti dei dolci delle feste tenevano conto di questo "vincolo di sistema, mentre come dolcificante quotidiano si continuava ad affidarsi al miele.
Molto zucchero serviva anche la preparazione delle spumiglie, un dolce sofficioso e edonistico fatto di chiara d'uovo montata a frusta e zuccherata oltre misura.
zirele e spumiglie
Proprio dallo zucchero iniziava la produzione delle trentine zirèle, caramelle di zucchero a forma di cubetto, dal caratteristico colore rosso. In una padella di rame si versava l'acqua, lo zucchero e, come addensante, il miele. Portati ad ebollizione, il fuoco veniva calato e a questo punto si aggiungeva l'aroma prescelto: in genere il colore rosso derivava da da un mix di cannella e di garofano. 









zirele e spumiglie
Il composto veniva infine steso poi su un ripiano di marmo fino a formare un lastra alta circa un centimetro che una volta raffreddata veniva tagliata in pezzi per dare appunto la forma e la dimensione finale. In 48 ore, tutto era pronto per essere gustato.

24 settembre 2020

Il maggiociondolo, l'alberello tanto apprezzato dai carradori

Prima della Rivoluzione Industriale, che introdusse il ferro e i cuscinetti a sfere, l'usura dei mozzi nelle ruote dei carri e delle carrozze era un bel problema.
I suoi grappoli di fiori gialli annunciano l'arrivo dell'estate.
L'assale e il mozzo della ruota sfregavano continuamente l'uno contro l'altro; la superficie di contatto andava sempre tenuta bene ingrassata con lo strutto di maiale o con il grasso di cavallo, cosa che riusciva a diminuire un poco l'attrito, il surriscaldamento e l'usura.
👉Ma soprattutto andavano costruiti col materiale più adatto: un legno duro capace di resistere non solo agli sforzi, ma anche allo sfregamento.
👉Difficilmente i mozzi delle ruote e gli alberi degli assali superavano le cinque dita di diametro, quindi l'attenzione si concentrava sulla qualità del legno, che doveva essere non solo duro, ma anche molto compatto. Insomma: il maggiociondolo.
👉E' più un grosso arbusto che un vero albero, ma le dimensioni non erano importanti: mica si trattava di ricavarne travi e capriate da costruzione. Il maggiociondolo era per i carradori ciò che bosso e ciocco di radica dell'erica arborea erano per i fumatori di pipa.
Il legno è duro e pesante, di colore giallo/bruno, ottimo per pali, lavori al tornio e come combustibile. Era utilizzato anche per la costruzione degli archi. Attenzione: é velenoso, per cui nessuna parte della pianta va ingerita. Sulla costruzione dei carri, vedi qui.





10 settembre 2020

Il miele dei masi di montagna

L'autosufficienza dei masi passava anche dalla produzione del miele, visto che lo zucchero si trovava solo nei negozi del fondovalle, e non si poteva produrre sul posto. Ma il miele sì.
Il miele di montagna sapeva di acacia, di tarassaco, di millefiori. Oggi, in tempo di turismo, i contadini dei masi della Val Venosta dispongono lungo i Waale (le canalette di irrigazione) delle cassettine con il miele da loro prodotto, contando sul senso civico degli escursionisti.

Riparo a doppia falda per le arnie, conservato al museo etnografico di Dietenheim/Tedone (Brunico).
Tra le attività legate alla stagione estiva c'era anche la raccolta del miele dalle arnie. Per il millefiori le piante coinvolte sono tante: rododendro, campanula, timo, lampone...
👉Il miele, inoltre, faceva parte della farmacopea di casa e veniva usato per  lenire numerosi malanni, spesso associato alla grappa come cura delle affezioni bronchiali.

18 agosto 2020

La pioggia, nemica giurata della fienagione

Una volta falciata, l'erba dei prati, alti o bassi che fossero, andava comunque lasciata essiccare al sole perchè solo così poteva trasformarsi in "fieno".
Prati alti appena falciati a Velloi (Merano) con nubi all'orizzonte. In basso, ben visi-
bili, le prime file di andane già pronte.
Bisognava riunirla in file (in Trentino erano chiamate andane) e poi sparsa sul prato e rivoltata per farla seccare uniformemente ai raggi del sole.
👉La sera andava nuovamente raccolta in andane per mantenerla tiepida durante la notte. Il mattino, una volta evaporata la rugiada, andava invece sparsa sul prato e così avanti fino a completa essiccazione.
👉Una volta secco, il fieno veniva raccolto in grandi teli in canapa e trasportato a spalla fino alla baita-fienile o al carro con cui trasportarlo a casa.
In alcune zone, come nel Vanoi trentino oppure anche in Valle Aurina, si usava essiccare l'erba falciata su appositi pali da fieno (in alto a dx e al centro) che potevano prendere la forma di alti cumuli elevati attorno ad un singolo grande palo, fungendo così da fienile all'aperto. C'erano anche apposite strutture protette da una tettoia (in foto una rastrelliera slovena).

25 luglio 2020

L'Haflinger, il cavallo di montagna che passò il testimone al cavallo meccanico

La razza Haflinger (in italiano Avelignese) deve il proprio nome al paese di Avelengo (Hafling, in tedesco), posto sui verdi altipiani alti fra Merano e Bolzano, dove venne selezionata.
Due avelignesi fotografati al Pian delle Maddalene, nei Lagorai. Quello davanti, più
tozzo e dal pelo ispido, è più simile all'Haflinger originale, il cavallo da fatica con il
baricentro basso,che fu a lungo il solo in servizio presso i contadini dei masi alti.
haflinger
"Haflinger" è stato anche il nome assegnato ad un piccolo e versatile veicolo fuoristrada utilizzato sia in ambito militare che civile, lo Steyr-Puch 700AP, di costruzione austriaca (la trasmissione 4x4 venne in parte adottata dalla Fiat Panda prima maniera).
Era un cavallo molto antico, rustico, da fatica, piccolo e tozzo, abituato a sgobbare senza lamentarsi.
👉Però la la razza ufficialmente nasce solo nel 1874, dallo accoppiamento di una cavallotta indigena con lo stallone El Bedavi (forse berbero): e così il baricentro si alzò e l'animale si fece meno tracagnotto e più elegante.
👉Di buon carattere, tracagnotto e robusto, l'avelignese si trova a suo agio anche su terreni scoscesi ed impervi; per questa ragione ha preso il suo nome un piccolo e tuttofare fuoristrada austriaco, lo "Steyr Puch Haflinger", molto apprezzato dai contadini di montagna.
Dopo il passaggio delle consegne alla civiltà meccanica (a dx un Haflinger metallico in Valmaggiore, Lagorai) l'avelignese della tradizione tirolese abbandonò il campo e, incrociato con l'arabo, si trasformò in elegante cavallo alpino destinato a funzionare come immagine di sè stesso nel grande circo turistico. Una vita  snaturata, ma comoda e bella, in fondo...

23 luglio 2020

Hauswurst, la salsiccia fatta in casa dei contadini di montagna

Nei tempi andati la salsiccia fatta in casa era soltanto una, e nessuno fa-
Una luganega trentina (a sinistra) grigliata assieme a un Würstel svizzero
(a destra). Occhio però: il Würstel è un prodotto più recente, industriale.
ceva distinzione fra quella fresca (da cuocere) e quella stagionata (da taglio). E il Würstel non era ancora nato...
Col tempo le salsicce stagionate hanno preso a vivere di vita propria e si sono dotate di denominazioni locali, come i Kaminwurz tirolesi o le suha klobasa slovene.
👉Oggi l'Hauswurst é per lo più una salsiccia non stagionata, quindi fresca e perciò destinata alla cottura. Salsiccia fresca che può finire cotta nei crauti, nel sugo o alla brace ed é composta di carne e lardo di maiale o misto maiale-manzo macinati a grana grossa, aromatizzati con sale, pepe e aglio e insaccati in budello naturale.
👉Attenzione: guai a confondere l'Hauswurst con il Würstel, nato e affermatosi nelle città industriali!
Il range regionale é vario e ampio, si va dalla luganega trentina (a sinistra coi crauti), alle tante domače klobase slovene (a destra una delle tante). Sia il nome tedesco che quello sloveno significano "fatta in casa, casereccia".