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3 settembre 2026

Prima dei fiammiferi c'era la "tia", la torcia accendifuoco fatta con la resina delle conifere

Per innescarla bastava la scintilla di un acciarino a pietra focaia. Era il fiammifero di casa, quando le abitazioni non avevano nè l'elettricità nè i fiammiferi industriali con la capocchia di zolfo.
Si utilizzavano soprattutto le radici e la base del tronco dei vecchi pini (come il pino silvestre o il pino mugo) morti da anni perchè in questi ceppi la parte legnosa si era decomposta, lasciando concentrata quasi unicamente la resina indurita (il cuore del ceppo).
Le scintille dell'acciarino a pietra focaia innescano la fiamma della "tia".
Nell'uso domestico la resina era impiegata come "tia" (o deda): il legno recuperato dai ceppi di alberi morti, una volta intriso di resina, diventava la torcia domestica del passato. 👉Bruciava a lungo con una fiamma viva, era fondamentale per accendere il focolare. Prima della diffusione capillare delle candele di cera (molto costose) o dei fiammiferi, le schegge di legno resinoso e resinato venivano incastrate in appositi supporti di ferro (portadedolo) per illuminare la cucina, le stalle o i corridoi durante i lavori serali. La resina fungeva da combustibile naturale e proteggeva il legno dall'umidità.
👉Anche se conservati in ambienti umidi, i pezzi di deda prendevano fuoco istantaneamente con una semplice scintilla.

3 luglio 2026

Il bilanciere per portare a spalla i secchi dell'acqua

Serviva per per portare a spalla i secchi dell'acqua, che da pieni arrivavano a pesare fino a quindici chili l'uno.
Con il bilanciere alla fontana pubblica (Pergine 1915).

Il bilanciere era un bastone di legno appositamente curvato per favorire l'equilibrio
tra i due carichi appesi alle sue estremità.
Prima dell'arrivo dell'acqua corrente il trasporto dell'acqua in casa e nelle stalle fa-
ceva parte delle incombenze quotidiane, ed era uno dei compiti faticosi di cui si oc-
cupavano le donne.
Doveva essere leggero ed elastico (per flettersi assecondando il passo del portatore senza spezzarsi sotto il carico dei secchi pieni).
👉Nella tradizione alpina il legno più utilizzato era il frassino per la sua straordinaria elasticità e la sua ottima resistenza meccanica, doti che lo rendevano perfetto per sopportare continue flessioni. Per bilancieri più leggeri o di emergenza si utilizzavano il nocciolo e il salice, per la loro facilità di lavorazione e alla flessibilità dei loro rami giovani. L'abete o il larice non erano molto adatti ma venivano talvolta usati per ragioni di pura reperibilità locale, sebbene meno elastici e più soggetti a spaccature rispetto al frassino.
👉La forma del bilanciere era il risultato di secoli di ottimizzazione ergonomica ed era caratterizzato dall'incavo centrale. Il bastone (lungo solitamente tra i 110 e i 130 cm) presentava una curvatura o una svasatura centrale appositamente sagomata per adattarsi alla forma del collo e delle spalle del portatore e distribuire la pressione in modo uniforme.
Le due estremità erano ricurve: i due bracci del bilanciere tendevano leggermente verso il basso. Alle estremità erano intagliate delle profonde tacche (incavi) o erano fissati dei ganci e delle catenelle (o corde).
Un campionario di tacche per appendere il secchio al corpo del bilanciere esposto
al museo etnografico di San Michele all'Adige, in Trentino..
I manici dei secchi venivano agganciati direttamente al delle tacche. Il baricentro dei secchi rimanesse basso, riducendo così le oscillazioni laterali. Durante il cammino, il portatore teneva spesso le mani appoggiate vicino ai secchi o sul bilanciere stesso, non per sollevare il peso, ma per frenare il movimento ondulatorio dell'acqua ed evitare che traboccasse.
In alcune zone del Tirolo storico, al Wasserjoch venivano agganciate delle cinghie o corde dotate di particolari anelli in legno (Holzösen) che permettevano di regolare rapidamente l'altezza dei secchi da terra in base alla statura di chi attingeva l'acqua alla fontana del paese.
👉Tra i più diffusi termini dialettali trentini e tirolesi sono da segnalare:
Bigól (o Bigol): è il termine più diffuso e comune in molte valli trentine (dalla Valsugana al Vanoi, fino alle valli occidentali). Deriva direttamente dalla tradizione veneta (dove il termine indica il giogo per i secchi) ed è imparentato con il latino bi-colum (oggetto a due colli/estremità).
Trage: termine dialettale tirolese legato al verbo tragen (portare). Spesso combinato in forme locali per indicare specificamente il trasporto a spalla di pesi. Wasserjoch (o anche Tragjoch): letteralmente "giogo dell'acqua" è invece il termine tedesco più descrittivo. Il concetto è lo stesso del giogo dei buoi (Ochsenjoch), ovvero uno strumento per ripartire lo sforzo.
Donne col bilanciere per prendere l'acqua al lavatoio pubblico di un piccolo centro in Cadore.

22 aprile 2026

La "segosta" che sosteneva il paiolo della polenta sul fuoco

Era la catena di ferro che sosteneva il paiolo della polenta sul fuoco del fogolàr di casa. Sparita con l'arrivo della fornasèla, che tolse il fumo del fogolar dalle case.
Il paiolo di rame appeso alla segosta agganciata all'incastellatura che serviva a spostarlo senza fatica. Il tutto sopra il fuoco della cucina del maso Gwiggen che si trovava nelle Alpi di Kitzbühel (Tirolo).
Il paiolo della polenta appeso alla segosta sul fuoco del
camino di una cucina contadina.

In breve, era la catena del camino utilizzata per sostenere i paioli sul fuoco. Si trattava di una catena in ferro battuto, spesso forgiata a mano dai fabbri locali. La segosta era composta da:
1) un anello superiore che serviva per fissarla a una trave di legno o a una barra di ferro (il vòlto) posta all'interno della cappa del camino:
2) una serie di maglie che permettevano di regolarne la lunghezza;
3) un gancio finale: a forma di "S" o di uncino, a cui veniva appeso il manico del paiolo o della pentola.
👉In una sua versione maggiorata, più robusta, la segosta veniva usata anche per sostenere il grande calderone che in malga o nel caseificio si usava per la lavorazione del formaggio. In questo caso non di rado si faceva anche uso di una robusta incastellatura di legno capace di ruotare attorno al proprio asse verticale per spostare il calderone dal fuoco e consentire così un più comodo accesso al malgaro che doveva procedere alla lavorazione della cagliatura (i paioli delle malghe erano davvero grandi per cui, una volta riempiti, il loro peso diventava proibitivo).

20 febbraio 2026

Il corno da polvere dei cacciatori "ad avancarica"

Quando le armi da fuoco erano ancora ad avancarica i cacciatori conservavano la polvere da sparo in un corno di bue chiuso da un tappo.
I corni da polvere erano contenitori portatili comodi e funzionali in quanto permettevano di trasportare la polvere da sparo in modo sicuro e di dosarla con precisione e rapidamente.
Dovevano contenere una quantità di polvere da sparo sufficiente per una giornata
di caccia; era questo il criterio di scelta della dimensione. 
I corni da polvere veni-
vano decorati con incisioni, sculture o intagli e corno poteva essere lucidato con
oli o cere per migliorarne l'aspetto e la resistenza all'acqua.
Il corno veniva innanzitutto pulito a fondo, rimuovendo ogni residuo organico. Spesso veniva bollito per facilitare la rimozione della parte interna ossea. Una volta pulito, il corno veniva essiccato accuratamente per evitare il deterioramento e la formazione di muffe.
👉L'estremità larga fungeva da bocchetta di riempimento e veniva dotata di un tappo di legno sagomato e ben adattato, spesso sigillato con cera d'api o resina per renderlo ermetico. Oppure, veniva "montata" con un fondo in legno duro, osso, ferro o ottone lavorato a coperchio.
👉L'estremità più sottile del corno fungeva da beccuccio di erogazione: era quella da cui si dosava la polvere. Poteva essere un semplice taglio diagonale per creare un'apertura, spesso chiusa con un piccolo tappo di sughero o un pezzo di legno attaccato con una cordicella. Per i corni più elaborati, si poteva incorporare un meccanismo di dosaggio in ottone o altro metallo. Questo permetteva di erogare una quantità precisa di polvere con una valvola o una levetta, rendendo il caricamento più rapido e consistente.

19 gennaio 2026

La fune di cuoio intrecciato.

Prima del nylon e  ancora prima della canapa i contadini hanno usato per secoli una grossa fune di cuoio intrecciato per i lavori nei boschi e nei fienili. 
Era tra gli strumenti più importanti dei contadini d'alta montagna e dei boscaioli. Veniva considerata un bene prezioso, spesso tramandato di padre in figlio. Resisteva a carichi estremi e ripetuti, dove una corda di canapa si sarebbe spezzata per lo sfregamento. Era indispensabile per legare i carichi di fieno o i carichi di legna da ardere sui carri o sulle slitte.

La fune di cuoio naturale era oggetto degli attacchi di topi e ghiri, perciò doveva es-
sere conservata fuori dalla loro portata.

Per costruirla si usava pelle di bovino (vacca o bue), tagliata a strisce lunghe e sottili; quando era ancora fresca o appena conciata le strisce venivano intrecciate fra loro (3 o 4 capi). Durante l'intreccio, il cuoio veniva mantenuto umido e unto con grasso animale per garantirne la flessibilità.
👉Grazie alla sua elasticità naturale, permetteva di "stringere" il carico in modo che non si muovesse durante le discese scoscese. Veniva usata per legare i tronchi da trascinare a valle (esbosco). La resistenza all'abrasione contro rocce e terreno ghiacciato era superiore a qualsiasi fibra vegetale.
Spesso terminava con una spola (un pezzo di legno duro sagomato) o un anello di
ferro che fungeva da serraggio a strozzo.
👉Aveva molti vantaggi: a differenza delle corde moderne, il cuoio ha una memoria elastica perciò se il carico si assestava durante il tragitto, la fune di cuoio continuava a esercitare pressione, mantenendo il carico stabile; non bruciava facilmente per sfregamento contro il legno e non si sfilacciava come la canapa a contatto con i sassi; anche se bagnata, offriva una presa eccellente per le mani callose dei contadini.
Se non veniva ingrassata regolarmente (con grasso di marmotta, di tasso o sego bovino), il cuoio diventava secco, rigido e tendeva a spaccarsi. Se si bagnava eccessivamente e poi asciugava rapidamente al sole, diventava durissima e doveva essere nuovamente ingrassata. Essendo pelle animale se conservata in posti umidi poteva marcire o ammuffire.

17 novembre 2025

Le fasce da formaggio.

Sono uno strumento fondamentale nella produzione artigianale del formaggio in malga e servono a due scopi: dare la forma alla massa cagliata e compattarla lasciandola libera di spurgare il siero.
Le fasce davano ai  formaggi la loro forma rotonda contenendo la massa semi-solida appena estratta dalla caldaia. Inoltre facilitavano lo spurgo del siero, una fase essenziale per poter passare alla successiva stagionatura del prodotto. Eccone una conservata nel Museo Etnografico Trentino di San Michele all'Adige, ospitato nell'ex-monastero che fu "patria del Teroldego".
Due fasce con la copertura in legno su cui si poggiava sasso per esercitare una co-
stante pressione sul formaggio fresco.
Erano realizzate in legno, materiale igienico, facilmente reperibile e che permetteva una corretta traspirazione e drenaggio del siero. Il legno doveva essere non trattato e per mantenerlo idoneo al contatto con gli alimenti la loro superficie doveva essere lavata e mantenuta sempre pulita.
Il locale stagionatura di Malga Campo sul monte Altissimo di Nago.
👉Dovevano assicurare il diametro e l'altezza desiderati per il tipo di formaggio che si voleva produrre (ad esempio, forme più grandi per formaggi da lunga stagionatura) e quindi funzionavano anche da "unità di misura" del prodotto, un po' come avveniva con gli stampi da burro.
Le essenze migliori erano i legni non resinosi, che non cedevano sapori o odori sgradevoli al formaggio.
👉Tra i legni più utilizzati c'erano l'abete (per la sua disponibilità in montagna veniva usato anche se resinoso e aromatico), il  pioppo (più leggero e facile da lavorare) e il faggio (legno duro e compatto, resistente all'umidità).
L'estrazione della massa cagliata dalla caldaia, la sua riduzione in pani, la pressatura nelle moderne fasce in plastica e la fase di salatura a Malga Dosso di Sotto, sull'altipiano di Asiago.


5 ottobre 2025

Camminare con il legno ai piedi: gli zoccoli e le sgalmere

Queste calzature primitive con la suola di legno erano molto diffuse soprattutto in alcune zone e valli di montagna del nord Italia.
Spesso, per aumentarne la durata e la presa su terreni difficili, la suola di legno veniva rinforzata con chiodi di ferro forgiati a mano (le classiche broche da vecchio scarpone delle epoche pre-Vibram).
Sebbene nate come scarpe da lavoro, non mancarono però le versioni più raffinate.
Fino alla seconda guerra mondiale i contadini delle terre alte fecero largo uso di calzature primitive con la suola in legno. Si camminava con il legno ai piedi con semplici zoccoli tutti d'un pezzo ma soprattutto con le "sgalmere" dalla suola in legno e la tomaia in cuoio.
Vedi anche il sito Museo Etnografico “Tarcisio Trentin” di Telve di Sopra.
👉Le sgalmere non erano degli zoccoli, ma piuttosto scarponi da fatica. La caratteristica distintiva è che la loro suola, interamente in legno, era completata da una tomaia (la parte superiore della scarpa) di cuoio o di pelle. La suola di legno serviva per la sua resistenza meccanica e l'isolamento dal freddo e dal bagnato. La tomaia era di robusta fattura e veniva inchiodata saldamente alla suola in modo da garantire protezione e stabilità.
👉Si utilizzavano legni duri, come il faggio, che si ammorbidivano con l’acqua così da poter inserire i chiodi: se non si inumidiva i numerosi chiodi potevano spaccare il legno.
Le sgalmere sono rimaste in uso fino a metà del XX secolo, a volte anche oltre. Fino agli anni '60 del Novecento, per esempio, erano d'uso comune nella povera val di Cembra, dove d'estate i bambini erano ancora abituati a giocare a piedi scalzi. Nel giro di qualche l'industrializzazione del fondovalle  portò anche nelle valli disagiate un nuovo benessere frutto del boom economico e tutti cominciarono a calzare scarpe e scarponi.

31 luglio 2025

Lo stampo per il burro.

E' uno stampo in legno usato per dare una forma regolare al burro e ottenere nel contempo panetti dal peso standard.
Due stampi da burro esposti al museo di San Michele. Nei riquadri l'uso dello stampo nella Malga Dosso di Sotto. Una volta solidificato, il burro assume la forma dello stampo e può essere facilmente estratto rovesciando lo stampo.

Una raccolta di immagini che danno l'idea della grande varietà di forme e motivi decora-
tivi che caratterizzavano gli stampi da burro, che in malga  fungevano in pratica da garan-
zia sul peso e la provenienza del burro.  In basso il colore giallo del burro di Malga Casa-
pinello
e lo stampo d'epoca in uso a Malga Venegia.
Gli stampi presentano sempre incisioni o motivi decorativi che vengono impressi sul panetto di burro permettendo di identificarne la provenienza, come un marchio di fabbrica.
👉La pasta di burro crudo viene estratta dalla zangola, posta sopra un tavolo di legno, lavata con acqua corrente, impastata e spremuta con le mani per far uscire tutto il latticello, passaggio questo importantissimo per la sua conservazione contro l’irrancidimento. Suddivisa poi in approssimativi pannetti, la pasta viene forgiata nello stampo che ne determina il peso e le conferisce, riportando in bassorilievo gli ornati incisi all’interno, il "marchio di fabbrica".
👉Costruire uno stampo da burro non è semplice; le incisioni sui lati e sul fondo il cui lavoro d’intaglio richiede abilità artigiane e scalpelli specifici. Si usava legno a venatura compatta ma che si lascia incidere bene come il noce, il faggio, l’acero, il tiglio, il ciliegio. Ma non il castagno, per via del suo alto contenuto in tannino. Molto apprezzati il cirmolo e l'abete, che cedono al burro il profumo delle loro essenze.

17 giugno 2025

Il vaso da notte, complemento necessario della stanza da letto

I ragazzi d'oggi stentano a farsene una ragione, ma  quando scappava durante la notte, la si faceva in un apposito "vaso da notte" che veniva svuotato solo il mattino dopo.
Il "letto tedesco" (cioè col piumino al posto del lenzuolo superiore) con sotto il vaso da notte e accanto il cassettone della biancheria: era la dotazione standard delle camere da letto dei masi di montagna, che erano fredde e non riscaldate.
Con la Rivoluzione Industraile si diffusero i vasi da notte in lamiera smaltata, più leg-
geri, facili da pulire e meno fragili di quelli di terracotta che li avevano preceduti.
In genere i masi erano dotati anche di un gabinetto, seppur piuttosto rustico, ma di solito si trovava all'esterno o comunque in posizione scomoda, spesso più vicina al letamaio e alla stalla che alle stanze da letto.
👉A parte la Stube, il maso di montagna non aveva altre stanze dotate di riscaldamento e tutti gli altri locali erano invece preda di correnti d'aria e spifferi.
👉Non solo le notti erano buie e non c'era la corrente elettrica né l'acqua corrente, ma gli inverni alpini erano lunghi e rigidi.

17 maggio 2025

La cassa del grano era la "cassaforte alimentare" del contadino

La cassapanca a scomparti per conservare le granaglie da un anno all'altro.
Era una rustica cassapanca conservata nel posto più asciutto e al sicuro dai topi. Era suddivisa in scomparti e spesso era dotata di serratura. Aveva anche un valore simbolico: rappresentava la sicurezza alimentare della famiglia e il frutto del duro lavoro nei campi. Qui vediamo la cassa per il grano del maso Hörl-Wetscherhof ricostruito e conservato nel museo all'aperto di Kramsach in Tirolo.
Tre cassapanche e un'armadio-dispensa posti nel corridoio interno di Maso Ruaner,
che si trovava in Valle Isarco ed è stato smontato e ricostruito nel museo all'aperto di
Dietenheim presso Bruneck/Brunico.


Era un contenitore robusto destinato a conservare il grano, la segale e altri cereali, proteggendoli da umidità, topi, parassiti e insetti così da garantirne la disponibilità durante tutto l'arco dell'anno.
👉Nel maso le cassapanche e gli armadi venivano conservati dentro la parte destinata all'abitazione scegliendo sempre la posizione più asciutta e ventilata.
Nei masi più ricchi anche questi mobili essenziali e funzionali venivano spesso impreziositi da decorazioni ad intaglio e anche dotati di serratura la cui chiave era custodita dalla padrona di casa.

9 aprile 2025

L'aratro dissolcatore, quello della tradizione più antica

L'aratro dissolcatore è un tipo di aratro primitivo, ormai in disuso. Non rovescia la terra, ma si limita a smuoverla, tracciando un solco che la divide in due parti.
È dotato di un puntale in ferro, che rappresenta un'evoluzione e un potenziamento della zappa e della vanga. La sua struttura semplice lo rende adatto a terreni meno compatti. Non è in grado di lavorare la terra in profondità.
Veniva mosso da due bovini aggiogati oppure da un cavallo. L'uomo lo guidava lun-
go la direzione di lavoro appoggiandosi sulle due impugnature.
Era utilizzato per preparare il terreno alla semina durante l'inverno, dopo la concimazione del terreno.
👉Si tratta del tipo di aratro più antico. L'aratro dissolcatore è considerato una forma primitiva di aratro, superata dall'evoluzione dell'aratro a versoio, che invece rovescia la zolla di terra.
Aratro dissolcatore con il puntale rinforzato con lamiera di ferro conservato presso il
Museo di San Michele all'Adige.
La sua evoluzione è rappresentata dall'aratro a versoio introdotto dalla Rivoluzione Industriale, che non si limitava ad incidere il terreno per dissodarlo, ma contemporaneamente lo rivoltava, esponendo gli strati sottostanti all'azione dell'aria.
La rivoluzione industriale, con la produzione di aratri in ferro più robusti ed efficienti, ha accelerato la diffusione dell'aratro a versoio anche nelle zone montane. L'introduzione dell'aratro a versoio nell'agricoltura di montagna risale alla fine dell'Ottocento.
In alto: un esemplare di aratro dissolcatore conservato presso un maso lungo il Riffianer Waalweg in Val Passiria (foto del 2022).


12 ottobre 2024

Il falcetto romano e la falce medioevale

Indispensabili per la mietitura e la fienagione, i due lavori agricoli estivi più impegnativi, che riguardavano i campi coltivati a cereali e i prati da foraggio.
Falce a sinistra e falcetto a destra. Due immagini che illustrano la postura operativa richiesta dai due attrezzi. In certe zone la falce veniva usata anche per mietere i cereali.


Falcetto e attrezzi per la sua manutenzione direttamente nel campo.
👉Il falcetto (falciola o falce messoria) è molto più piccolo della falce fienaia e viene adoperato per mietere il grano o altri cereali, o per fare provvista giornaliera di erbe per conigli e altri animali da cortile. Il nome «falce messoria» distingue questo strumento a manico corto, usato soprattutto per la mietitura, dalla «falce fienaia» a manico lungo, usata per tagliare l'erba da foraggio ma anche, in alcune zone, per mietere i cereali.
La manutenzione della lama avveniva nel campo durante il lavoro, con la pietra da
cote per affilarla una piccola incudine per raddrizzare la lama ammaccata, due stru-
menti che portava sempre con sè.
👉La falce fienaia ha una lama arcuata lunga da 60 a 90 centimetri, che è fissata perpendicolarmente ad un manico lungo da 140 a 160 cm dotato di due impugnature, una a metà lunghezza e l'altra all'estremità opposta alla lama, e serve per tagliare l'erba sui prati da foraggio (fienagione), più raramente per la mietitura di cereali. L'utilizzo della falce richiede una specifica abilità nella manovra, acquisibile solo con un lungo apprendimento. Bisogna infatti bilanciare bene le braccia, muovendo orizzontalmente la lama all'altezza voluta con un ritmo oscillatorio.
La manutenzione nel ciclo dei mesi, di pinte sulle pareti interne della Torre d'Aquila,
che fa parte della cinta muraria duecentesca di Trento. Nel quadro che illustra i la-
vori agricoli di luglio viene descritta la fienagione. Sul lato sinistro dell'affresco è in-
serita la figura del contadino che affila la falce seduto su un pezzo di legno dove è
incastrata la piccola incudine da campo.
👉La falce messorie si diffuse in montagna nel medioevo, dove diventò l'unico strumento usato per la fienagione, il taglio dell'erba durante l'estate, la sua essiccazione e la successiva conservazione nel fienile, indispensabile per alimentare il bestiame durante l'inverno.  Tra il 1000 e il 1400 mentre "Il clima andava via via migliorando, le coltivazioni agricole erano possibili a quote più elevate, in Inghilterra si coltivava la vite. [...] si andava diffondendo un'invenzione rivoluzionaria per l'epoca, un'invenzione di assoluta importanza, rappresentata dalla falce, che andava soppiantando il falcetto romano. La capacità lavorativa nel taglio dell'erba per il foraggio si andava incrementando in forma esponenziale." (Fabio Caumo, "Identità perduta - L'autonomia trentina alla deriva", Reverdito Editore, Trento, 2022, pag 12)
Falci e falcetti vennero utilizzati come armi dai contadini durante nelle guerre rustiche combattute dai contadini in rivolta contro la nobiltà feudale nel Cinquecento. Le tecniche di lotta sviluppate in quel contesto sono state poi documentate in un raro trattato curato da Paulus Hector Mair, che ne illustra l'uso in centinaia di illustrazioni in cui i figuranti indossano complicati e coloratissimi costumi con i Pluderhosen che di sicuro i contadini non indossavano. La rivolta toccò anche il Trentino, dove si estese fino alla Valsugana.

25 febbraio 2024

La culla per i bambini piccoli tutta di legno e fatta in casa

Anche la culla per i bambini veniva autocostruita in casa. Interamente fatta a mano.
La culla in legno dipinto nel sarentinese Maso Trattman, ricostruito nel museo all'aperto di Dietenheim/Teodone, presso Brunico. Notare anche la culla su ruote ed il girello nonchè, alla estrema destra, una seggetta o "comoda" che dir si voglia, sempre in legno.
Una versione più semplice, non decorata.
Il contadino di montagna aveva le mani d'oro, era un vero tuttofare che sapeva arrangiarsi un po' in tutto, in particolare nella lavorazione del legno, che era la materia prima davvero indispensabile alla vita in montagna.
Con il legno si alimentavano le stufe e i forni, ci si riscaldava d'inverno, si costruivano le strutture e le scandole dei tetti, i piani superiori di case e fienili, l'arredamento interno della casa, i carri, le carriole e tutte le suppellettili indispensabili alla vita quotidiana in campagna. 
👉Tra i molteplici oggetti che il Bauer costruiva da solo c'era anche la culla per i bambini, che veniva composta assemblando fra loro delle assicelle di legno di abete, che era il più leggero e facile da lavorare.

29 novembre 2023

Le ciabatte in feltro, che nei masi si calzavano solo nella Stube

Le ciabatte di feltro e di lana cotta che si usavano nella Stube dei masi erano calde, morbide, comode. Nella stalla non sarebbero sopravvissute una sola giornata.
La stalla era sporca e adatta alle scarpe chiodate indossate per lavorare, ma nella la Stube, interamente rivestita di legno e riscaldata dalla stufa, si entrava solo con le ciabatte. Perchè era la stanza dell'intimità della famiglia, del suo calore e anche delle comodità del dopo-lavoro, dei calzettoni di lana grossa e delle ciabatte di lana infeltrita, con la suola di feltro isolante.

Qui vediamo le ciabatte in feltro prodotte oggi dalla ditta Giesswein: una sorta
di ponte con la tradizione casalinga dei masi di montagna, dove erano nate.
La Stube era un ambiente caldo e famigliare incompatibile con gli scarponi da lavoro, che rimanevano fuori, perché nella Stube si entrava solo coi piedi puliti e le scarpe grosse fuori dalla porta.
👉Il feltro veniva prodotto nelle gualcherie, le piccole manifatture ad acqua che sfruttavano le ruote idrauliche per battere la lana e i tessuti "di pecora" e trasformarle in feltro o in loden, materiali che sono entrambi molto caldi ed idrorepellenti.
👉Nei masi più poveri o più lontani da una gualcheria si provvedeva più semplicemente con la maglia di lana grossa, bollita in acqua per farla compattare e infeltrire.

5 novembre 2023

Il pesante secchio del latte che si usava per la mungitura

Era di legno e veniva usato durante la mungitura nella stalla.
Il secchio da mungitura era la copia, in formato minore, dei mastelli utilizzata dalle donne di casa per fare il bucato o per preparare i crauti e per altri usi. Materiale e tecnica costruttiva erano gli stessi. Il secchio era usato in tandem con lo sgabello da mungitura, anch'esso in legno.
Secchi del latte in metallo, retaggio della Rivoluzione Industriale, fotografati al mu-
seo etnografico di Dietenheim/Teodone
presso Bruneck/Brunico.
Per mungere le mucche servivano due cose: lo sgabello da mungitura e il secchio del latte. Una coppia di attrezzi di cui non si poteva fare a meno, perché dovevano essere usati ogni singolo giorno.
👉Nei tempi più antichi veniva costruito a mano con un paziente e raffinato lavoro di adattamento di doghe in legno, un modo di operare che apparteneva ai bottai, gli artigiani specializzati che costruivano le botti, ma che in qualche caso anche il contadino di montagna riusciva ad eseguire, almeno nelle sue forme più semplici.
👉A cavallo tra Otto e Novecento comparvero i primi secchi in metallo smaltato, prodotti dalle fabbriche della Rivoluzione Industriale. Facili da pulire, duraturi ed igienici più di quelli in legno dovevano però essere acquistati nel fondovalle, negli empori di prodotti coloniali e agricoli dove si pagava solo in contanti.

3 settembre 2023

La presa d'aria scorrevole a soffitto, per riscaldare la camera da letto sfruttando il calore della Stube

In certi masi c'era un particolare di lusso: la presa d'aria scorrevole ricavata nel soffitto della sottostante Stube, l'unico locale della casa che era sempre riscaldato.
La botola con passaggio d'aria ricavata nel soffitto della Stube del maso Beim Tennign, presso il museo all'aperto di Dietenheim/Teodone, a Bruneck/Brunico. Il maso era piccolo, ma l'abitazione era stata molto curata nei particolari e negli arredi.
La Stube del maso Beim Tennign, l'unico locale sempre riscaldato.
Era, chiamiamolo così, il rubinetto di apertura/chiusura destinato al riscaldamento della camera da letto, che era situata al piano superiore. Si trattava di un autentico lusso, per gli standard abitativi di allora.
👉Bisogna ricordare che le camere da letto erano in genere molto fredde perché non dotate di stufe, in quanto ricavate nel piano alto dell'edificio, quello sempre costruito in legno. Quando tra le travi restava qualche spiffero d'aria, d'inverno si gelava. Erano i locali più freddi dell'intera abitazione.

5 giugno 2023

Lo sgabello da mungitura, che si usava dentro e fuori la stalla

Era un attrezzo presente in ogni stalla, perché indispensabile. Farne a meno era impensabile e sostituirlo impossibile.
Qui lo sgabello per mungere é nella sua versione più "pura", quella con una sola gamba, più adatto alla mungitura nel prato che nlla stalla. Quello più diffuso in stalla era quello a tre gambe, molto stabile, autolivellante e soprattutto in grado di stare in piedi da solo.

Mungitura all'aperto, con sgabello a una sola gamba.
Lo sgabello per mungere non era un arredo ma piuttosto un quotidiano strumento di lavoro, in dotazione alla stalla. Perché era lì che veniva usato.
Nel suo piccolo era una creazione di design ante-litteram, dove la funzionalità d'uso faceva tutt'uno con l'estetica ma soprattutto con la conoscenza delle proprietà dei materiali e il sapere artigiano.
👉Di solito veniva realizzato direttamente dal singolo Bauer, che come ogni contadino di montagna sapeva fare un po' di tutto... specie nei lunghi pomeriggi invernali di forzata inattività, in cui le serate erano dedicate ai piccoli lavori di casa.
Schema che spiega la differenza fra il monogamba e quello a tre punti d'appoggio. 


8 febbraio 2023

L'asse per il bucato

Era veramente indispensabile e quindi era presente in ogni abitazione, in combinazione con la mastella da bucato.
Un'asse da bucato poggiata sul lavatoio ad acqua corrente della frazione Bellotti, nel Primiero Trentino. In primo piano la cornicetta per il sapone. Sono ben visibili le scanalature del piano di lavoro.
Dentro casa l'asse per il bucato veniva usata in combinazione
con la mastella da bucato. Da notare il foro con il bastone usa-
per agitare e battere i panni nell'acqua bollente della lisciva.

Questo semplice attrezzo di legno spesso autocostruito non poteva mancare in una casa, esattamente come oggi non può mancare la lavatrice.
Grazie alla sua forma poteva essere usato indifferentemente sia dentro casa (in combinazione con la mastella da bucato, anch'essa in legno) che sul ripiani del lavatoio pubblico di cui i paesi e le frazioni erano sempre dotati.
Generalmente l'asse da bucato era realizzata in legno povero e leggero (abete, pino) era usata dalle donne di case, cui era riservato il faticoso compito della lavatura di lenzuola, biancheria, etc.
👉Per poter meglio svolgere la sua funzione era generalmente dotata di piccole scanalature superficiali, così da renderla più ruvida quando ci si strofinavano sopra i panni bagnati. In testa era dotata di un fermo a tutta lunghezza, in grado di funzionare sia se veniva usata sui ripiani dei lavatoi pubblici che quando la si impiegava in casa, poggiata sul bordo della mastella.
👉In un angolo c'era anche una cornicetta per appoggiare il sapone in modo da non farlo scivolare in acqua durante le sbattiture e sfregatura dei panni.

17 marzo 2022

La trebbiatrice padronale

I maggiori masi padronali erano sovente dotati di una propria trebbiatrice interna, azionata da una ruota idraulica e completamente autonoma.
(Hans Griessmair, "Il museo etnografico di Dietenheim", Ed. Athesia, Bolzano, 1988)
Si trattava di una grossa macchina ad ingranaggi costruita in legno ed azionata dalla forza dell'acqua.
Il disegno riproduce la trebbiatrice installata nel fienile del grande "Mair am Hof" di Dietenheim, il grande maso padronale sede il museo etnografico provinciale altoatesino, presso Brunico in Val Pusteria, valle dove questa tipologia di trebbia era più diffusa.

"Su un asse verticale di 6 metri di altezza e 60 centimetri di diametro ruota un grade disco dello spessore i 50 centimetri e del diametro di 4,5 metri. Di fianco a quest'asse sono alloggiati in tre guide orizzontali 16 pestelli di legno lunghi 2,5 metri e molto ingrossati in fondo, i cosiddetti «Schiesser».
Subito dietro si muove, pure orizzontalmente, l'albero con 16 bracci che vi sono disposti intorno a spirale, in modo che ogni braccio possa sollevare, uno dopo l'altro, il suo «Schiesser»".
"I covoni venivano distesi sul grande disco, in modo che le spighe venissero a trovarsi sotto i pestelli. Bastava voltarli e rimuoverli con una forca, il resto lo faceva la forza dell'acqua."