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2 aprile 2026

Le fontane pubbliche di paese avevano il lavatoio incorporato

I lavatoi pubblici erano installazioni comunitarie, infrastrutture basilari per la vita del villaggio quando ancora si viveva in abitazioni prive di acqua corrente.
La fontana pubblica era sempre completata dal lavatoio, anche nel più piccolo dei borghi. L'acqua da bere si prelevava dalla vasca più in alto il cui flusso restava aperto anche d'inverno per non ghiacciare. Le altre due servivano al lavaggio e risciacquatura dei panni: per questo si trovavano più in basso, dove venivano sempre alimentate da acqua pulita che tracimava da sopra.
Un lavatoio pubblico di paese fotografato negli anni Cinquanta in Val di Non.
Se ogni maso di montagna, in quanto entità insediativa economicamente autosufficiente, aveva una sua fonte d'acqua privata, diversa era invece situazione in cui si trovavano gli abitanti dei piccoli centri di montagna, caratterizzati da edifici vicini gli uni agli altri che condividevano le risorse idriche. Sorgente o torrente che fosse, l'acqua doveva essere messa in comune.
👉Complemento del lavatoio pubblico era l'asse per il bucato, un oggetto strettamente personale che le massaie si portavano da casa assieme ai panni da lavare. La sua larga superficie era percorsa da scanalature per renderla più ruvida e nel contempo favorire la dispersione dell'acqua sporca dopo l'energica sfregatura dei panni che vi facevano le lavandare.

20 novembre 2022

Prima dei detersivi industriali in casa si faceva la lisciva

Per fare il bucato grosso si preparava la lisciva, un detergente per panni fatto tutto in casa e usato prima della diffusione delle lavatrici e dei moderni detersivi, realizzato trattando con acqua bollente la cenere di legno o di carbone di legna.
lisciva
Bottiglie di lisciva (Foto di Giovanna Bertino). Lavare con la cenere e con i
saponi casalinghi
era praticamente obbligatorio nelle società contadine; ad-
dizionando la lisciva all'olio si produceva in casa anche il sapone, una cosa
per la quale serviva l'olio, che nelle terre alte naturalmente scarseggiava.
La cenere contiene infatti grandi quantità di carbonato di sodio (allora noto come "soda") e di potassio... e questa spieghiamo come rifare questo detersivo del passato: la  lisciva era prepara con 1 parte di cenere e 5 parti di acqua.

Preparazione: "per prima cosa bisogna setacciare la cenere di legna, magari usando un vecchio scolapasta.
In questo modo otterremo una polvere fine, priva di carbone o parti non del tutto incenerite. La cenere setacciata va messa in una pentola, che useremo solo per questo (evitate di usare pentole di alluminio).
A questo punto aggiungere l’acqua e portare a ebollizione a fuoco lento, mescolando ripetutamente.
Raggiunta l’ebollizione, stabilizzare il composto abbassando un po’ la fiamma, quindi continuare a cuocere, mescolando di tanto in tanto, per circa due ore.
Non eccedere con il tempo di cottura, in quanto si rischia di far evaporare troppo il liquido. Inoltre, cuocendo più del dovuto, si ottiene una lisciva troppo forte e un po’ corrosiva.
Trascorse le due ore, spegnere il fuoco, coprire la pentola e lasciarla riposare senza agitare per 24 ore.
Il giorno dopo la cenere si sarà depositata sul fondo della pentola, formando uno strato piuttosto spesso. L’acqua, invece, si sarà trasformata in lisciva, quindi avrà un colore dorato e sarà tutta in superficie.
L’ultimo passaggio

5 gennaio 2022

La Machkammer (stanza del fare), la piccola officina del maso

Era il locale destinato ai piccoli lavori manuali e dove venivano conservati gli attrezzi per la lavorazione del legno e per la manutenzione del maso...
La Machkammer del maso "Gwiggen Hof", nel Tirolo austriaco. In evidenza a sinistra la mola a mano per affilare e al centro il tavolo da lavoro con la sua morsa. Poi pialla e pialletto, morsetti, mazzuoli, eccetera. Prevalentemente si trattava di piccoli lavori in legno, anche di precisione. Qui venivano ospitati anche i Kleinhäusler, gli artigiani itineranti stagionali che andavano di maso in maso. 
Tra le manutenzioni periodiche del maso di montagna c'era in primis quella della
copertura del tetto, che era sempre realizzata in scandole di larice autoprodotte.
Oltre al tavolo da lavoro, che poteva essere anche un vero e proprio banco da falegname, vi erano, pialle, seghe, martelli, scalpelli, chiodi, raspe, accette, chiodi, corde, viti e succhielli, mole per affilare coltelli e scalpelli, roncole, colla da falegname.
👉Durante i mesi più duri in cui le temperature si facevano più rigide, i lavori all’aria aperta venivano sospesi e sostituiti, momentaneamente, da altre attività manuali, in primis la creazione di utensili per la casa e la manutenzione delle attrezzature per i lavori agricoli.
👉La officina in cui si svolgevano queste attività era la cosiddetta

24 luglio 2021

Il sapone: quando tutto quel che serviva veniva fatto in casa

Persino il sapone veniva prodotto in casa. Per farlo si partiva dall'olio e dalla cenere di legna...
Sempre partendo dalla cenere di legna (che serviva a produrre la lisciva) si ottenevano anche dei saponi casalinghi utilizzando olio d’oliva e la lisciva stessa.
Si trattava in pratica della versione contadina e casereccia del "sapone di Marsiglia" diffusosi in Francia e poi in durante il 1600.
La liscivia è una soluzione basica di carbonato di sodio o di potassio che ottenuta attraverso la bollitura della cenere di legno.
Era quasi "la soda caustica dei nonni" (ma la soda caustica è idrossido di sodio puro, ed è ben più aggressiva e pericolosa da maneggiare). Veniva usata per fare il bucato, come detersivo, oppure anche come materia prima per produrre in casa il sapone.
👉Per fare il sapone casalingo con la lisciva di cenere, l'olio di oliva e l'amido di riso.
  • Procuratevi 5 litri di acqua (possibilmente distillata), 2 kg di cenere750 ml di olio d’oliva50 gr di amido di riso e qualche essenza profumata a piacere.

9 gennaio 2021

Il lavoro domestico: sciacquare e stirare i panni di casa

Un tempo il bucato di casa si faceva con il fuoco e con la cenere: era la "lisciva". Ma poi i panni andavano anche asciugati e stirati.
Stirare il bucato: dopo il bucato fatto con la lisciva che lavava e sbiancava i panni, bisognava comunque risciacquarli, appenderli al sole per asciugarli e poi stirarli con il ferro da stiro. Ed anche qui era "olio di gomito".
Bisognava ripassare con il sapone le parti meno riuscite e - soprattutto - risciacquare energimante in abbondante acqua corrente, cosa che si faceva nei lavatoi pubblici nei paesi e nella fontana di casa negli insediamenti più isolati.

6 dicembre 2020

Per lavare la biancheria si faceva la lisciva con la cenere

Acqua bollente e cenere, la formula era semplice: la biancheria si bolliva, o quasi...
I panni venivano immersi nella lisciva bollente e mescolati con dei bastoni di legno.
Oggi il termine "liscivia" può indicare un detergente per panni, usato prima della diffusione delle lavatrici e dei moderni detersivi, realizzato trattando con acqua bollente la cenere di legna, che contiene grandi quantità di carbonato di sodio e di potassio.
👉Ma "fare la lisciva" nelle case contadine di un tempo significava "fare il bucato", quello grosso, che riguardava la biancheria da letto e da cucina più gli abiti e tutto il resto.
👉Per preparare la lisciva (o liscia) si utilizzava la cenere del camino ottenuta dalla legna: la cenere della carbonella (o quella degli attuali pellet) non andrebbero bene.
I masi di montagna a volte disponevano di un lavatoio esterno attrezzato con un focolare per fare la lisciva. La cenere veniva fatta bollire in acqua per ore e ore. Per le nostre nonne "fare la lisciva" significava dunque lavare i panni manualmente con l'acqua e la cenere della bollitura mescolate fra loro. La grande vasca in pietra serviva per la risciacquatura dei panni.





Una volta terminata la bollitura nella lisciva i panni andavano sciacquati in abbondante acqua corrente. Nei paesi c'erano per questo i lavatoi pubblici, più o meno grandi, dove le massaie portavano al risciacquo "il bucato grosso" della lisciva.


6 gennaio 2020

I gesti antichi dei saperi d'un tempo...

Certi antichi gesti dei vecchi mestieri son ben spiegati nel blog solandro di Umberto Zanella, che ne fissa la collaudata gestualità.
La lavorazione del lino, dalla gramolatura degli steli alla filatura.
Ma quello che vale per le valli del Noce e per il Trentino è anche rappresentativo dell'intera cultura materiale dei contadini delle terre alte: preparare le scandole per il tetto, costruire cesti di giunco, gramolare e filare il lino, lustrare il paiolo della polenta, comporre gli ornamenti festivi per il Natale...
👉Oltre ai collages del tipo qui ospitato, il post del sito 4passiinValdiSole rimanda anche anche ad una completa serie di foto che documentano ciascuna singola attività.
La realizzazione delle scandole di larice, le antiche "tegole" lignee usate nei tetti degli edifici. Qui il link diretto al post.

11 novembre 2017

I piccoli lavori in legno che servivano alla casa

Armadi, sedie, tavoli, cassapanche, sgabelli e tutto ciò che poteva servire in casa, veniva realizzato in proprio, con un lavoro di sega, pialla e scalpello.
lavori in legno
I mobili, gli accessori e le attrezzature in legno necessarie alla vita del maso erano
spesso costruiti in casa nei ritagli di tempo, specialmente durante le lunghe notti
invernali. Nei masi c'era spesso un apposito locale col banco da falegname e tutti
gli attrezzi necessari.
Il legno usato era quello locale: principalmente l'abete e il pino, molto facili da tagliare, poi il faggio, il frassino, il castagno e il maggiociondolo, legni resistenti utilizzati sia per sgabelli e panche che per la costruzione di attrezzi agricoli e slitte.
Con questi lavori si riempivano le lunghe giornate invernali. Alla luce della candela si costruivano oggetti necessari per la vita quotidiana come sgabelli, gerle, slitte, ciotole, sporte, stampi per il burro e forme per le tome di formaggio.
Si ricorreva ad artigiani specializzati o ai mercati del fondovalle solo per le parti metalliche degli attrezzi da lavoro o per quelle in rame, alluminio, vetro, terracotta e ceramica.
piccoli lavori in legno
Una semplice carriola per il trasporto del letame, una maniglia per porta, due attrezzi usati durante la filatura del lino e della lana, un tagliere per il duro Schüttelbrot e infine una semplice cassapanca.

4 febbraio 2017

Il Graukäse, formaggio magrissimo fatto in casa

Le popolazioni di cultura tedesca usavano il latte magro che avanzava dalla lavorazione del burro per dare vita ad una famiglia di formaggi magri (i Sauerkäse) di cui fa parte anche il formaggio grigio. Il Graukäse si produceva in casa e veniva stagionato nel fienile, o anche nella stalla di casa.
Sauerkäse hanno un'origine molto antica e il Graukäse è forse il più magro dei formaggi: pare che la materia grassa non superi il due-tre per cento. Ed eccone qui uno sul tavolo di casa con cipolla bianca, aceto e (anche se non dovrebbe esserci) peperoncino.
I primi documenti scritti sul Graukäse risalgono al 1325 e sono i registri di Castel
Badia/Sonnenburg. Questo invece arriva da Passo di Pennes/Pennser Joch.
Il latte appena munto veniva subito scremato perchè la panna serviva prima di tutto per ricavarne il burro, il prodotto di punta, più pregiato. Il resto veniva utilizzata, appunto, come latte (ed era comunque bello tosto).
👉Quel pallido latticello magro che rimaneva in fondo alla zangola veniva poi riscaldato e lasciato semplicemente inacidire senza aggiungere il caglio.
Graukäse Sauerkäse Quargel Kochkäsev
Il Graukäse sudtirolese (in alto), come tutti i Sauerkäse, deriva dal capostipite "Hand", chiamato così perchè un tempo veniva modellatato a mano (Hand=mano). Dalla coagulazione acida del latte magro si fanno anche il "Quargel" (a sinistra), il "Kochkäse" (al centro) e l'"Hartzkäse" (a destra). Quello in alto a sx é la versione servita come Brettljause al maso Kofler Zwischen den Wänden.
👉Ne derivava una massa granulosa, da pressare in pani, in cui durante la stagionatura tendono a svilupparsi muffe grigio-verdi, dalle quali prende il nome.

25 dicembre 2013

L'allevameno del maiale

Ogni casa contadina aveva un suo spazio per il maiale. E' un animale onnivoro e il contadino ne approfittava per dargli da mangiare gli scarti di cucina e quanto restava dopo che dal latte erano stati estratti panna, burro, formaggi e ricotta.
Civiltà contadina preindustriale: le contadine germaniche ritratte (a Lipsia) in
questa foto del 1959 non differiscono molto dalle nostre delle terre alte alpine.
I prodotti finali ottenuti dal maiale erano il lardo, la pancetta, il sego o sugna, le
salsicce o luganeghe, lo speck, il sanguinaccio.
L’intero rito dell’uccisione, macellazione e lavorazione delle carni durava, a seconda
dei luoghi, due o perfino tre giorni. Coinvolgeva l'intera famiglia e si svolgeva a ri-
dosso del Natale. Il maiale era di fatto per i contadini di montagna una formidabile
assicurazione contro la fame, uno dei pochi modi (assieme ai crauti e al formaggio)
per conservare scorte alimentari sufficienti a traghettare la famiglia, compresi i
vecchi e i bambini, fuori dai rigori dell'inverno.
Una volta ucciso e dissanguato, il maiale veniva sottoposto a una doccia di acqua bollente che serviva ad ammorbidire il suo irsuto pelame per depilarlo con coltelli bene affilati.
Subito dopo veniva appeso e diviso in due. Si toglievano e si pulivano intestini, fegato, reni, milza e cuore.
👉La lavorazione della carne aveva l'obiettivo di conservarla a lungo, era insomma più che altro una tecnica di conservazione che utilizzava la salatura, l'affumicatura e l'insaccatura.
👉Per fare le salsicce la carne, opportunamente macinata e speziata, veniva insaccata nelle budella dell'animale, legata e messa in locali arieggiati, spesso previa affumicatura su fuoco di legna. Per evitare la formazione di sacche d'aria di tanto in tanto si punzecchiava il budello con uno spillo. In tempi lontani, il riempimento avveniva manualmente, con l’impiego di piccoli imbuti di legno, un lavoro che si protraeva per ore.
👉In ogni caso, una volta terminata la preparazione delle varie parti, la stagionatura e la conservazione definitiva avveniva nelle cantine, coi vari pezzi appesi al soffitto per evitare l'assalto dei topi.
In generale l'uccisione del maiale coinvolgeva l'intera famiglia e, anche se cruenta (ancora oggi ricordo con ribrezzo le urla dell'animale che intuiva quanto stava per accadere), era motivo di grandi festeggiamenti.

«Ma sempre e più di tutto è il maiale ucciso e insaccato al tempo della luna buona di dicembre che sa dare tranquillità e speranza quando neve, freddo e vento mordono il tetto. Persino quando la neve arriva troppo presto e poi si dilunga tanto che neppure i lupi trovano più da mangiare, il domestico maiale ci permette di restare al caldo della casa guardando dalla finestra i voli dei corvi, o di restare nella stalla a intrecciare vinchi, a far canestri, a lavorare assicelle di legno ben stagionate per costruire mastelle e secchie, mulinelli e arcolai, a impagliare sedie: lavori che sempre facevano i nostri contadini-artigiani. [...] da una decina d'anni non insacco più il maiale. Mi dispiace, anche perchè un tempo era come una festa. I figli sono diventati grandi, hanno le loro case e la loro vita. Comunque salami con l'aglio, cotechini con noce moscata e garofano, luganeghe e Leberwurst so dove trovarli buoni.»
(Mario Rigoni Stern, "Inverni lontani", Einaudi, Torino, 1999)

9 marzo 2013

La tessitura domestica

Molte famiglie contadine possedevano un telaio a mano ed erano dunque in grado di produrre da sè tessuti per gli impieghi più disparati. lavoro_domestico
Dall'alto in senso orario: Museo di Teodone (Bolzano), Museo di Malè (Trentino),
Museo di Valgerola (Pescara). L'ultima foto è tratta dal sito www.handwebereit.it.
I filati più usati erano il lino e la canapa. Col primo, più pregiato, si confezionavano lenzuola, camicie, tovaglie, tende, federe, fazzoletti, etc. Con la canapa, più grossolana, si producevano teli da lavoro e biancheria da letto più grossolana.
La lana veniva utilizzata per produrre le pesanti stoffe destinate poi alla follatura, per renderle più termiche e resistenti alle intemperie, ma perlopiù veniva lavorata a maglia e trasformata in maglie, maglioni, giacche, calze, berretti e guanti.
In casa la tessitura era affidata alle donne, che così finivano con l'occuparsi dell'intera filiera tessile.
Un lavoro che facevano anche in forma scambio di prestazioni con il vicinato. Altrimenti si ricorreva all'artigiano tessitore, che della produzione di stoffe, tessuti e tappeti aveva fatto il proprio mestiere.
In ogni caso il telaio era sempre del tip orizzontale azionato a mano. Era richiesta una bella abilità per coordinare il movimento di mani e piedi e si trattava di un lavoro lungo e minuzioso.
Ecco alcuni esempi di tessuti ottenuti con il telaio a mano contadino. Dall'alto in senso orario: un tessuto di lino piuttosto
grossolano, un tessuto di lino  ottenuto da filato sottile adatto per biancheria di pregio, il bordo di un asciugamano di
lino con frange, un lenzuolo di lino con bordo lavorato, infine un esempio di telo grossolano in canapa per uso agricolo.
La macchina era sempre costruita in legno e quindi facilmente realizzabile e riparabile in loco. La tipologia si ripeteva in tutto il mondo contadino senza differenze apprezzabili, come risulta dalle foto.

18 febbraio 2013

La filatura del lino e della lana

Nelle lunghe serate invernali le donne di casa filavano il lino e la lana con la ruota. lavoro_domestico
La preparazione della conocchia (in questo caso la fibra è il lino).
La matriarca: era lei che possedeva il know-how della conocchia e dell'arcolaio.
Filare era un lavoro affidato a tutte le generazioni femminili a partire dalla matriarca, depositaria dei segreti di un arte negletta ma preziosa.
Le masse di fibra di lino o di lana prodotte rispettivamente con la gramolatura e con la cardatura, erano la materia prima da filare
Per far saliva si mettevano in bocca i pomm dele caore (il detto è cadorino ma è in uso anche in Trentino, mele selvatiche fatte essiccare al sole in fettine e infilzate con lo spago, le cosiddette žinžole).
la filatrice con la conocchia e l'arcolaio
L'arcolaio, ruota azionata a pedale che trasformava la massa filamentosa in filato.
Il filato, che assomigliava ad una nuvola di zucchero filato, veniva infilzato sull’aspo (conocchia) e con l'aiuto dell'arcolaio e di tanta abilità manuale tramandata di generazione in generazione si otteneva il filato.
Questo veniva raccolto in matassa che successivamente veniva messa in un pentolone con acqua e cenere a bollire sul fuoco, per pulirla e sbiancarla.
Un'operazione che si ripeteva più e più volte. Con il corlo si trasforma-vano poi le matasse in gomitoli.
I gomitoli venivano portati al telaio del tessitore dove venivano trasformati in tessuto. Il pagamento era proporzionato alla lunghezza della tela realizzata. La tela veniva poi ulteriormente sbiancata bagnandola continuamente dopo averla stesa sull'erba e fatta asciugare dai raggi del sole.


la tessitura domestica
La mastella dove si faceva la lisciva (acqua bollente e cenere) delle matasse. Il corlo per trasformare le matasse in gomitoli.
Sulla destra: un'esposizione di gomitoli, navette da telaio ed erbe locali utilizzate per la colorazione dei filati.
Nota: termini e grafia si rifanno ai modi del Primiero-Vanoi (Trentino). In Sudtirolo, nei masi più grandi, le famiglie contadine benestanti disponevano di un loro telaio autonomo, in trentino era più diffuso il ricorso ad un artigiano tessitore che dimorava in un centro abitato.

27 gennaio 2013

La gramolatura del lino

Questa fase del ciclo del lino si svolgeva ad inizio autunno, in ottobre o novembre, quando i gravosi impegni estivi della famiglia contadina erano ormai terminati. lavoro_domestico
Operazione preliminare alla gramolatura era la battitura delle mazzette.
Le mazzette di pianticelle di lino provenienti dal campo venivano battute con un mazzuolo di legno su un ceppo, per far cadere i semi.

I semi, ripuliti dalla pula con un vaglio o un setaccio, venivano riposti per la successiva stagione di semina e in parte utilizzati per i cataplasmi della farmacopea casalinga.

Dopo di che, in ottobre/novembre si portavano le mazzette alla gramola, un fornello costruito apposta per completare l'essiccamento delle piante erbacee come la canapa ed il lino.

Il fornello in pietra veniva scaldato con molta legna e quando era caldissimo si toglievano le braci e la cenere. Doveva essere ripulito con molta cura, una brace dimenticata poteva incendiare tutto il raccolto.

Dopo alcuni giorni si toglieva il lino dal forno e lo si "sfibrava" con la gramola, un attrezzo in legno pensato per separare le fibre pestando con forza.

Con un altro attrezzo in legno, una specie di pettine con i denti in ferro, si separavano le fibre tessili dalle fibre legnose: il lino vero e proprio e la stoppa.

L'aspetto del lino dopo la gramolatura e sfibratura era del tutto simile a quello della lana dopo la cardatura. La fase di lavorazione successiva era la filatura.
Queste operazioni di affinamento potevano ripetersi più volte, ottenendo via via una massa grezza di qualità sempre più fine, adatta ad ottenere filati sottili e resistenti anzichè grossolani e deboli.

26 dicembre 2012

Le stoffe per la confezione degli abiti

Prima che il cotone conquistasse i mercati europei, i tessuti usati dalle famiglie alpine per i vestiti casalinghi erano di lino e di lana, entrambi coltivati e lavorati sul posto.
Da sinistra: treccia di fibre di lino pronta per essere filata all'arcolaio, filo
di lino grossolano, gomitolo di lino pronto per la tessitura.
Fino alla seconda guerra mondiale quasi ogni maso coltivava un appezzamento di terra a lino.
Camice e camicette, grembiuli e asciugamani, lenzuola e federe, quasi tutto quello che serviva in casa e che veniva utilizzato per l’abbigliamento leggero era di lino.
Tutte le fasi, dalla coltivazione in campo fino alla filatura, erano di norma eseguite in proprio, per lo più a cura delle donne del maso.
Un cesto di lana appena tosata, pronta per essere lavata, cardata e filata.
👉Con la comparsa del cotone il lino subì una forte concorrenza e le importazioni a basso prezzo fecero regredire la coltivazione del lino.
👉La lana veniva usata come isolante termico sia per mantelle e giacche fatte in Loden (tessuto di lana sottoposto a follatura) sia lavorate a maglia, sempre in casa, per calze, maglie e maglioni, guanti, berretti e biancheria intima.
Oltre che nel tipo normale, i tessuti a maglia potevano anche essere di maglia "cotta", cioè bollita in acqua per infeltrirla. In questo caso il potere coibente aumentava, così come la capacità di tenere fuori acqua, neve e ghiaccio, un po' come accade con il moderno pile.
I masi più grandi possedevano un telaio proprio, in genere di competenza delle donne di casa, ma assai diffusa era anche una figura di artigiano itinerante: il tessitore.

14 marzo 2010

Il lavoro nella stalla

Gli edifici più poveri riunivano sotto lo stesso tetto il  fienile, l'abitazione
e, a piano terra, la stalla.
● Nella propria stalla la famiglia contadina teneva alcune mucche, vitelli, uno o due cavalli, un paio di dozzine di pecore, alcune capre, maiali, galline e oche. In tal modo si poteva disporre di latte, burro, formaggio, carne, lana e pelli per il fabbisogno di casa. lavoro_domestico

● Il numero e la qualità del bestiame faceva la differenza fra il piccolo colono povero e il contadino medio.
I contadini benestanti disponevano  di un edificio apposito
per il fienile e la stalla, separato dall'abitazione.
Gli animali da latte, pecore e capre comprese, trascorrevano nella stalla solo i mesi più freddi, dal tardo autunno alla primavera.
Da giugno a settembre venivano trasferiti nelle malghe, strutture comunitarie situate nei pascoli alti in cui si svolgeva la pratica dell'alpeggio. Era così possibile ricostituire le scorte di foraggio riempiendo il fienile in vista della stagione fredda.

● La stalla dei contadini più poveri si trovava al piano terreno era in genere realizzata in muratura; i piani superiori - realizzati in legno - erano destinati ad abitazione e fienile.

Ogni mucca aveva il suo posto "personale".
● I contadini benestanti, invece, disponevano di edifici separati per l'abitazione e per le attività agricole. Stalla e fienile erano più grandi. A volte il fienile era costituito da un ulteriore edificio. Le imprese agricole maggiori disponevano poi di altri edifici di servizio: granai, forni per il pane, rimesse e depositi, etc.

Mucche a riposo nella stalla.
● Quotidianamente era necessario curare l'alimentazione del bestiame, distribuendo il foraggio conservato nel fienile e l'acqua.  Le mucche andavano munte una volta al giorno e dal latte si separava immedia-
tamente la panna ricca di grassi, da trasformare in burro scuotendola a lungo dentro un apposito contenitore chiamato "zangola".

● I maiali e il pollame venivano in genere alimentati con gli scarti della cucina o comunque con sostanza povere e poco costose.
● La pulizia della stalla non rappresentava solamente una fatica poiché il letame costituiva una risorsa preziosa: sparso sui prati e nei campi svolgeva un'indispensabile funzione fertilizzante.
● Nei locali di servizio della stalla venivano conservati gli attrezzi da lavoro e gli accessori necessari al traino; gioghi, funi, finimenti nonché i mezzi di trasporto come le carriole, i carri e le slitte.
Gioghi per buoi, carro da fieno e slitta per il trasporto invernale del letame.




12 marzo 2010

L'abitazione contadina e i lavori domestici


Lungo l'arco alpino la tipologia degli insediamenti abitavi è assai varia. Per le quote medio-alte essa oscilla fra il modello "italiano" basato sul villaggio e quello "tedesco" basato sull'abitazione isolata, il "maso". lavoro_domestico
A tutt'oggi la tipologia del maso costituisce un modello socioeconomico esaustivo del modo di vita delle popolazioni contadine di montagna poiché meglio di altri descrive le soluzioni tecniche ed economiche capaci di far fronte alle dure condizioni ambientali delle quote elevate.
Nelle valli ladine del Trentino e nella Val di Sole il modello di vita del "maso" estende il suo valore paradigmatico all'area italiana. Per questo viene qui rappresentato seppur in una forma tipicamente altoatesina.
la_abitazione
Nella tipologia a  corpo unico le funzioni agricole ed abitative sono riunite sotto lo stesso tetto, mentre nella tipologia a cellule separate alle due funzioni sono dedicati edifici specifici, come nel caso rappresentato.

In ogni caso va sottolineato il carattere autosufficiente, quasi autarchico, che l'insediamento agricolo d'alta quota rivestiva: si tratta di un'economia povera di scambi esterni, tendenzialmente autosufficiente e piuttosto chiusa alle innovazioni, in precario equilibrio con le condizioni ambientali e climatiche, dove l'"autorità" della tradizione costituisce l'unico vero "know-how" tecnologico e sociale.

Di qui il peso dei ruoli e delle figure sociali che agiscono nell'economia dei masi: il figlio primogenito titolare del diritto di "maggiorasco" per garantire l'a trasmissione ereditaria della unità economica indivisibile, la donna come angelo del focolare, il figlio cadetto sottoposto all'autorità patriarcale del primogenito, i servi agricoli come prestatori d'opera senza diritti soggettivi.
Tutto è teso a mantenere e garantire l'indivisibilità del maso, entità socioeconomica di frontiera, colonizzatrice delle terre estreme, dove le severe leggi della sopravvivenza in quota si scontrano con i principi sociali di eguaglianza negli obblighi ed eguaglianza nelle opportunità.

Nelle annate più favorevoli, falciando i prati due o tre volte, si potevano tenere una dozzina di mucche, vitelli, due cavalli, un paio di dozzine di pecore, alcune capre, maiali, galline e oche e si poteva disporre di latte, carne, lana e pelli per il fabbisogno di casa.
Si comperavano, oltre agli oggetti di ferro, come falci, falcetti ecc., soltanto sale e un po' di zucchero; quest'ultimo doveva essere pagato con i soldi che la massaia ricavava dalla vendita di burro e di uova, e così il caffè, noto già da alcuni decenni, come pure il tabacco. In ogni modo c'era una certa indipendenza dal raro danaro liquido.

31 gennaio 2010

La Bäuerin

Foto tratta da: schweizerbauer.ch.
Nei masi sudtirolesi il ruolo di erede privilegiato, che dava diritto al titolo di Bauer, era molto sentito. Parimenti impegnativo era quello della Bäuerin, che sarebbe riduttivo tradurre semplicemente in contadina moglie o casalinga. lavoro_domestico
Tra i suoi compiti troviamo:
Queste immagini che illustrano momenti della vita femminile in
alta montagna sono state liberamente tratte da diversi siti web.
Qualora richiesto, provvederò a rimuoverle.
● fare i figli e allevarli,
● occuparsi della cucina, della dispensa, del pollaio e dell'orto,
● saper cucire, rammendare, filare la lana e lavorare a maglia, eventualmente tessere al telaio,
● dare una mano agli uomini nei lavori estivi nei campi e nella stalla: rastrellare e voltare il fieno, mungere mucche e pecore, preparare i pastoni per i maiali,
● curare la pulizia e l'igiene della casa, lavare i panni,
● fare da mangiare per tutti, servi agricoli inclusi.

27 gennaio 2010

Il lavoro domestico: curare l'orto

Accanto al maso non mancava mai l'orto di casa, regolarmente trattato con letame, dove si coltivavano alcuni ortaggi freschi (insalata, cipolle, erba cipollina, porri, bietole e spinaci) e di alcune erbe medicinali.lavoro_domestico
Lo stato di un orto di montagna a metà maggio. Per un panorama più ampio sul-
l'orto domestico nel quadro delle colture alpine vedi il sito della Provincia Auto-
noma di Bolzano
.
Era sempre recintato per salvarlo dall'invadenza delle galline e degli altri animali domestici.
L'elenco delle specie officinali e aromatiche rinvenute in questi vecchi orti è piuttosto lungo: lo riprendo da una pubblicazione del museo di Teodone-Dietenheim:
Orto di montagna in Val Venosta a metà agosto. Non mancavano mai i fiori e le
piante ornamentali: girasoli, gerani, bocche di leone, etc.
Anice (Pimpinella Anisum), Melilotto azzurro (Trigonella caerulea), Borragine (Borago officinalis), Aneto (Anethum graveolens), Dragoncello (Artemisia dracunculus), Finocchio (Foeniculum vulgare), Coriandolo (Coriandrum sativum), Levistico (Levisticum officinale), Ruta (Ruta graveolens), Timo (Thymus vulgaris), Issopo (Hyssopus officinalis), Consolida maggiore (Symphytum officinale), Valeriana (Valeriana officinalis), Abrotano (Artemisia abrotanum), Altea (Althea officinalis), Monarda (Monarda didyma), 
Iperico (Hypericum perforatum), Camomilla (Matricaria chamomilla), Abrotano (artemisia abrotanum), Lavanda (Lavandula spica), Melissa (Melissa officinalis), Menta crespa (Mentha crispa), Menta piperita (Mentha piperita), Cerfoglio odoroso (Anthriscus cerefolium), Tanaceto (Tanacetum vulgare), Calendula (Calendula officinalis), Salvia (Salvia officinalis), Assenzio (Artemisia absintium), Papavero (Papaver somniferum).

26 gennaio 2010

Il lavoro domestico: cuocere il pane per l'inverno

Due o tre volte all'anno si provvedeva a rifare le scorte di pane.
I masi autosufficienti disponevano spesso di un forno esterno, per scongiurare
il pericolo d'incendio.
Per questo i masi disponevano quasi sempre di un apposito forno separato, a volte condiviso con i vicini.
Il pane era a base di farina di segale tagliata con quella di grano acquistata in fondovalle. In ogni caso questi pani "morbidi" venivano prodotti con parsimonia perchè  i cereali erano scarsi e la farina bianca "da taglio" andava acquistata all'esterno.
Il tipico pane a lunga conservazione è lo Schüttelbrot, una pane circolare sottile,
duro e secco, composto quasi solo di  crosta ma capace di conservarsi per mesi
senza lasciarsi aggredire dalle muffe.
La Brotkammer era la dispensa della casa. Fredda ed aperta all'aria per meglio
conservare i cibi, poteva contenere fino a duemila pagnotte per volta. 
👉C'era poi la panificazione straordinaria, che era destinata a produrre le scorte necessarie per passare indenni attraverso il lungo inverno.
Il tipico pane a lunga conservazione era fatto con la sola farina di segale, che lievita molto poco, ed era basso, di forma rotonda, molto duro e croccante.
Si cuoceva allora lo Schüttelbrot, pane circolare sottile, duro e secco, composto quasi solo di crosta ma capace di conservarsi per mesi senza ammuffire.
👉Si chiamava Schüttelbrot (pane scosso) perchè a tre quarti della lievitazione i pani venivano battuti e appiattiti fino a raggiungere lo spessore di un centimetro.
Il vantaggio era che il pane così schiacciato diventava secco subito dopo la cottura ed evitava di ammuffire.
👉Il pane secco veniva poi conservato per mesi su speciali rastrelliere di legno che lo mettevano al riparo dei roditori in apposite stanze fredde e arieggiate (Brotkammer).
D'inverno il pane semplicemente ghiacciava. Col tempo diventava duro come il legno, tanto che per consumarlo veniva prima spezzettato con un attrezzo dedicato, la Brocken-grommel, un coltello a perno inserito in un tagliere (vedi foto).
Il suo profumo particolare veniva dai semi di finocchio, cumino e anice aggiunti all'impasto di farina di segale.