3 settembre 2026

Prima dei fiammiferi c'era la "tia", la torcia accendifuoco fatta con la resina delle conifere

Per innescarla bastava la scintilla di un acciarino a pietra focaia. Era il fiammifero di casa, quando le abitazioni non avevano nè l'elettricità nè i fiammiferi industriali con la capocchia di zolfo.
Si utilizzavano soprattutto le radici e la base del tronco dei vecchi pini (come il pino silvestre o il pino mugo) morti da anni perchè in questi ceppi la parte legnosa si era decomposta, lasciando concentrata quasi unicamente la resina indurita (il cuore del ceppo).
Le scintille dell'acciarino a pietra focaia innescano la fiamma della "tia".
Nell'uso domestico la resina era impiegata come "tia" (o deda): il legno recuperato dai ceppi di alberi morti, una volta intriso di resina, diventava la torcia domestica del passato. 👉Bruciava a lungo con una fiamma viva, era fondamentale per accendere il focolare. Prima della diffusione capillare delle candele di cera (molto costose) o dei fiammiferi, le schegge di legno resinoso e resinato venivano incastrate in appositi supporti di ferro (portadedolo) per illuminare la cucina, le stalle o i corridoi durante i lavori serali. La resina fungeva da combustibile naturale e proteggeva il legno dall'umidità.
👉Anche se conservati in ambienti umidi, i pezzi di deda prendevano fuoco istantaneamente con una semplice scintilla.

26 agosto 2026

Il calendario del contadino di montagna

Nel maso il calendario degli impegni lavorativi seguiva stagioni e ritmi della natura.
Divisione del lavoro famigliare e calendario dei lavori agricoli (schema tratto da "La frontiera nascosta" di J.W. Cole e R.W. Wolf). La frontiera di cui si parla è quella fra il fondovalle e i masi delle terre alte. Per quell'altra, quella tra contadini e nobiltà vedi gli affreschi del "Il ciclo dei mesi" di Torre Aquila a Trento, insuperato sunto visivo.
Le quattro stagioni del Bauerprimavera, estate, autunno, inverno.
I mesi invernali erano mesi di relativo riposo per tutti i membri della famiglia del maso. Era il periodo di pausa e manutenzione, mentre la primavera e l'estate richiedevano il massimo sforzo operativo per la fienagione, la aratura e coltivazione e raccolto dei campi, la trebbiatura dei cereali e la gestione dei pascoli e delle malghe.
Il lavoro del Bauer (centrato sui lavori di forza nei campi, nei boschi e nei pascoli alti) e quello della Bäuerin erano complementari: la sopravvivenza della famiglia dipendeva dal perfetto equilibrio tra queste due sfere.
👉Complementari a quelli del Bauer erano gli impegni della Bäuerin, la contadina, che non si occupava solo delle incombenze domestiche ma anche della pulizia della stalla nonché dell'orto e degli animali da cortile (fondamentali per la sussistenza familiare), oltre che della trasformazione dei prodotti primari (latte, lana, crauti, eccetera).

19 luglio 2026

La polenta concia, potenziata con il burro e il formaggio

La polenta concia (ovvero "conciata", condita) è un piatto saziante. Viene arricchita, a fine cottura, con abbondanti dosi di burro fuso e formaggi d'alpeggio.
Se la polenta era il pane dei poveri, la polenta concia era il piatto della festa, ricco e saporito.
Oltre che in Piemonte, Valle d'Aosta, Trentino, Veneto, Friuli, la concia con burro e
formaggio era praticata da molte popolazioni di montagna dell'area danubiana: Slo-
venia e Croazia, Romania e Moldavia, Tirolo e Carinzia... 
Chi viveva in quota bruciava migliaia di calorie per lavorare in casa, nei campi, nei pascoli e nei boschi.
La polenta concia offriva un mix di carboidrati complessi (mais) e grassi saturi (burro e formaggio), garantendo tanta energia a lento rilascio per affrontare le temperature rigide.
Era anche un piatto della cucina antispreco che utilizzava i residui della produzione casearia: le "croste" dei formaggi o i pezzi rimasti troppo a lungo in cantina venivano fusi nella polenta calda.

3 luglio 2026

Il bilanciere per portare a spalla i secchi dell'acqua

Serviva per per portare a spalla i secchi dell'acqua, che da pieni arrivavano a pesare fino a quindici chili l'uno.
Con il bilanciere alla fontana pubblica (Pergine 1915).

Il bilanciere era un bastone di legno appositamente curvato per favorire l'equilibrio
tra i due carichi appesi alle sue estremità.
Prima dell'arrivo dell'acqua corrente il trasporto dell'acqua in casa e nelle stalle fa-
ceva parte delle incombenze quotidiane, ed era uno dei compiti faticosi di cui si oc-
cupavano le donne.
Doveva essere leggero ed elastico (per flettersi assecondando il passo del portatore senza spezzarsi sotto il carico dei secchi pieni).
👉Nella tradizione alpina il legno più utilizzato era il frassino per la sua straordinaria elasticità e la sua ottima resistenza meccanica, doti che lo rendevano perfetto per sopportare continue flessioni. Per bilancieri più leggeri o di emergenza si utilizzavano il nocciolo e il salice, per la loro facilità di lavorazione e alla flessibilità dei loro rami giovani. L'abete o il larice non erano molto adatti ma venivano talvolta usati per ragioni di pura reperibilità locale, sebbene meno elastici e più soggetti a spaccature rispetto al frassino.
👉La forma del bilanciere era il risultato di secoli di ottimizzazione ergonomica ed era caratterizzato dall'incavo centrale. Il bastone (lungo solitamente tra i 110 e i 130 cm) presentava una curvatura o una svasatura centrale appositamente sagomata per adattarsi alla forma del collo e delle spalle del portatore e distribuire la pressione in modo uniforme.
Le due estremità erano ricurve: i due bracci del bilanciere tendevano leggermente verso il basso. Alle estremità erano intagliate delle profonde tacche (incavi) o erano fissati dei ganci e delle catenelle (o corde).
Un campionario di tacche per appendere il secchio al corpo del bilanciere esposto
al museo etnografico di San Michele all'Adige, in Trentino..
I manici dei secchi venivano agganciati direttamente al delle tacche. Il baricentro dei secchi rimanesse basso, riducendo così le oscillazioni laterali. Durante il cammino, il portatore teneva spesso le mani appoggiate vicino ai secchi o sul bilanciere stesso, non per sollevare il peso, ma per frenare il movimento ondulatorio dell'acqua ed evitare che traboccasse.
In alcune zone del Tirolo storico, al Wasserjoch venivano agganciate delle cinghie o corde dotate di particolari anelli in legno (Holzösen) che permettevano di regolare rapidamente l'altezza dei secchi da terra in base alla statura di chi attingeva l'acqua alla fontana del paese.
👉Tra i più diffusi termini dialettali trentini e tirolesi sono da segnalare:
Bigól (o Bigol): è il termine più diffuso e comune in molte valli trentine (dalla Valsugana al Vanoi, fino alle valli occidentali). Deriva direttamente dalla tradizione veneta (dove il termine indica il giogo per i secchi) ed è imparentato con il latino bi-colum (oggetto a due colli/estremità).
Trage: termine dialettale tirolese legato al verbo tragen (portare). Spesso combinato in forme locali per indicare specificamente il trasporto a spalla di pesi. Wasserjoch (o anche Tragjoch): letteralmente "giogo dell'acqua" è invece il termine tedesco più descrittivo. Il concetto è lo stesso del giogo dei buoi (Ochsenjoch), ovvero uno strumento per ripartire lo sforzo.
Donne col bilanciere per prendere l'acqua al lavatoio pubblico di un piccolo centro in Cadore.

24 maggio 2026

La fredda camera da letto dei masi di montagna

Nelle  camere da letto dei masi si dormiva al freddo (ma sotto il piumino del protettivo "letto tedesco").
La camera da letto padronale del Ruaner Hof, il grande maso a corpo unito della Val Sarentino ricostruito nel museo di Dietenheim/Teodone (Brunico). C'è anche un lettino per infante. Sul lettone troneggia un accessorio di lusso: lo scaldaletto di rame.

La camera da letto del piccolo maso Beim Tennign, un piccolo a corpo unito della
Val Aurina, anch'esso ricostruito integralmente nel museo all'aperto di Dietenheim/
/Teodone. L'arredo delle stanze da letto prevedeva la presenza di cassapanche per
conservare la biancheria o altri oggetti personali, utili anche come piani d'appoggio.
Il letto tedesco non utilizza il lenzuolo superiore (lenzuolo piano). Perciò ci si copre direttamente con il piumino, inserito in un copripiumino che veniva lavato regolarmente. In origine, prima dell'introduzione di reti metalliche più moderne, la base del letto era costituita da assi di legno su cui veniva posizionato il giaciglio. Il "materasso" tradizionale era spesso un sacco di tela riempito di paglia o fieno.
👉Non ho notizie sull'uso di scaldaletto a braciere nei masi (forse per l'alto rischio di incendi nelle costruzioni basate sul legno?), che era invece un accessorio diffuso nelle terre alte di cultura latina. Nè ho notizie relative al vaso da notte.
👉Anche quando le stanze da letto erano situate sopra la Stube, e il passaggio del calore da sotto a sopra era aiutato da piccole a aperture a seracinesca, le camere da letto erano comunque dei locali freddi perchè privi di un punto-fuoco ed esposti agli spifferi invernali. Sempre in tema di lotta al freddo, a volte, raramente in realtà, si ricorreva anche alle "cassettone da notte" che rimase però una soluzione più diffusa nei paesi nordeuropei che nell'arco alpino.

12 maggio 2026

"L'alimentazione contadina alpina" - in un libro

Ed è un libro che piacerà molto agli escursionisti consapevoli: a chi, camminando tra i resti di antichi terrazzamenti e baite, vuole visualizzare la vita quotidiana che pulsava nelle terre alte.
Il libro "L'alimentazione contadina alpina. Produzione e con-
sumo alimentare nella montagna lombarda  (1800-1960)
" di
Michele Corti (ed. Festivalpastoralismo, 2026) esplora l'evo-
luzione della dieta rurale alpina dall'arrivo della patata (nel
1800) alla fuga dalla montagna (dopo la WW1). Il testo di
oltre 400 pagine, arricchito da foto storiche,  mostra la tran-
sizione dalla sussistenza (segale, orzo, polenta) alla moder-
nizzazione che portò all'abbandono delle terre alte.
Un libro adatto non solo agli appassionati di storia locale e tradizioni, agli antropologi e ai sociologi del cibo ma anche agli escursionisti consapevoli: per chi, camminando tra i resti di antichi terrazzamenti o baite, vuole visualizzare la vita che pulsava in quei luoghi.
Se cerchi un libro che spieghi come mai i nostri antenati mangiavano in un certo modo e come il cibo abbia plasmato il paesaggio delle Alpi, questa è una lettura imprescindibile. Esplora il sistema alimentare delle popolazioni alpine prima dell’avvento della modernità industriale. Corti, esperto di zootecnia e profondo conoscitore della cultura rurale, descrive un'economia della sussistenza basata sulla capacità di estrarre risorse da un ambiente difficile.
👉Il lavoro di Corti smonta il mito della "dieta alpina" come idillio bucolico, ne descrive la autarchia forzata: e la dieta spesso monotona basata solo su ciò che la terra poteva offrire: non lascia spazio per il romanticismo e parla di fame, di carestie e della necessità di non sprecare nulla. Il cibo è visto come il prodotto di un equilibrio delicatissimo tra uomo e natura. Se mangiamo formaggio d'alpeggio, stiamo letteralmente mangiando "paesaggio curato dal lavoro".  Corti non nasconde una certa vena polemica verso l'omologazione alimentare moderna e la perdita dei saperi tradizionali, che non sono solo "folclore" ma strategie di sopravvivenza intelligenti.
👉Anche se il lavoro di Corti è centrato sulla fascia alpina lombarda, le sue considerazioni sono valide anche per l'intero arco alpino. Da parte mia mi limito a riprodurre l'indice del volume (sono 364 pagine corredate d foto d'epoca supportate da dati e tabelle), confidando che da solo riesca a fornire un'idea dell'ampiezza e profondità dell'indagine, che dalla abitudini alimentari contadine si allarga ad abbracciare l'intero spettro della cultura materiale delle popolazioni alpine.

22 aprile 2026

La "segosta" che sosteneva il paiolo della polenta sul fuoco

Era la catena di ferro che sosteneva il paiolo della polenta sul fuoco del fogolàr di casa. Sparita con l'arrivo della fornasèla, che tolse il fumo del fogolar dalle case.
Il paiolo di rame appeso alla segosta agganciata all'incastellatura che serviva a spostarlo senza fatica. Il tutto sopra il fuoco della cucina del maso Gwiggen che si trovava nelle Alpi di Kitzbühel (Tirolo).
Il paiolo della polenta appeso alla segosta sul fuoco del
camino di una cucina contadina.

In breve, era la catena del camino utilizzata per sostenere i paioli sul fuoco. Si trattava di una catena in ferro battuto, spesso forgiata a mano dai fabbri locali. La segosta era composta da:
1) un anello superiore che serviva per fissarla a una trave di legno o a una barra di ferro (il vòlto) posta all'interno della cappa del camino:
2) una serie di maglie che permettevano di regolarne la lunghezza;
3) un gancio finale: a forma di "S" o di uncino, a cui veniva appeso il manico del paiolo o della pentola.
👉In una sua versione maggiorata, più robusta, la segosta veniva usata anche per sostenere il grande calderone che in malga o nel caseificio si usava per la lavorazione del formaggio. In questo caso non di rado si faceva anche uso di una robusta incastellatura di legno capace di ruotare attorno al proprio asse verticale per spostare il calderone dal fuoco e consentire così un più comodo accesso al malgaro che doveva procedere alla lavorazione della cagliatura (i paioli delle malghe erano davvero grandi per cui, una volta riempiti, il loro peso diventava proibitivo).

2 aprile 2026

Le fontane pubbliche di paese avevano il lavatoio incorporato

I lavatoi pubblici erano installazioni comunitarie, infrastrutture basilari per la vita del villaggio quando ancora si viveva in abitazioni prive di acqua corrente.
La fontana pubblica era sempre completata dal lavatoio, anche nel più piccolo dei borghi. L'acqua da bere si prelevava dalla vasca più in alto il cui flusso restava aperto anche d'inverno per non ghiacciare. Le altre due servivano al lavaggio e risciacquatura dei panni: per questo si trovavano più in basso, dove venivano sempre alimentate da acqua pulita che tracimava da sopra.
Un lavatoio pubblico di paese fotografato negli anni Cinquanta in Val di Non.
Se ogni maso di montagna, in quanto entità insediativa economicamente autosufficiente, aveva una sua fonte d'acqua privata, diversa era invece situazione in cui si trovavano gli abitanti dei piccoli centri di montagna, caratterizzati da edifici vicini gli uni agli altri che condividevano le risorse idriche. Sorgente o torrente che fosse, l'acqua doveva essere messa in comune.
👉Complemento del lavatoio pubblico era l'asse per il bucato, un oggetto strettamente personale che le massaie si portavano da casa assieme ai panni da lavare. La sua larga superficie era percorsa da scanalature per renderla più ruvida e nel contempo favorire la dispersione dell'acqua sporca dopo l'energica sfregatura dei panni che vi facevano le lavandare.

10 marzo 2026

Le cittadine di fondovalle nel medioevo tirolese

Le cittadine commerciali del fondovalle avevano un impianto urbanistico detto "modulo gotico", un modello di centro urbano che veniva dalle città commerciali del centro-nord europeo.

Lo schema del modulo gotico interpretato da Google AI: gli ho chiesto di conservare qualche traccia di orto interno. Le cittadine di fondovalle si sviluppavano lungo una sola grande arteria, una via del commercio sulla quale si affacciavano i fronti-strada delle botteghe. La case erano alte e strette, per occupare poco spazio sul fronte strada, e il lotto insediativo si sviluppava verso il retro.
La via dei portici di Neumarkt/Egna oggi. Sotto il portico lo spazio antistante le bot-
teghe
destinato alla esposizione delle merci; all'esterno la strada carrabile riserva-
ta al passaggio del traffico commerciale. Oggi come allora sotto ai portici non man-
cavano le locande per i mercanti, i carrettieri e i viaggiatori. Un altro esempio di via
commerciale porticata si trova nella piccola Glurns/Glorenza, in Val Venosta.
Oltre ai castelli dei signori territoriali, ai masi dei liberi contadini di montagna, alle abbazie degli ordini monastici e ai contadini dei villaggi, il panorama socio-economico medioevale vedeva anche la presenza delle città commerciali di fondovalle: Bolzano, Merano, Bressanone, Vipiteno, ma anche Egna, Glorenza, Chiusa, tutte costruite secondo lo schema del "modulo gotico".
👉Lungo la via commerciale si affacciavano spalla a spalla i fronti-strada delle retrostanti botteghe, che potevano essere  sia commerciali che artigianali, ciascuna delle quali si sviluppava in profondità sul dietro, diciamo sul suo lungo e stretto cortile che in origine ospitava (non c'erano i frigoriferi) gli indispensabili orti, orti che poi sono stati via fagocitati dalla edificazione nel corso delle ere successive. Fino ad arrivare all'oggi, quando gli orti non ci sono quasi più, completamente fagocitati dall'espansione e dalla aggiunta delle costruzioni.
Una foto aerea della cittadina di Clausen/Chiusa con il nucleo medioevale eviden-
ziato dal rettangolo bianco. La via commerciale al centro, con le due cortine di edi-
fici "gotici" ai lati. Sul lato del fiume sono sopravvissuti fino ad oggi il cortili medio-
evali coltivati ad orto ed affacciati sul fiume Isarco. Sullo sperone roccioso l'impor-
tante Monastero di Sabiona, che fu centro di potere religioso ed economico.
👉La vita quotidiana si dipanava  giorno dopo giorno in un ecosistema urbano che sfruttava al massimo il terreno sviluppandosi in altezza e che proteggeva gli abitanti e i frequentatori dai rigori dei freddi inverni nordici. Per capire come si viveva in un modulo gotico, dobbiamo immaginare la casa non solo come un rifugio, ma come una macchina produttiva verticale. La distinzione tra "casa" e "lavoro" che abbiamo oggi non esisteva: l'edificio era un ecosistema totale.
👉Le gerarchie sociali si riflettevano nella separazione funzionale dei diversi piani.
Il piano terra (la bottega): è il cuore economico. Il fronte strada è occupato da un grande portone o da una finestra con un bancone in pietra che si apre direttamente sulla via. Qui il mastro artigiano produceva e vendeva. L'ambiente era buio, illuminato solo dalla porta aperta, e l'odore (di cuoio, farina o metallo) era dappertutto.
I portici di Merano in una vecchia foto. Ad ogni arco corrispondeva una singola bot-
tega commerciale o artigianale che si allungava sul retro del suo "modulo gotico".
Il primo piano (il "piano nobile" e di rappresentanza): salendo scale spesso ripide e strette, si arrivava alla sala principale. Qui la famiglia mangiava e riceveva gli ospiti. Era l'unico ambiente riscaldato e con finestre un po' più ampie.
I piani alti (il dormitorio): più si saliva, più gli spazi diventavano angusti e freddi. Qui dormivano i figli, i servi e gli apprendisti (che erano parte della famiglia).
Il retro (il cortile): fondamentale per la luce e l'aria. Spesso ospitava un pozzo e (nei casi migliori) una latrina e un piccolo orto o spazio per gli animali da cortile.

20 febbraio 2026

Il corno da polvere dei cacciatori "ad avancarica"

Quando le armi da fuoco erano ancora ad avancarica i cacciatori conservavano la polvere da sparo in un corno di bue chiuso da un tappo.
I corni da polvere erano contenitori portatili comodi e funzionali in quanto permettevano di trasportare la polvere da sparo in modo sicuro e di dosarla con precisione e rapidamente.
Dovevano contenere una quantità di polvere da sparo sufficiente per una giornata
di caccia; era questo il criterio di scelta della dimensione. 
I corni da polvere veni-
vano decorati con incisioni, sculture o intagli e corno poteva essere lucidato con
oli o cere per migliorarne l'aspetto e la resistenza all'acqua.
Il corno veniva innanzitutto pulito a fondo, rimuovendo ogni residuo organico. Spesso veniva bollito per facilitare la rimozione della parte interna ossea. Una volta pulito, il corno veniva essiccato accuratamente per evitare il deterioramento e la formazione di muffe.
👉L'estremità larga fungeva da bocchetta di riempimento e veniva dotata di un tappo di legno sagomato e ben adattato, spesso sigillato con cera d'api o resina per renderlo ermetico. Oppure, veniva "montata" con un fondo in legno duro, osso, ferro o ottone lavorato a coperchio.
👉L'estremità più sottile del corno fungeva da beccuccio di erogazione: era quella da cui si dosava la polvere. Poteva essere un semplice taglio diagonale per creare un'apertura, spesso chiusa con un piccolo tappo di sughero o un pezzo di legno attaccato con una cordicella. Per i corni più elaborati, si poteva incorporare un meccanismo di dosaggio in ottone o altro metallo. Questo permetteva di erogare una quantità precisa di polvere con una valvola o una levetta, rendendo il caricamento più rapido e consistente.

19 gennaio 2026

La fune di cuoio intrecciato.

Prima del nylon e  ancora prima della canapa i contadini hanno usato per secoli una grossa fune di cuoio intrecciato per i lavori nei boschi e nei fienili. 
Era tra gli strumenti più importanti dei contadini d'alta montagna e dei boscaioli. Veniva considerata un bene prezioso, spesso tramandato di padre in figlio. Resisteva a carichi estremi e ripetuti, dove una corda di canapa si sarebbe spezzata per lo sfregamento. Era indispensabile per legare i carichi di fieno o i carichi di legna da ardere sui carri o sulle slitte.

La fune di cuoio naturale era oggetto degli attacchi di topi e ghiri, perciò doveva es-
sere conservata fuori dalla loro portata.

Per costruirla si usava pelle di bovino (vacca o bue), tagliata a strisce lunghe e sottili; quando era ancora fresca o appena conciata le strisce venivano intrecciate fra loro (3 o 4 capi). Durante l'intreccio, il cuoio veniva mantenuto umido e unto con grasso animale per garantirne la flessibilità.
👉Grazie alla sua elasticità naturale, permetteva di "stringere" il carico in modo che non si muovesse durante le discese scoscese. Veniva usata per legare i tronchi da trascinare a valle (esbosco). La resistenza all'abrasione contro rocce e terreno ghiacciato era superiore a qualsiasi fibra vegetale.
Spesso terminava con una spola (un pezzo di legno duro sagomato) o un anello di
ferro che fungeva da serraggio a strozzo.
👉Aveva molti vantaggi: a differenza delle corde moderne, il cuoio ha una memoria elastica perciò se il carico si assestava durante il tragitto, la fune di cuoio continuava a esercitare pressione, mantenendo il carico stabile; non bruciava facilmente per sfregamento contro il legno e non si sfilacciava come la canapa a contatto con i sassi; anche se bagnata, offriva una presa eccellente per le mani callose dei contadini.
Se non veniva ingrassata regolarmente (con grasso di marmotta, di tasso o sego bovino), il cuoio diventava secco, rigido e tendeva a spaccarsi. Se si bagnava eccessivamente e poi asciugava rapidamente al sole, diventava durissima e doveva essere nuovamente ingrassata. Essendo pelle animale se conservata in posti umidi poteva marcire o ammuffire.

18 dicembre 2025

Shock culturali: l'uccisione del maiale nelle periferie urbane (succedeva negli anni del boom economico post-WW2)

Lo spaesamento dei contadini immigrati nei casermoni delle periferie industriali del Nord. Non più "villici" ma non ancora "urbanizzati".
Bologna, quartiere Pilastro, anno 1970, ultimi giorni dell'anno: gli ex-contadini immigrati per lavoro squartano e lavorano nei giardinetti delle case popolari un maiale appena ucciso, replicando fuori contesto il rito contadino della "maialatura".
Oggi la macellazione domestica è vietata mentre viene ancora praticata nei villaggi
dell'Est europeo
, dove le tradizioni legate alla civiltà contadina sono ancora presenti.
Nella civiltà contadina ogni casa aveva un suo spazio per allevare il maiale e a dicembre, dopo averlo curato per un anno, l'intera famiglia partecipava al rito collettivo della sua uccisione. Un rito identitario e comunitario che coinvolgeva anziani, donne e bambini, un gran festa contadina, familiare e pagana.
👉La maialatura richiedeva tanta manodopera, ricompensata con cicciolata, cervello fritto e altri

17 novembre 2025

Le fasce da formaggio.

Sono uno strumento fondamentale nella produzione artigianale del formaggio in malga e servono a due scopi: dare la forma alla massa cagliata e compattarla lasciandola libera di spurgare il siero.
Le fasce davano ai  formaggi la loro forma rotonda contenendo la massa semi-solida appena estratta dalla caldaia. Inoltre facilitavano lo spurgo del siero, una fase essenziale per poter passare alla successiva stagionatura del prodotto. Eccone una conservata nel Museo Etnografico Trentino di San Michele all'Adige, ospitato nell'ex-monastero che fu "patria del Teroldego".
Due fasce con la copertura in legno su cui si poggiava sasso per esercitare una co-
stante pressione sul formaggio fresco.
Erano realizzate in legno, materiale igienico, facilmente reperibile e che permetteva una corretta traspirazione e drenaggio del siero. Il legno doveva essere non trattato e per mantenerlo idoneo al contatto con gli alimenti la loro superficie doveva essere lavata e mantenuta sempre pulita.
Il locale stagionatura di Malga Campo sul monte Altissimo di Nago.
👉Dovevano assicurare il diametro e l'altezza desiderati per il tipo di formaggio che si voleva produrre (ad esempio, forme più grandi per formaggi da lunga stagionatura) e quindi funzionavano anche da "unità di misura" del prodotto, un po' come avveniva con gli stampi da burro.
Le essenze migliori erano i legni non resinosi, che non cedevano sapori o odori sgradevoli al formaggio.
👉Tra i legni più utilizzati c'erano l'abete (per la sua disponibilità in montagna veniva usato anche se resinoso e aromatico), il  pioppo (più leggero e facile da lavorare) e il faggio (legno duro e compatto, resistente all'umidità).
L'estrazione della massa cagliata dalla caldaia, la sua riduzione in pani, la pressatura nelle moderne fasce in plastica e la fase di salatura a Malga Dosso di Sotto, sull'altipiano di Asiago.


5 ottobre 2025

Camminare con il legno ai piedi: gli zoccoli e le sgalmere

Queste calzature primitive con la suola di legno erano molto diffuse soprattutto in alcune zone e valli di montagna del nord Italia.
Spesso, per aumentarne la durata e la presa su terreni difficili, la suola di legno veniva rinforzata con chiodi di ferro forgiati a mano (le classiche broche da vecchio scarpone delle epoche pre-Vibram).
Sebbene nate come scarpe da lavoro, non mancarono però le versioni più raffinate.
Fino alla seconda guerra mondiale i contadini delle terre alte fecero largo uso di calzature primitive con la suola in legno. Si camminava con il legno ai piedi con semplici zoccoli tutti d'un pezzo ma soprattutto con le "sgalmere" dalla suola in legno e la tomaia in cuoio.
Vedi anche il sito Museo Etnografico “Tarcisio Trentin” di Telve di Sopra.
👉Le sgalmere non erano degli zoccoli, ma piuttosto scarponi da fatica. La caratteristica distintiva è che la loro suola, interamente in legno, era completata da una tomaia (la parte superiore della scarpa) di cuoio o di pelle. La suola di legno serviva per la sua resistenza meccanica e l'isolamento dal freddo e dal bagnato. La tomaia era di robusta fattura e veniva inchiodata saldamente alla suola in modo da garantire protezione e stabilità.
👉Si utilizzavano legni duri, come il faggio, che si ammorbidivano con l’acqua così da poter inserire i chiodi: se non si inumidiva i numerosi chiodi potevano spaccare il legno.
Le sgalmere sono rimaste in uso fino a metà del XX secolo, a volte anche oltre. Fino agli anni '60 del Novecento, per esempio, erano d'uso comune nella povera val di Cembra, dove d'estate i bambini erano ancora abituati a giocare a piedi scalzi. Nel giro di qualche l'industrializzazione del fondovalle  portò anche nelle valli disagiate un nuovo benessere frutto del boom economico e tutti cominciarono a calzare scarpe e scarponi.

8 settembre 2025

Il letto alla tedesca: pratico, caldo e senza lenzuola

E' un modo di dormire semplice e funzionale, pensato per difendersi dal freddo. Lo si incontra fra le popolazioni di montagna di cultura tedesca.
Il letto in uso nei masi ha le sponde laterali rialzate come in uso per le cuccette dei marinai, fatto che "sigilla" il dormiente proteggendolo dal freddo delle camere da letto, sempre prive di riscaldamento. Del resto nelle terre alte e in quelle del Nord d'inverno si combatteva col freddo.
Anche nei rifugi alpini ci si imbatte spesso in letti a castello con i piumini e le spon-
dine contenitive. Qui siamo al Rifugio Oltradige (catena della Mendola).
La sua caratteristica era (ed è) che faceva a meno sia delle lenzuola che delle coperte, sostituite da un soffice e caldo piumone che andava ad incastrarsi tra le sponde rialzate le e testiere del letto e bloccava così gli spifferi d'aria gelata. Uno smusso in una delle due sponde agevolava l'accesso. Il piumone era sempre infilato in una fodera di stoffa lavabile facilmente estraibile, sul tipo delle federe dei cuscini.
Nei masi più grandi e ricchi i letti venivano spesso decorati ad intaglio.
Il letto alla tedesca è molto pratico perché non va rifatto e permette di arieggiare facilmente i piumini che sostituiscono il lenzuolo superiore, le coperte e il copriletto.
👉La versione matrimoniale del "letto alla tedesca" è caratterizzata dall'utilizzo di due piumini singoli separati, invece di un unico piumone grande. Questo significa che ogni persona aveva il suo piumino e il suo copripiumino.
👉I piumini si facevano con le piume più fini delle galline, le quali non mancavano mai nei masi e nelle abitazioni contadine per via delle uova. Senza contare che molti contadini allevavano anche delle oche; il piumino d'oca è tutt'oggi considerato il miglior materiale per la costruzione dei sacchi a pelo per l'alpinismo d'alta quota.

31 luglio 2025

Lo stampo per il burro.

E' uno stampo in legno usato per dare una forma regolare al burro e ottenere nel contempo panetti dal peso standard.
Due stampi da burro esposti al museo di San Michele. Nei riquadri l'uso dello stampo nella Malga Dosso di Sotto. Una volta solidificato, il burro assume la forma dello stampo e può essere facilmente estratto rovesciando lo stampo.

Una raccolta di immagini che danno l'idea della grande varietà di forme e motivi decora-
tivi che caratterizzavano gli stampi da burro, che in malga  fungevano in pratica da garan-
zia sul peso e la provenienza del burro.  In basso il colore giallo del burro di Malga Casa-
pinello
e lo stampo d'epoca in uso a Malga Venegia.
Gli stampi presentano sempre incisioni o motivi decorativi che vengono impressi sul panetto di burro permettendo di identificarne la provenienza, come un marchio di fabbrica.
👉La pasta di burro crudo viene estratta dalla zangola, posta sopra un tavolo di legno, lavata con acqua corrente, impastata e spremuta con le mani per far uscire tutto il latticello, passaggio questo importantissimo per la sua conservazione contro l’irrancidimento. Suddivisa poi in approssimativi pannetti, la pasta viene forgiata nello stampo che ne determina il peso e le conferisce, riportando in bassorilievo gli ornati incisi all’interno, il "marchio di fabbrica".
👉Costruire uno stampo da burro non è semplice; le incisioni sui lati e sul fondo il cui lavoro d’intaglio richiede abilità artigiane e scalpelli specifici. Si usava legno a venatura compatta ma che si lascia incidere bene come il noce, il faggio, l’acero, il tiglio, il ciliegio. Ma non il castagno, per via del suo alto contenuto in tannino. Molto apprezzati il cirmolo e l'abete, che cedono al burro il profumo delle loro essenze.

29 giugno 2025

La casera della malga alpina

La casàra o casèra sorge poco lontana dallo stallone degli animali. Più piccola e spesso a due piani (quello sopra destinato ad alloggio dei malgari). Con qualche variante regionale tipo: Zillertal tirolese, Lagorai trentini, Baldo veronese, etc).
Piano terra di una casera-tipo: il casello dove veniva lasciato riposare il latte appena munto per far affiorare la panna, il portico di passaggio con la zangola per produrre il burro, la casèra dove si produceva il formaggio e la ricotta, il magazzino areato per la stagionatura delle forme e la porcilaia (i maiali venivano alimentati con il liquido biancastro che rimaneva dopo le lavorazioni e con i resti dei pasti dei malgari (che dormivano al piano di sopra).
Anche la più piccola delle malghe aveva sempre il suo punto-fuoco con il paiolo ap-
peso ad un sostegno a forca per poterlo spostare anche quando era pieno.
Qui il malgaro alloggiava e sempre qui lavorava il latte. Oltre allo spazio dove i malgari dormivano e consumavano i pasti, la casèra ospitava il cuore produttivo della malga costituito dagli spazi dove si svolgevano le varie fasi di lavorazione del latte: la produzione del burro, dei formaggi e della ricotta, nonchè un locale areato destinato alla stagionatura delle forme di formaggio.
Vecchio paiolo a Malga Casapinello (Lagorai, 2022).
👉Il centro della casèra era costituito dal punto-fuoco dove, in un grande e capiente paiolo di rame sospeso ad una catena avveniva la produzione vera e propria del formaggio e della ricotta: il latte veniva riscaldato nel paiolo e successivamente vi veniva aggiunto il caglio, una sostanza che provoca la coagulazione del latte e la formazione della "cagliata" quei grumi che costituiscono il futuro formaggio. Seguiva la rottura della cagliata: una volta formata, la cagliata veniva "rotta" con un apposito attrezzo (lo spino) in frammenti o grani più o meno grandi a seconda del tipo di formaggio che si voleva ottenere.
👉Infine si procedeva alla estrazione del caglio ed alla sua pressatura: la cagliata viene estratta dalla caldaia-paiolo e messa in fascere, degli stampi di sottile assicelle di legno sagomato che venivano usate per dare al formaggio la sua forma rotonda. Dentro le fascere il formaggio fresco veniva pressata per favorire lo spurgo del siero residuo.
👉Dal siero rimasto nel paiolo del formaggio si ricavava la ricotta e il liquido biancastro che rimaneva veniva dato ai maiali.
👉Il burro invece era già stato estratto dalla panna prima, agitando e sbattendo nella zangola la ricca panna che affiorava dal latte che dopo munto lasciato a riposare in appositi recipienti piatti, bassi e larghi, che favorivano il naturale processo di affioramento della panna, la frazione più grassa del latte vaccino.

17 giugno 2025

Il vaso da notte, complemento necessario della stanza da letto

I ragazzi d'oggi stentano a farsene una ragione, ma  quando scappava durante la notte, la si faceva in un apposito "vaso da notte" che veniva svuotato solo il mattino dopo.
Il "letto tedesco" (cioè col piumino al posto del lenzuolo superiore) con sotto il vaso da notte e accanto il cassettone della biancheria: era la dotazione standard delle camere da letto dei masi di montagna, che erano fredde e non riscaldate.
Con la Rivoluzione Industraile si diffusero i vasi da notte in lamiera smaltata, più leg-
geri, facili da pulire e meno fragili di quelli di terracotta che li avevano preceduti.
In genere i masi erano dotati anche di un gabinetto, seppur piuttosto rustico, ma di solito si trovava all'esterno o comunque in posizione scomoda, spesso più vicina al letamaio e alla stalla che alle stanze da letto.
👉A parte la Stube, il maso di montagna non aveva altre stanze dotate di riscaldamento e tutti gli altri locali erano invece preda di correnti d'aria e spifferi.
👉Non solo le notti erano buie e non c'era la corrente elettrica né l'acqua corrente, ma gli inverni alpini erano lunghi e rigidi.

17 maggio 2025

La cassa del grano era la "cassaforte alimentare" del contadino

La cassapanca a scomparti per conservare le granaglie da un anno all'altro.
Era una rustica cassapanca conservata nel posto più asciutto e al sicuro dai topi. Era suddivisa in scomparti e spesso era dotata di serratura. Aveva anche un valore simbolico: rappresentava la sicurezza alimentare della famiglia e il frutto del duro lavoro nei campi. Qui vediamo la cassa per il grano del maso Hörl-Wetscherhof ricostruito e conservato nel museo all'aperto di Kramsach in Tirolo.
Tre cassapanche e un'armadio-dispensa posti nel corridoio interno di Maso Ruaner,
che si trovava in Valle Isarco ed è stato smontato e ricostruito nel museo all'aperto di
Dietenheim presso Bruneck/Brunico.


Era un contenitore robusto destinato a conservare il grano, la segale e altri cereali, proteggendoli da umidità, topi, parassiti e insetti così da garantirne la disponibilità durante tutto l'arco dell'anno.
👉Nel maso le cassapanche e gli armadi venivano conservati dentro la parte destinata all'abitazione scegliendo sempre la posizione più asciutta e ventilata.
Nei masi più ricchi anche questi mobili essenziali e funzionali venivano spesso impreziositi da decorazioni ad intaglio e anche dotati di serratura la cui chiave era custodita dalla padrona di casa.