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26 agosto 2026

Il calendario del contadino di montagna

Nel maso il calendario degli impegni lavorativi seguiva stagioni e ritmi della natura.
Divisione del lavoro famigliare e calendario dei lavori agricoli (schema tratto da "La frontiera nascosta" di J.W. Cole e R.W. Wolf). La frontiera di cui si parla è quella fra il fondovalle e i masi delle terre alte. Per quell'altra, quella tra contadini e nobiltà vedi gli affreschi del "Il ciclo dei mesi" di Torre Aquila a Trento, insuperato sunto visivo.
Le quattro stagioni del Bauerprimavera, estate, autunno, inverno.
I mesi invernali erano mesi di relativo riposo per tutti i membri della famiglia del maso. Era il periodo di pausa e manutenzione, mentre la primavera e l'estate richiedevano il massimo sforzo operativo per la fienagione, la aratura e coltivazione e raccolto dei campi, la trebbiatura dei cereali e la gestione dei pascoli e delle malghe.
Il lavoro del Bauer (centrato sui lavori di forza nei campi, nei boschi e nei pascoli alti) e quello della Bäuerin erano complementari: la sopravvivenza della famiglia dipendeva dal perfetto equilibrio tra queste due sfere.
👉Complementari a quelli del Bauer erano gli impegni della Bäuerin, la contadina, che non si occupava solo delle incombenze domestiche ma anche della pulizia della stalla nonché dell'orto e degli animali da cortile (fondamentali per la sussistenza familiare), oltre che della trasformazione dei prodotti primari (latte, lana, crauti, eccetera).

6 aprile 2024

I cromeri mocheni, ambulanti stagionali "col negozio in spalla"

Erano i venditori itineranti che trasportavano sulle proprie spalle il campionario del necessaire della massaia: aghi, filo, spille, ditali, forbicine, ferri da calza e da ricamo, stampe,  santini religiosi e mille altre cose utili e a volte introvabili.
In Val dei Mocheni la cassa a scomparti portata a spalla da questi venditori ambulanti era chiamata Kraks. La si ritrova uguale in altre zone dell'arco alpino; in Carnia, ad esempio, viene chiamata crasigne e sul piccolo altipiano del Tesino, in Trentino, era chiamata casséla.  La Kraks poteva anche essere trasportata su un Kraxe.
Un giovane Krumer della Val dei Mocheni con la sua Kraks in spalla.
Nella Val dei Mocheni i cròmeri venivano chiamati Krumer, ma erano sempre loro, cioè i contadini poveri che però nei mesi di stasi agricola invernale si trasformavano in piccoli mercanti girovaghi stagionali "col negozio in spalla", un fenomeno che in forme analoghe seppur con nomi diversi era presente in tutto il nord-est alpino.
👉Con la kraks (una specie di zaino-cassetta) in spalla, hanno commerciato in terre lontane dal settecento fino ai giorni nostri. La storia dei cròmeri riflette quella di altre zone alpine povere, come il Tesino, l'altipiano di Asiago, la Carnia friulana. Le analogie prevalgono sempre sulle differenze, perfino nei nomi, che finiscono per assomigliarsi sempre, indipendentemente dai generi commerciali che vendevano.
👉Vi furono tre grandi fasi dell'attività dei cròmeri della Val dei Mòcheni: il periodo che va all'incirca dal 1760 fino verso la metà del XIX secolo; in questa fase essi vendevano unicamente immagini sacre sotto vetro di cui si

2 luglio 2021

Con la trebbiatrice nel fienile: il caso di Tenne aus Söll

Avere la trebbiatrice era una prerogativa riservata ai grandi masi condotti dai contadini più benestanti...
Questo edificio era espressamente dedicato alla trebbiatura dei cereali. L'aia coperta situata a piano terra ospita la "presa di forza" cui andava aggiogato il bue o l'asino mentre il dispositivo battente che operava la trebbiatura si trovava nel sottotetto.
L'aia dove la bestia da tiro girava in tondo aggiogata alla trave orizzontale.
A Sölland (Tirolo), Bressanone Sudtirolo) e nella Leukental (Tirolo settentrionale) le grandi aziende agricole spesso includevano un fienile separato dotato di un Göpel (motore a trazione animale) incorporato. Oggi questi impianti meccanici sono in gran parte scomparsi.
Una Dreschmaschine (trebbiatrice) a trazione animale, ma mobile.
Il tetto é ricoperto di scandole e appesantito con pietre, protegge i balconi sul lato del timpano (con assi sul retro) e si sporge a riparare l'area che ospita i meccanismi per il Göpel.


👉La macchina è messa in moto dalla forza degli animali. Una ruota dentata è fissata a un albero verticale, che si innesta in uno più piccolo, che trasmette il movimento. La trasmissione alla trebbiatrice vera e propria avviene tramite una grossa cinghia di cuoio.
👉Il sistema di rinvio a 90° ripeto quello adottato per gli impianti a ruota idraulica, siano essi mulini, gualcherie, botteghe da fabbro o altro.
In età romana esisteva una tipologia particolare di vanga a setaccio, chiamata ventilabrum, che serviva a separare il grano dalla pula e il tribolo. In seguito venne usata la tarara (una vaglio ventilatore) capace di separare i grani dalla pula.

Nota storica: nel 1733 lo scozzese Michael Menzies costruisce la prima trebbiatrice azionata da una ruota idraulica. Successivamente, si ebbero trebbiatrici movimentate da motori a vapore e poi motori a scoppio, motori che venivano collegati alla trebbiatrice mediante una grossa cinghia per la trasmissione del moto, oppure con un giunto cardanico. Il motore e la trebbiatrice, montata su ruote, venivano spostati nelle diverse località di trebbiatura, solitamente le aie delle cascine, mediante traino da parte di buoi o asini. Nella prima metà del Novecento il motore iniziò ad essere costituito da un trattore, che aveva anche la funzione di trainare la trebbiatrice e accessori (pressaforaggi o imballatore) nei suoi spostamenti.

18 agosto 2020

La pioggia, nemica giurata della fienagione

Una volta falciata, l'erba dei prati, alti o bassi che fossero, andava comunque lasciata essiccare al sole perchè solo così poteva trasformarsi in "fieno".
Prati alti appena falciati a Velloi (Merano) con nubi all'orizzonte. In basso, ben visi-
bili, le prime file di andane già pronte.
Bisognava riunirla in file (in Trentino erano chiamate andane) e poi sparsa sul prato e rivoltata per farla seccare uniformemente ai raggi del sole.
👉La sera andava nuovamente raccolta in andane per mantenerla tiepida durante la notte. Il mattino, una volta evaporata la rugiada, andava invece sparsa sul prato e così avanti fino a completa essiccazione.
👉Una volta secco, il fieno veniva raccolto in grandi teli in canapa e trasportato a spalla fino alla baita-fienile o al carro con cui trasportarlo a casa.
In alcune zone, come nel Vanoi trentino oppure anche in Valle Aurina, si usava essiccare l'erba falciata su appositi pali da fieno (in alto a dx e al centro) che potevano prendere la forma di alti cumuli elevati attorno ad un singolo grande palo, fungendo così da fienile all'aperto. C'erano anche apposite strutture protette da una tettoia (in foto una rastrelliera slovena).

6 gennaio 2020

I gesti antichi dei saperi d'un tempo...

Certi antichi gesti dei vecchi mestieri son ben spiegati nel blog solandro di Umberto Zanella, che ne fissa la collaudata gestualità.
La lavorazione del lino, dalla gramolatura degli steli alla filatura.
Ma quello che vale per le valli del Noce e per il Trentino è anche rappresentativo dell'intera cultura materiale dei contadini delle terre alte: preparare le scandole per il tetto, costruire cesti di giunco, gramolare e filare il lino, lustrare il paiolo della polenta, comporre gli ornamenti festivi per il Natale...
👉Oltre ai collages del tipo qui ospitato, il post del sito 4passiinValdiSole rimanda anche anche ad una completa serie di foto che documentano ciascuna singola attività.
La realizzazione delle scandole di larice, le antiche "tegole" lignee usate nei tetti degli edifici. Qui il link diretto al post.

21 maggio 2019

Il lavoro delle donne: i mestieri della povertà

Le ciòde del bellunese, povere venditrici ambulanti stagionali e poi tutte le altre...
Erano chiamate "ciode" e venivano dal Cadore e dal Bellunese, che erano zone ancora più povere del Trentino. Si fermavano agli angoli delle strade o sotto il famoso tiglio di Piazza Duomo. Qui sono immortalate all'angolo di Via Venezia proprio dietro Port'Aquila, a Trento.                                                             (Foto di Giovanni Pedrotti, 1906)

21 dicembre 2018

La macellazione del maiale, un rito collettivo

Succedeva ogni anno anche nei nostri paesini. Ricordo ancora le grida strazianti, quasi umane, del maiale che veniva trascinato in cortile e presentiva la morte.
http://mraclin.hr/kolinje-kod-vincekov/    Macelleria balcanica.
Al rito della uccisione e macellazione del maiale partecipava tutta la famiglia, dopo
averlo allevato e curato per un anno. Terminato il lungo lavoro di preparazione del-
le carni e degli insaccati, ci si concedeva un lauto banchetto liberatorio. Oggi la ma-
cellazione domestica è vietata ma è ancora praticata nei paesini dell'Est europeo.
Tutti i presenti stavano zitti, e nel loro silenzio risuonava la memoria dell'antico sacrificio rituale, conferendo così atmosfere quasi religiose al rito sanguinolento che si andava consumando.
👉Nessuno si divertiva, tutti sapevano cosa stava per accadere e perchè. Era una responsabilità collettiva, non amata, ma condivisa. Nessuno si sottraeva e nessuno si riteneva innocente, nemmeno i più piccoli.
Ci si affidava alla logica del "fuori il dente fuori il dolore", pronti poi a rendere grazia per la certezza - conferita dalle nuove scorte di carne conservabile - di poter arrivare fino alla successiva primavera.
macellazione del maiale
Usanze analoghe sopravvivono nelle regioni agricole più interne dei Balcani ma anche tra i masi dell'arco alpino. Le parti nobili dell'animale (coscia, spalla) venivano salate e/o affumicate ricavandone Speck, lardo, pancetta, carne fumada. La rimanente materia prima veniva macinata ed insaccata con spezie, in piccoli salumi chiamati sia freschi che da taglio il cui nome varia da da regione a regione: luganega in Trentino, Wurst in Tirolo, klobasa in Slovenia, eccetera. Con le parti meno nobili (cotenna, carni di seconda scelta, interiora) si confezionavano insaccati meno pregiati: cotechino, ciuìghe, mortandela nonesa, mortandela di Caldonazzo, morette o probusti, eccetera.

1 marzo 2017

I giorni della tosatura delle pecore

Venivano tosate per motivi igienici (combattere zecche e altri parassiti) ma soprattutto per ricavarne la lana, una materia prima indispensabile per sopravvivere ai lunghi e freddi inverni delle terre alte.
tosature delle pecore
Per tosare le pecore si usava un tradizionale forbicione a molla, ricavata alla forgia
da un'unica barra di metallo. La tosatura è oggi occasione di eventi etnico-turistici
in molti paesini, come la festa della "tosada" di Peio, in Val di Sole, un paese che
è stato il più alto dell'impero asburgico e che pure ora conserva il record altimetri-
co anche se solo per il Trentino. (fotografie di Umberto Zanella)
Dalla lana si ricavavano maglioni, calze, giacche, berretti, guanti, mu-tandoni e canottiere a manica lunga. E sempre con la lana si imbottivano i materassi, quelli migliori e più "di lusso".
👉Ma la lana poteva anche essere venduta per ricavarne qualche soldo che era molto utile in un'economia non monetaria come era quella degli insediamenti più alti ed estremi.
👉Oggi la lana delle pecore non ha più alcun interesse commerciale e non viene più utilizzata se non in quantità trascurabili per ricavarne semplici gadget per i turisti.

18 ottobre 2016

La raccolta delle castagne

Tra il fondovalle e i masi alti si estendeva una larga fascia altimetrica, che arrivava fino agli 800-900 metri, dove era possibile la coltivazione del castagno.
castagneto
Il castagneto di Galsaun/Colsano lungo il Latschanderwaal (media Val Venosta).
Senza avere lo stesso peso economico che rivestiva nell'Appennino, anche nelle terre alte alpine la castagna era entrata nel ciclo alimentare dei contadini.
👉Veniva consumata cotta alla fiamma oppure seccata e fatta rinvenire nel latte, o ancora sotto forma di farina.
👉La raccolta, che era piuttosto macchinosa e anche pericolosa, viste le dimensioni della pianta, avveniva d'autunno. Le lavorazioni legate alla conservazione del frutto richiedevano perizia e attenzione.
La raccolta delle castagne si accompagnava a feste conviviali legate alla contemporanea lavorazione del vino nuovo.
👉In Sudtirolo era radicata l'usanza del Törggelen, un termine che deriva da "torchio" e allude alla spremitura e fermentazione dell'uva.
caldarroste castagne
Tra i primi di ottobre e l'inizio dell'avvento certi masi, i cosiddetti Buschenschänke, erano autorizzati a vendere il vino novello di loro produzione. Nei Buschenschänke (che assomigliano, come usanza, alle osmize slovene) il vino novello s'accompagnava a piatti prodotti nel maso: la zuppa d'orzo, la carne in salamoia, i famosi canederli tirolesi, per finire con le frittelle dolci e le caldarroste, mangiate nel caldo riparo della Stube tirolese e affogate nel vino nuovo.

21 settembre 2016

La Weinlese (ossia la vendemmia, com'era chiamata nei fondovalle atesini)

Tra il fondovalle e gli insediamenti d'alta montagna c'era un fitta rete commerciale che portava il vino fino alle osterie e ai masi situati nei luoghi più impervi.
Weinlese vendemmia St.Magdalener
Naturalmente tutto il lavoro era fatto a mano, talvolta in condizioni che ricordano la dura fatica dei contadini delle Cinqueterre liguri. A sinistra: vigneti sui colli attorno a Sankta Magdalena, a Bolzano, dai quali si ricava ancor oggi il celebrato St. Magdalerner, una Schiava protetta dal marchio DOC. A destra: operazioni di vinificazione al grosso maso di fondovalle Mauracher Hof, tutt'ora esistente alla periferia Nord di Bolzano.
Weinlese vendemmia St.Magdalener
La Weinlese o Traubenlese o anche Weinernte (vendemmia) ieri e l'altro ieri. Per tut-
to il Novecento i vigneti erano coltivati a pergola perchè l'obiettivo era quello di pro-
durre più uva possibile. Solo recentemente gli impianti sono stati sostituiti con quelli
a spalliera, verticali e più soleggiati, che a fronte di una produzione minore garanti-
scono però una qualità più elevata.
Nelle osterie di montagna si faceva un gran consumo di vino e grappa.
Ma - come si sa - la vigna cresce solo ad altitudini modeste e perciò gli alcoolici (assai apprezzati du-rante le lunghe notti dei lunghi mesi invernali) dovevano essere im-portati dal fondovalle.
Lungo l'asta dell'Adige le cantine abbondavano e gli impianti a vigna risalivano anche lungo i versanti solatii contribuendo a rendere inconfondibile il paesaggio atesino.
Nel Medioevo i “vini di Botzen” erano molto apprezzati dai monasteri e dai nobili della Germania meridionale, che possedevano gran parte dei vigneti attorno a Bolzano. Nei secoli seguenti, quando i masi vitivinicoli divennero più autonomi, i vini provenienti dall'odierna zona del Santa Maddalena venivano definiti come pregiatissimi vini del “Tirolo meridionale”.

13 luglio 2015

Staccionate e recinzioni agricole nei masi

Sui terreni del maso erano presenti recinzioni e steccati che avevano il compito di impedire al bestiame di allontanarsi o cadere nei dirupi nonchè di difendere orti domestici e coltivazioni.
recinzione steccato Schärenzaun
Rangg’n o Schärenzaun, steccato con fissaggio solo in legno di stecconi disposti
a forbice e stanghe.
L'orto di casa era difeso dalle incursioni degli animali domestici da una recinzione a trama stretta che lo circondava sui quattro lati.
Altri tipi di recinzioni prevenivano le cadute delle mucche al pascolo quando il terreno si affacciava su precipizi. Anche il percorso degli animali dell'alpeggio era scandito da staccionate, per impedire che i singoli capi si perdessero, ma sono solo alcuni esempi.
recinzione steccato Ringzaun
Ringzaun, steccato con fissaggio solo in legno e rametti posti a forma di anelli
che legano ogni asta con quella vicina. Caratteristico della Val Aurina.
La grande varietà di steccati e recinti era sempre realizzata in legno, con tecniche ingegnose che rendevano superfluo l'uso dei chiodi.
recinzione steccato Schrankzaun
Lo Schrankzaun è un recinto smontabile impiegato nelle zone soggette a valanghe.
In genere steccati e recinzioni erano realizzati in legno di larice. Le parti erano tenute insieme da chiodi in legno o giovani rametti di abete raccolti in primavera in quanto la linfa che li percorre gli rende più flessibili.
L’antico sistema di bruciare e carbonizzare la punta del palo, che va infilata nel terreno, è ancora utilizzato oggi.
All'interno della gran varietà tipologica, si possono individuare alcune forme costruttive territorialmente definite.
recinzione steccato Speltenzaun
Recinzione del tipo Speltenzaun, a trama stretta e con fissaggio realizzato
con rametti flessibili che poi il tempo indurisce e stabilizza.
Così in Val Sarentino trovi quello fatto con coppie di pali disposti a formare una sorta di forbice mentre, in Valle Aurina si trova il caratteristico Ringzaun di antica origine e già citato nel diritto Bavarese dell’VIII secolo.
Una citazione a parte merita il curioso Schrankzaun, originale e particolare recinto che si incontra in zone soggette a valanghe; il quale, affinché non sia travolto, lo si toglie d’autunno e lo si rialza in primavera rificcando nel suolo gli stecconi con alcune mazzate.
Il censimento dei vari steccati tradizionali sudtirolesi è stata fatta tempo fa dalla Heimatpflegeverband, l’associazione che si occupa di tutela del paesaggio e la cultura rurale ed è stata poi recepita dall'amministrazione provinciale che eroga i contributi all'agricoltura di montagna.

29 giugno 2015

Il trasferimento in malga

L'alpeggio estivo di mucche, pecore e capre cominciava con il trasferimento dalla stalla alla malga.
In lingua tedesca la salita del bestiame ai pascoli alti delle malghe viene chiamata
Alm Auftrieb.
Ogni alpeggio disponeva di un sentiero di collegamento praticabile dalle vacche, bestie pesanti e goffe che non avevano l'agilità del cavallo.
Si prendeva quota seguendo un ritmo lento che aveva lo scopo di riabituare al movimento le pesanti vacche da latte, anchilosate dai lunghi mesi invernali, passati rimanendo immobili nelle stalle.
In Trentino l'accento era posto sul ritorno a valle a fine stagione, conosciuta com
desmontegada (scendere giù, smontare dai monti).
Il rituale della salita in malga era un momento chiave del calendario contadino che si ripeteva in forme analoghe lungo l'intero arco alpino. In quanto tale, era vissuto con
partecipazione dalla comunità contadina e attuato seguendo un preciso rituale che rendeva anche meno pesante la fatica di prender quota lungo sentieri impervi che impegnavano uomini e animali per molte ore di seguito.
Oggi il trasferimento in malga avviene in genere su camion ma gli antichi rituali non sono ancora del tutto scomparsi e sempre più spesso vengono messi in scena per i turisti, alla ricerca di una autenticità perduta.

2 febbraio 2015

Le quattro stagioni del contadino di montagna: l'autunno

L'autunno portava con sè anche alcuni lavori durante i quali ci si divertiva,
l'autunno del contadino di montagna
La raccolta della legna da ardere, la preparazione dei crauti, la lavo-
razione del lino e della canapa,  la trebbiatura dei cereali, la prepara-
zione del pane per l'inverno e,  nei masi più bassi, la vendemmia e la
lavorazione del vino e la raccolta delle castagne...
 perchè non erano pesanti e si svolgevano in compagnia, come per esempio l'affettatura dei cavoli cappuccio per la preparazione dei crauti, oppure la lavorazione della canapa e del lino, che coinvolgeva la famiglia e il vicinato.
 E l'autunno era anche la stagione della trebbiatura, che doveva essere portata a termine prima dell'inizio dell'inverno e in ogni caso entro l'Epifania.
 E se nei fondovalle era anche la stagione della vendemmia, più in alto si raccoglievano le castagne.


26 gennaio 2015

Le quattro stagioni del contadino di montagna: l'estate

L'estate era sicuramente la stagione più impegnativa.
Da giugno fino alla fine di settembre c'era ben poco da riposare. I lavori più importanti erano la fienagione e la mietitura del grano, e degli altri cereali: la segale, l'orzo, il grano saraceno e l'avena. Alle quote basse si coltivava anche il granoturco.

  Un tempo gli agricoltori cominciavano la raccolta dei cereali in anticipo rispetto ad oggi. Allora la mietitura dei cereali veniva fatta a mano, sia con il falcetto, come negli Alti Grigioni, che con la falce, come nell’Engadina e nel Tirolo. Mietendo a mano e lasciando asciugare i covoni, si può iniziare la raccolta circa 1–3 settimane prima che non con le macchine. Infatti se si usa la mietitrebbia, la granella deve essere ben dura e asciutta, altrimenti si rovina.
La mietitura del grano, della segale, dell'orzo e dell'avena occupavano dall'alba al tramonto tutti e membri della famiglia, in una continua corsa contro il tempo e le condizioni atmosferiche.
● L'altro grosso impegno estivo era la fienagione: bisognava procedere alla falciatura dei prati, all'essicazione del fieno, al suo trasporto e immagazzinamento nei fienili.
● A fine agosto la forza dell'estate comincia a venir meno, ma non diminuisce l'assillante lavoro dei campi. Ciò avveniva e avviene, caso mai, soltanto in ottobre.
L'estate era la stagione più faticosa, quella che richiedeva il massimo dell'impegno personale da parte di tutti i membri della famiglia. Diverso era il discorso per i ceti urbani in ascesa e per i nobili in crisi, il cui stile di vita guardava con nostalgia agli antenati dei secoli medioevali.


17 dicembre 2014

Le terre alte nei mesi del risveglio stagionale: la primavera

Dopo la lunga stasi invernale il sole arrivava infine a sciogliere la neve e a riportare la vita...
la primavera del contadino
La fontana si liberava dal ghiaccio, il larice mette le gemme, nei prati alti spuntano i
crochi, dalla neve riaffiorano le eriche e si arano i campi.
Con l'arrivo della primavera i ritmi di lavoro si facevano più pressanti. Nei posti a media altitudine tutti i campi dovevano essere arati e seminati entro aprile.
Per l'aratura e l'erpicatura dei campi si impiegavano mucche aggiogate a coppia oppure cavalli singoli.
La semina dei campi veniva fatta manualmente. La tradizione fissava il giorno della festa di San Giorgio come termine ultimo per la semina dei campi.
Per quella data anche tutti gli steccati e le recinzioni danneggiati dalla neve dovevano essere riparati e messi in ordine.
● Nelle parlate locali esistevano appositi vocaboli per indicare specifiche attività lavorative, parole chiave del linguaggio quotidiano come ad esempio queste usate in Val Pusteria:
- Eare fiehrn: trasporto della terra con la carriola dalla parte inferiore alla parte superiore del campo;
- Baudn: aratura del terreno con aratro a doppio tiro;
- Egn: sminuzzamento delle zolle con erpice;
- Sân: semina manuale di orzo, grano, avena, lino, papavero e piselli.
● Con l'arrivo della primavera cominciava anche il pascolo del bestiame e la mattina si iniziava ad alzarsi prima dell'alba per accompagnare al pascolo gli animali.


13 maggio 2013

La tosatura delle pecore e la lana grezza

L'abbondante mantello lanoso che protegge le pecore dai rigori invernali veniva tosato in primavera, quando gli animali potevano ormai farne a meno. lavori_stagionali
Pecore appena tosate che si avviano all'alpeggio estivo (la foto è tratta dal
L'operazione aveva anche uno scopo igienico, perchè la pecora veniva in tal modo liberata dai parassiti che l'infestavano, a partire dalle zecche.
Ma in primo luogo la lana costituiva, a differenza di quanto accade oggi, un'importante risorsa economica.
Ciò spiega perchè il giorno della tosatura fosse considerata una giornata di festa: era una giornata di “raccolto” al pari della trebbiatura e dell'uccisione del maiale, un giorno in cui il frutto della fatica di mesi e mesi di lavoro e attesa
Cesti di lana grezza e lavata, pronta per essere cardata e poi filata.
diventava finalmente tangibile. La lana grezza rappresentava la preziosa materia prima da cui ricavare, attraverso i passaggi della lavatura, della cardatura e della filatura il prezioso filato che poi le donne di casa convertivano da gomitoli in maglie e maglioni, berretti, guanti, calze.
Altrimenti i gomitoli di lana venivano avviati alla tessitura domestica o affidati ad un artigiano tessitore. I panni di lana, una volta follati nella gualcheria, davano invece vita al loden, la preziosa stoffa compatta destinata a mantelle, cappotti, giacche a cappelli impermeabili al vento e resistenti alla pioggia.

23 marzo 2013

Il taglio e il trasporto a valle dei tronchi

Il taglio del bosco veniva fatto interamente a mano, un lavoro pesante e pericoloso che faceva affidamento sulla forza fisica e sull'esperienza. lavori_stagionali
Una scure da abbattimento e un rampino da boscaiolo conservati presso il
"Museo provinciale degli usi e costumi" di Dietenheim-Teodone (Bolzano).
Un tempo gli alberi venivano abbattuti con la scure di abbattimento. Il taglio era effettuato molto in basso, vicino al terreno. Poi con seghe e con la roncola si tagliavano i rami e con lo scortecciatoio veniva tolta la corteccia.
Dopo il taglio dei grandi alberi d'alto fusto e la loro sramatura, gli spezzoni di tronco (bore in trentino) dovevano essere portate a valle attraverso il bosco, un'impresa impossibile da fare completamente a mano.
Segoni a due mani per il taglio del fusto e la sua riduzione in bore. A sinistra
e al centro due scuri, a destra uno strumento per scortecciare i tronchi.
foto  tratta dal sito del "Museo del Legno" di Coredo (Trento)
👉L'ingegno e il lavoro di generazioni aveva dato vita a soluzioni in grado di rendere più agevole l'impresa.
C'erano, a seconda delle zone e delle situazioni locali, metodi differenti per facilitare questa "discesa" altrimenti praticamente impossibile da realizzare.
Ripidi percorsi a tornanti, lastricati in pietra e concavi nella mezzaria lungo i quali i boscaioli si servivano di attrezzi con manico di legno e rampino di ferro per "avviare" la bora e controllarne la discesa, aiutandola nell'inversione di direzione ad ogni tornante.
La "Calà del Sasso" usata per portare legname di Asiago dall'altipiano
alla sottostante Valsugana, dove proseguiva per fluitazione sul Brenta.
Altre volte l'infrastruttura era parzialmente in legno, sorta di "canalizzazione" fatta con grossi tronchi di larice e grosse assi che guidavano la bora contenendola al proprio interno. In questo caso l'inversione del moto ai tornanti avveniva con un ramo morto in contropendenza, in cui la bora si fermava per inerzia. Il rampino del boscaiolo provvedeva poi a riavviarla verso il basso. E' il caso della vecchia "Cava delle bore" presso Forni di Fassa, all'imbocco della Valsorda, in funzione fino al 1940.
Il trasporto a valle si faceva d'inverno; il canale veniva riempito di neve per poi essere bagnato e lasciato gelare. Il condotto diventava molto scivoloso e garantiva lo scivolamento dei tronchi dalle alte quote fino al fondovalle con relativa facilità. Le bore venivano poi caricate su slitònisloizàti e qualora la strada fosse stata troppo ripida veniva agganciati al traino delle zavorre frenanti (cùbia de bòre). Sul terreno senza neve il legname veniva trasportato su carri (i termini dialettali si riferiscono all'area trentina).
Squadra di boscaioli al lavoro con i rampini e traino invernale su strada forestale.

9 settembre 2012

L'aratura e la preparazione dei campi

Ogni anno, dopo il raccolto, i campi andavano preparati per il successivo ciclo annuale. lavori_stagionali
● Concimazione: nel tardo autunno e in inverno si provvedeva a spargere il letame prodotto dagli animali della stalla. Lo stesso veniva fatto per i prati falciabili, risorsa preziosa per l'economia di montagna che andava attentamente curata.
Per il trasporto si usavano carri trainati da buoi o cavalli. In loco si utilizzavano grosse e larghe ceste di giunchi intrecciati, usanza diffusa un po' a tutte le latitudini dall'Abruzzo fino al Sudtirolo.

● Aratura: dopo lo scioglimento della neve, era necessario arare e successivamente erpicare i campi coltivabili.
Era una delle attività più faticose e richiedeva la presenza di due persone. L'aratro, in genere del tipo a versoio (più evoluto di quello a chiodo) era dotato di lama in ferro e veniva pilotato a forza di braccia dal contadino.
Fondamentalmente, si procedeva come nel medio evo.


● Erpicatura: l'erpice è una sorta di "pettine" metallico (più anticamente in legno) composto da pesanti maglie dentate.
Veniva trainato da buoi o cavalli e al contadino non era richiesto uno sforzo particolare.
I ripetuti passaggi sui solchi lasciati dall'aratura sminuzzavano le zolle e spianavano la superficie del terreno facilitando così la successiva operazione di semina.


Semina: infine si procedeva alla semina. Tutte queste operazioni si concludevano tradizionalmente entro il giorno di San Giorgio (24 aprile).
Anche in questo caso il lavoro veniva fatto interamente a mano, ripetendo tecniche e gesti che si tramandavano fin dai tempi più antichi.
La meccanizzazione dell'agricoltura di montagna è storia recente, particolarmente per i masi alti, spesso situati lungo pendii che rendevano impossibile l'impiego dei trattori tradizionali.
Solo a partire dagli anni '70 del Novecento l'industria elaborò mezzi agricoli da trasporto e traino e falciatrici capaci di affrontare pendenze sostenute senza ribaltarsi.

4 settembre 2012

La fienagione

La fienagione è alla base dell'agricoltura di montagna, in quanto consente il pieno utilizzo dei prati e dei pascoli e l'allevamento del bestiame.
Alle medie altitudini è possibile falciare i prati due o tre volte prima che giunga l'au-
tunno. 
Si veda anche come la rappresentazione della fienagione estiva viene fatta
all'interno del ciclo pittorico di Torre dell'Aquila a Trento.
👉Il lavoro veniva compiuto interamente a mano ed impegnava duramente e a lungo l'intera famiglia che a volte si trasferiva momentaneamente in quota pernottando in baracche, baite o ripari improvvisati. Gli attrezzi impiegati nella fienagione erano: la falce fienaia, i rastrelli, le coti e portacoti, i ferri da fieno e la corda in cuoio intrecciato.
👉L'erba, una volta falciata veniva lasciata ad asciugare al sole sui prati per qualche giorno, durante i quali veniva rivoltata per arieggiarla.
Andava attentamente rivoltata con la forca da fieno per favorirne l'essicazione e a volte si provvedeva a stenderla su appositi graticci esposti al vento.
👉Per la raccolta ci si aiutava con grandi teli di canapa che venivano trasportati a mano fino alla più vicina baita (e poi, d'inverno e con le slitte) o al carro da trasporto. Il fieno veniva comunque stivato nel fienile, ampio ed areato, per garantire l'alimentazione del bestiame durante l'inverno.
Se una volta le costruzioni col tetto di paglia erano diffuse in vaste zone del Sudtirolo, per esempio, anche nel Sarntal-Sarentino, a Terenten-Terento e a Pfalzen-Falzes ecc., ora ne esistono soltanto pochi esemplari sull'Altipiano del Salten, nel Meranese, sull'Altipiano del Ritten-Renon e nella zona intorno a Castelrotto-Kastelruth e sono tutti fabbricati per uso rurale, eccetto il maso «Knodelfoaster» sul Renon-Ritten. Questo fienile, che fimo al 1983 si trovava vicino al maso Spatauf nel Sarntal-Sarentino, fu trasportato a Dietenheim nel 1984 e ricoperto di paglia dal personale del museo.
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Dei fabbricati-deposito fa parte anche la «Hilge», come viene chiamato in Pusteria il fienile su pali. È costruito con tronchi ed ha un frontone sporgente a forma di attico. L'intera costruzione è sostenuta da pali, che sono tutti intagliati a spirale, per impedire ai topi di arrampicarvisi. Vi si accede dal pendio a monte, e da entrambe le parti degli spioventi c’è un balcone che serve come essiccatoio.
Questi depositi e fienili su pali erano un tempo molto diffusi in Valle Aurina, nell'Ötztal, a Ridnaun e in Schnals-Val Senales; ce n'era qualcuno anche nella Valle dell'lsel, dove la media Pusteria forma in un certo senso una specie di confine: a ovest i fienili su pali, a est le rastrelliere, diffuse attraverso l'alta Pusteria giù fino alla Drava in forme un po' diverse, ma sempre con lo scopo di completare la maturazione dei cereali e di farli seccare.
Se la stagione era buona, si potevano fare addirittura tre tagli all'anno:
► fieno di primo taglio, raccolto fine maggio o giugno; è il fieno migliore;
► fieno di secondo taglio in agosto;
► fieno di terzo taglio o settembrino che è quello con qualità nutritive inferiori.
Per una testimonianza diretta su questo aspetto della vita del contadino di montagna, vedi il post La fienagione...alla sera dell'autore del blog Terre-Alte.

3 settembre 2012

La fienagione in quota

Fino alla fine della seconda guerra mondiale, e prima dell'industrializzazione dei fondovalle, in Trentino la fame d'erba era tale che venivano sfalciate anche lontane porzioni di prateria alpina. lavori_stagionali
Tutta la famiglia era mobilitata.
Erano terreni di proprietà comunale situati sopra la fascia delle malghe. Venivano lottizzati e il loro sfruttamento annuale era estratto a sorte fra le famiglie; a ciascuna spettava una precisa pàrt.
👉Nel Primiero-Vanoi - ad esempio - la fienagione sui prati alti avveniva a fine luglio, tra il primo e il secondo taglio dei pradi. Il fieno veniva stipato in grandi covoni (méde) costruiti attorno ad un palo infisso nel terreno e coperti con zolle erbose capovolte (zopa). Gli uomini sarebbero poi saliti a recuperarli durante l'inverno, con le slitte.
Per la fienagione venivano trasportati sulle part (parti, particelle fondiarie) svariati attrezzi (falz, codèri, prìe, restèi, fòrche, linzòi del fen, ossia portacoti e coti, rastrelli, forche, lenzuoloni di tela grezza per raccogliere e trasportare il fieno) oltre al cibo e al necessario per pernottare. Le famiglie si spostavano a piedi lungo i sentieri che dai pradi più alti portavo alle part e lì giunte vi si accampavano per qualche giorno.
Ancora oggi i Comuni trentini amministrano queste proprietà collettive che vengono chiamate "usi civici".